Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Dai ricordi di Claudio De Ferra, reduce della Rsi PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 04 novembre 2013

 

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Lo sto guardando e mi commuovo. Adesso anche lui mi guarda e fa un sorriso.

“Come va, amico mio?”

“Non posso lamentarmi, poteva andarmi peggio, molto peggio.”

“Lo immaginavo. Anzi lo speravo. Insomma ti è andato tutto bene.”

“Hai ragione, sono stato fortunato. Molto più di tanti altri, lo so bene.”

Era cominciato così quello strano incontro con il ragazzino che scendeva dal sentiero di alta montagna dove non mi era mai capitato di incontrare nessuno. Nessuna persona, intendo, perché di altri esseri viventi ne avevo trovati a volontà. Galli cedroni, picchi neri, picchi tridattili, scoiattoli, perfino tassi, ma esseri umani mai. Era troppo arduo salire su quel tracciato e troppo pericoloso inerpicarsi sul crinale di quella montagna. Un sentiero da capre, insomma. Ma a me piaceva proprio per questo, che non vi passava mai nessuno.

Invece quel giorno che non mi decidevo a uscire di casa per l’incombente pericolo di pioggia, quel giorno era accaduto che io vedessi in lontananza un’ombra in cima al sentiero. Come poteva essere che proprio quel giorno in cui la pioggia stava per venire giù a torrenti, un ragazzino si fosse inerpicato fin lassù? Non potevo proprio spiegarmelo. Ameno che non fosse un ragazzino, ma un piccolo orso, un animale di piccola taglia o chissà che. Dovevo salire e trovarlo. Anche se i tuoni in lontananza mi dicevano che stava proprio per arrivare un acquazzone. Ma io dovevo vedere.

“Ehi lassù! Chi sei?”

Non voleva rispondermi, eppure mi aveva visto bene, ne ero sicuro, sicurissimo.

“Vengo, vengo, adesso scendo …”

Arriva saltellando fra i sassi come un capriolo di poche settimane. Ha le ginocchia sbucciate e i pantaloni corti che mi ricordano il tempo in cui ero un bambino anch’io. Indossa una semplice camicetta leggera e adesso cominciano ad arrivare le prime gocce del temporale. Apro lo zaino e ci cavo un ombrellino pieghevole.

“Mettiti al riparo che di acqua ne verrà giù tanta. Tu non avevi preso niente per coprirti?”

Non mi risponde, ma capisco che ha gradito. Si stringe a me come fossimo nonno e nipote.

“Conosco una baita qui vicino dove potremo ripararci e attendere che spiova. Intanto ci conosceremo meglio. Sono contento di averti incontrato, sai?”

“Anch’io sono contento di averti conosciuto. Non avevo mai visto un uomo aggirarsi quassù. Specialmente non tanto giovane come te. Non ti viene il fiatone?”

“Sono io a rimanere stupefatto di aver trovato te, un ragazzino su questo sentiero. Io ci vengo ogni anno almeno una volta. Mi piace perché è un sentiero solitario. O meglio era solitario.”

Siamo arrivati alla baita senza gravi danni. Solo lui ha le scarpe fradice perché non ha calzato gli stivali di gomma. Forse neanche ne possiede un paio. La porta è chiusa, ma cercando un po’ più su, fra le tavole che ricoprono la capanna trovo la chiave. Conosco il trucco, me l’ha insegnato Gianluigi che è il proprietario della baita. Entriamo. C’è buio pesto lì dentro, ma io conosco ogni cosa in quello spazio angusto che frequento ormai da anni.

“Adesso accendo il fuoco. Speriamo che ci sia un po’ di legna asciutta e dei fiammiferi. Non fumo più da trent’anni e non mi porto i fiammiferi con me. Tu, intanto, togliti le scarpe se no prendi il raffreddore. Ma da dove sei arrivato fin quassù? E come mai sei solo?”

“Conosco bene questi posti, ci vengo da un bel po’. Giro sempre solo in montagna, ci sono abituato. Tu, piuttosto, non ti ho mai visto. Hai la casa da queste parti?”

“No, ho una casa giù in paese. E tu?”

Ogni volta che gli chiedo qualcosa di personale il ragazzino fa finta di non aver sentito. Mi guarda e sembra dirmi che non vuole rispondermi.

“Per me la montagna è la vita. Mi sento più vicino al Cielo, quello che non è fatto solo di aria. Mi sento bene quassù …”

Capisco che è inutile insistere e cambio argomento.

