Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Archivio delle fonti orali
Ancora dai ricordi di Claudio, ex ufficiale Gnr: Pola, 1945 PDF Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   
domenica 02 gennaio 2011
“Non ricordo una bora del genere. Questa notte pareva che ribaltasse la casa. Di sicuro superava i centocinquanta chilometri all’ora. Sai cosa sono centocinquanta chilometri all’ora?”         “Certo che lo so, nonno. E’ quella velocità a cui si prende la multa sull’autostrada se c’è l’autovelox. Ma lo stesso papà ci prova e io ho paura, ma sto zitta …”         “Sai, Arianna, anch’io, quando avevo qualche anno di meno, ci provavo. Mi è andata sempre bene, ma non si dovrebbe. Però ti dirò che una volta non c’erano i limiti di velocità e ognuno si regolava come meglio credeva. In America, invece, c’erano già quando ci andai nel 1960. Ed erano bassissimi. Figurati che sulla Masspike, ossia sulla highway che gira attorno a Boston, c’era il limite di 50 miglia all’ora, circa 80 chilometri, e c’era un traffico che non ti dico. Le macchine, i macchinoni di quella volta, stavano in fila sulle quattro corsie per parte tutti a 50 miles, tutti disciplinati come un fiume che scorre lentamente verso a foce.”         “Mi pare di esserci stata con te su quel fiume, nonno. Tu mi fai vivere la tua vita come se fosse la mia. Ti voglio tanto bene, nonno …”         “Arianna, i nonni sono fatti proprio per questo. Se no, ai bambini chi racconterebbe le fiabe? I genitori sono troppo occupati per farlo, lo sai bene che mamma e papà lavorano tutto il giorno. Papà fuori e la mamma fuori e poi in casa. Dove troverebbero il tempo per raccontarti le fiabe?”         “Ma tu non mi racconti solo fiabe. Quelle le raccontavi quand’ero piccolina. Adesso sto per fare i quindici, sono ormai grande, vado al liceo.”         “E’ per questo che ti racconto fiabe vere. Se no, mi diresti che ti annoio. Ma ero partito dalla bora di questa notte e voglio ritornarci. Una bora così non la ricordavo …”         “Eh no, nonno, non me la racconti giusta, questa volta. Mi ricordo un tuo racconto di quando eri ragazzo. Me lo ricordo bene, eri a Pola che allora era italiana.”         “Brava! Che memoria! Tu sei la mia memoria, Arianna mia.”         “Me la ricordo bene, ma voglio che me la racconti di nuovo perché mi piace come le racconti tu le tue storie.”“Sì, era appena arrivato il 1945, la guerra sarebbe finita nella primavera, ma nessuno lo poteva sapere. Quel gennaio fu freddissimo. E non c’era il riscaldamento nelle case, come adesso. Al solo pensarci mi vengono i brividi. Sai, entravamo nel letto per dormire e ci pareva di trovarci in una buca di ghiaccio. Sento ancora quel freddo anche adesso che sono passati più di sessanta anni. Ma nessuno stava meglio. Solo una volta mi era capitato, giusto l’anno prima, di trovare una stanza, nella caserma dov’ero, con la stufa accesa. Io ero un abusivo perché la stanza era per i sottufficiali e io ero un semplice soldato. Ma mi lasciarono dormire lì, forse per compassione.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 06 gennaio 2011 )
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Dai ricordi di Claudio, reduce della Scuola Allievi Ufficiali Gnr di Modena: Valsassina, 1944 PDF Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   
domenica 02 gennaio 2011
“Chi ti dice che domani farà bel tempo? Io penso che pioverà come tutti i santi giorni da un mese a questa parte, da quando abbiamo cominciato questo maledetto rastrellamento …”         La frase gli si era spenta in gola e tutta la camerata era balzata in piedi di scatto. Tutti alla finestra a vedere cosa succedeva. Un altro lampo, un altro tuono, erano i ribelli che si facevano sotto come per dire “credevate di averci presi in trappola, eh? E invece siamo noi che stiamo per farvi la festa, cari ragazzi …”            Le bombe di mortaio cadute sui tetti delle case di fronte al presidio furono tre, poi tutto tornò normale. Ma alle quattro suonò la sveglia per il plotone di cui Remo faceva parte. Si doveva partire portando con sé soltanto una pagnotta e una scatoletta di carne. E naturalmente il moschetto e le munizioni per il fucile mitragliatore che Remo aveva sempre in dotazione. Le povere spalle erano ormai una sola piaga, ma c’era chi stava molto peggio con il treppiede della mitragliatrice da portare su e giù per la valle di giorno e talvolta anche di notte.         Sbuffando i ragazzi si alzarono dai pagliericci ridotti a semplici covi di pidocchi e la marcia cominciò nel buio della notte.         Scendere, salire, ancora scendere, di nuovo salire … la valle era lunga e stretta e per non essere notati bisognava continuamente cambiare versante. O almeno così aveva deciso il tenente che comandava il plotone. Era il tenente Brunetto, Brunetto di nome e di carnagione. Omen nomen, tutto un nervo, uno scatto, una molla che si proietta verso il bersaglio.         Come Dio volle alle prime luci del giorno erano arrivati sulla cima del crinale e di pioggia non se n’era vista una goccia. Si fermarono finalmente a prendere fiato.         “A terra, ragazzi, adesso potete riposare per mezz’ora. Ve lo siete meritato. Non credevo di arrivare qui prima delle otto e invece sono appena le sette e mezzo. Bravi, bravi sul serio.”         Era la prima volta che il terribile Brunetto si esprimeva così. Non si sa cosa gli capitava.         “Hai visto tu che predicavi la pioggia? Hai visto che non ne è caduta neppure una goccia?”         “Aspetta, aspetta, con quel cielo a pecorelle che c’era ieri sera vedrai che catinelle verranno giù. Non lo conosci il detto ‘cielo a pecorelle, pioggia a catinelle’? Non l’hai mai sentito?”         “Intanto adesso non piove …”         “Sì, ma vedrai se fra poco non pioverà …”
Ultimo aggiornamento ( giovedì 06 gennaio 2011 )
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Una bicicletta per la guerra. Traiettorie esistenziali dei militi della Repubblica Sociale Italiana PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio M. Arrigoni   
venerdì 20 marzo 2009

