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Scritto da Antonio M. Arrigoni
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venerdì 20 marzo 2009 |
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Una bicicletta per la guerra. Traiettorie esistenziali dei militi della Repubblica Sociale Italiana di Antonio M. Arrigoni Eugenio Chiaradia nasce a Caneva di Sacile il 17 febbraio 1912. Del padre ne sente parlare dalla madre, (casalinga per forza persa dietro ai sette figli): dovrà aspettare la fine della Grande Guerra per incontrarlo. Il padre era emigrato in Germania per lavorare, miniere di carbone, rare lettere scritte da mano sconosciuta (era analfabeta), misere rimesse di denaro: “ [...] si mangiava poco, [...] la fame era sofferta abbastanza”. Lo scoppio della guerra, nel ’15, richiama in patria il padre: “ci è andato come volontario, forse per sottrarsi alle miniere e avere da mangiare”. Alla fine del conflitto tutta la famiglia si sposta in Francia, di nuovo a scavare in miniera. Niente politica, niente giornali, dell’esperienza devastante della guerra il padre non ne parlerà più, si lavora soltanto, a testa bassa, nel ventre della montagna. Dal Nord i Chiaradia si spostano nel Mezzogiorno francese. Eugenio va a scuola ma al tempo stesso scende anche in miniera. E la vita sui banchi non è meno dura di quella nelle gallerie di carbone: conosce poco il francese e fatica ad apprendere. Eugenio ricorda che il maestro lo coinvolse in una lezione chiedendogli di rispondere ad una domanda. Il giovane fatica a comprendere ciò che gli viene chiesto, biascica una risposta in un francese stentato. Seccato il maestro lo rimanda al posto ammonendolo: “va s’assoire à ta place, tu n’est serai jamais un deuxième Mussolini!”. “[...] Io lo guardavo ma non sapevo chi era Mussoloni”. Il Chiaradia di oggi mi guarda, scuote la testa e sorride, forse ripensa alla sua ingenuità di allora, o a quanto invece quel nome avrebbe imparato a conoscerlo. |
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 20 marzo 2009 )
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