Intanto la legna ha finalmente preso fuoco e già se ne sente il primo tepore. Ma ci vorrà un bel po’ perché scaldi l’ambiente. Fuori continua a diluviare.

“Per fortuna che passavi di qui, se no povero me con tutta quest’acqua che viene giù …”

“Sì, ma c’è anche un’altra fortuna, che io mi sia fatto amico Gianluigi, se no qui non si entrava.”

Il ragazzino sorride.

“Siamo nati fortunati noi due” e mi strizza l’occhio.

Non so, mi pare di conoscerlo eppure non ricordo …

“Intanto che ci scaldiamo, raccontami un po’ della tua vita. Devi averne tanta alle tue spalle.

Devi averne tanta da raccontare e forse non ti dispiace raccontarne un po’ anche a me.”

Mi commuove le sincerità di quel bambino. Me ne sto innamorando.

“Dunque, sì. Ma da dove comincio? Da quando ero piccolo come te?”

“Sì, parti da lì, prima non mi interessa. Sarà come la mia, credo.”

“Allora comincio da quando sono andato alla scuola media e poi al liceo scientifico perché là ci insegnava un mio zio. Era professore di scienze naturali ed era molto buono. Forse non era il più bravo professore del liceo, ma era di sicuro il più amato per la sua bontà. Si chiamava Antonio, ma a casa per tutti era Tonìn, per me zio Tonìn. Durante l’estate si ammalò, lo prese un enfisema polmonare e a nulla servirono le cure di mio padre e degli altri medici accorsi al suo capezzale. Morì a soli quarantaquattro anni. Pensa tu, l’anno scolastico era appena cominciato e io mi vidi accanto al funerale, il mio primo funerale, i professori della mia classe che mi davano la mano e mi facevano le loro condoglianze. Non dimenticherò mai quella scena che si svolse all’entrata della galleria di piazza Goldoni dopo la quale ci recammo al cimitero noi soli familiari. Fu, come ti dicevo, la prima volta che mi resi conto della morte. Eppure avevo appreso la morte del mio nonno materno Giuseppe, dello zio materno Giovanni, entrambi conosciuti da bambino, ma quello fu il mio primo vero contatto con la nostra Sorella Morte. Avevo dodici anni, un paio di anni più di quelli che devi avere tu, vero?”

“Sì, hai ragione, io ne farò dieci fra un mese.”

“Insomma, dopo il liceo che conclusi con la media dell’otto e due punti, con tutti otto e un nove in tedesco e un dieci in matematica e fisica, mi annunciai volontario nella Milizia e feci tutta la guerra con la Repubblica Sociale Italiana che fu lo Stato che si costituì dopo la fuga della Monarchia. Il Re dovete fuggire perché i tedeschi, da lui traditi, lo avrebbero fatto a pezzettini se lo avessero preso. Per fortuna ci fu chi prese il suo posto e costituì una repubblica che ci salvò dalla rappresaglia dei teutonici. Si chiamava Benito Mussolini e morì a sua volta tradito da un generale tedesco che lo fece consegnare ai suoi nemici in cambio della sua vita. Ma questa è un’altra storia.

Io sopravvissi alla sconfitta e mi rifugiai in un convento benedettino dove rimasi nascosto fino al giorno in cui mi fu permesso di tornare in libertà. Avevo appena ventidue anni e dovevo ricominciare tutto da capo. Ma avevo alle spalle una famiglia unita, una mamma e un papà meravigliosi, tre fratelli che erano dei veri fratelli, una zia materna che mi voleva il bene che si vuole ad un proprio figlio, una zia paterna che mi aiutava con i suoi risparmi. Perché mio padre si era ammalato e bisogna che noi figli aiutassimo mia madre a venirne fuori col vitto e con l’affitto.