Una bicicletta per la guerra.

Traiettorie esistenziali dei militi della Repubblica Sociale Italiana  

di Antonio M. Arrigoni

Eugenio Chiaradia nasce a Caneva di Sacile il 17 febbraio 1912. Del padre ne sente parlare dalla madre, (casalinga per forza persa dietro ai sette figli): dovrà aspettare la fine della Grande Guerra per incontrarlo. Il padre era emigrato in Germania per lavorare, miniere di carbone, rare lettere scritte da mano sconosciuta (era analfabeta), misere rimesse di denaro: “ [...] si mangiava poco, [...] la fame era sofferta abbastanza”. Lo scoppio della guerra, nel ’15, richiama in patria il padre: “ci è andato come volontario, forse per sottrarsi alle miniere e avere da mangiare”. Alla fine del conflitto tutta la famiglia si sposta in Francia, di nuovo a scavare in miniera. Niente politica, niente giornali, dell’esperienza devastante della guerra il padre non ne parlerà più, si lavora soltanto, a testa bassa, nel ventre della montagna.

Dal Nord i Chiaradia si spostano nel Mezzogiorno francese. Eugenio va a scuola ma al tempo stesso scende anche in miniera. E la vita sui banchi non è meno dura di quella nelle gallerie di carbone: conosce poco il francese e fatica ad apprendere.

Eugenio ricorda che il maestro lo coinvolse in una lezione chiedendogli di rispondere ad una domanda. Il giovane fatica a comprendere ciò che gli viene chiesto, biascica una risposta in un francese stentato. Seccato il maestro lo rimanda al posto ammonendolo: “va s’assoire à ta place, tu n’est serai jamais un deuxième Mussolini!”. “[...] Io lo guardavo ma non sapevo chi era Mussoloni”. Il Chiaradia di oggi mi guarda, scuote la testa e sorride, forse ripensa alla sua ingenuità di allora, o a quanto invece quel nome avrebbe imparato a conoscerlo.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 20 marzo 2009 )
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