Io davo lezioni private e frequentavo l’università. Prima avevo scelto la facoltà di ingegneria, poi ripiegai su matematica che durava un anno di meno. Ma fu la scelta giusta perché lì incontrai l’uomo che mi insegnò, a modo suo, a pensare in matematica. Quando mi laureai, divenni il suo assistente. Intanto facevo il professore nelle scuole medie superiori avendo inaspettatamente vinto il concorso nazionale a cattedra nei licei. Avevo trent’anni e fu in quell’anno che mi sposai con la donna che la Divina Provvidenza mi aveva fatto incontrare. Un puro caso, una combinazione, dovuta al fatto che il mio fratello minore, Lucio, aveva conosciuto una ragazza compagna di scuola della sua fidanzatina e ne frequentava la famiglia. Ebbene io conobbi, attraverso lui, una sorella di quella ragazza, Jolanda, con cui legai subito perché ci intendemmo sulle cose fondamentali. Ma attesi per essere sicuro che era la scelta definitiva. Avevo intorno a me, a scuola e all’università, un campionario potrei dire sconfinato di ragazze che mi piacevano e cui piacevo, come accade a tutti quelli che salgono in cattedra. Si sa che il fascino del docente, bello o brutto che sia, ha un potere enorme. C’erano ragazzine che arrivavano in casa mia per una lezione privata con le poesie d’amore nel quaderno o con i fiorellini appena colti. Una mi portò le sue foto in costume da bagno e vi assicuro che non aveva bisogno di mostrare com’era fatta per capire ch’era bellissima. Avrei potuto pensarci ancora, ma fu mia madre a compiere l’intervento provvidenziale. Fu lei che mi portò sulla strada giusta anche senza dirmelo, solo facendomelo capire. Fu lei a telefonare a Jolanda per sapere se c’era qualcosa che non andava fra noi due. E così rimosse le mie ultime esitazioni. Ho ragione di pensare che mia madre è stata una santa e che parlava con la mamma di tutti, Maria, che fu la mia protettrice di sempre, in guerra e in pace.

Abbiamo avuto quattro figli e tutti bravi, non solo perché si sono tutti presi la laurea, ma perché sono legati a noi genitori con un filo che continua ad unirci come quando erano piccoli ed erano loro ad aver bisogno di noi, non noi di loro come adesso.

Sono poi diventato professore all’università e ho avuto l’affetto dei miei allievi, un affetto che rimane integro anche adesso che li incontro per caso in un ristorante e loro mi vengono a cercare e me lo vogliono ripetere che non si sono dimenticati di me.

Ho avuto anche una lunga carriera in politica. Anche questa con molte soddisfazioni. Ho avuto cariche di livello nazionale, sia accademiche che politiche. Adesso mi dedico quasi esclusivamente alla scrittura, tanto che alcune commissioni di premi letterari hanno finito per prendermi sul serio, quasi fossi uno scrittore e non uno che scrive per suo diletto. E mi hanno anche assegnato riconoscimenti di un certo peso.

Insomma meglio di così non poteva andarmi, non ti pare? Vuoi che ti dica di più? O ti basta?”

Il ragazzo mi guarda e sorride contento. Ha sul volto un sorriso enigmatico. Come se le cose che gli ho raccontato lui le sapesse da un pezzo. Poi rompe il silenzio ed esce con questa frase incredibile.

“Sono proprio contento di te, vecchio mio.”

Lo guardo stupito. Sono il suo ‘vecchio mio’ e da quando? Si alza dallo sgabello su cui stava seduto, prende le sue scarpe appena un po’ asciugate dal calore del fuoco, le calza e mi fa.

“Adesso non piove più. Adesso posso andare. Grazie ancora di tutto, vecchio mio.”

Apre la porta e se ne va. Sono ancora troppo intontito per cercare di fermarlo. E poi perché dovrei farlo se lui ha deciso così? Non sono mica il suo tutore. Però sono curioso di vedere dove si stia dirigendo. Mi alzo e vado alla porta a vedere che strada ha preso. Oltre il grande prato ci sono tre sentieri e voglio capire quale dei tre lui ha preso. Ma non vedo nessuno. Esco e giro intorno alla baita per vedere dove si può essere nascosto. Non c’è anima viva. Passano alte due poiane che pigolano beate. Sono l’immagine della libertà e della fedeltà. Hanno molto da insegnare a noi uomini. Basterebbe che noi cercassimo di capire i tanti segnali che ci circondano.

Che sia stato solo un sogno? Un sogno di un mattino d’estate?

Forse sì, è stato solo un bel sogno.

Ma le tracce di bagnato delle sue scarpe fradice di pioggia si vedono ancora attorno al focolare.

 

Ci sono cose più grandi di quelle che i nostri occhi possono vedere.

Forse mi sono visto quand’ero bambino e ci siamo parlati io con lui che ero io da bambino e lui con me che sono lui da vecchio.

 

 

Ultimo aggiornamento ( venerdý 08 novembre 2013 )
 
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