Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
In centinaia di foto inedite le opere pubbliche del fascismo PDF Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   
mercoledý 09 dicembre 2020

Abbiamo pubblicato il 6 dicembre 2020 sul "Giornale di Brescia" un nostro approfondimento sul nuovo fondo archivistico fotografico ricevuto dal Centro e dedicato alle opere pubbliche nel Bresciano durante il Ventennio. Vi riportiamo di seguito il testo.

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Costruzioni stradali, sistemazioni dei corsi d’acqua, urbanistica e edilizia pubblica, opere igieniche e sanitarie: queste alcune delle tematiche, riferite alla nostra provincia per il periodo del Ventennio, immortalate in diverse centinaia di fotografie d’epoca donate nei giorni scorsi all’Archivio Storico del Centro Studi Rsi di Salò.

Passano soltanto dieci anni dall’instaurazione della dittatura mussoliniana e sono oltre 24 i miliardi di vecchie lire investiti dal regime in lavori pubblici su tutto il territorio nazionale, Bresciano compreso, una cifra cospicua se si pensa che non era stata raggiunta neppure nei sessant’anni precedenti. Si pavimentano strade. Entrano in esercizio nuove linee ferroviarie. Sono messi in efficienza per la navigazione interna alvei di fiumi e canali. Si approvano piani regolatori per l’ampiamento e la sistemazione dei centri abitati. Vengono costruiti edifici pubblici, dalle scuole agli uffici postali, dai sanatori ai cimiteri, dalle case popolari ai macelli. Un siffatto, imponente piano di opere pubbliche non è marchiato – come si verifica con altre monumentali realizzazioni volute dal fascismo – dall’espressa volontà del regime di autocelebrarsi, di testimoniare la gloria e lo splendore del nuovo ordine, di lasciare ai posteri un ricordo di sé aere perennius. È pur sempre, però, il segno della ferma volontà di Mussolini di procedere spedito sulla via della «ricostruzione del Paese» per alleviarne la piaga della disoccupazione e della sotto-occupazione. Del resto, era questo un modo meno sfacciato, ma pur sempre efficace, di dimostrare come il fascismo fosse sollecito nel farsi carico dei problemi dei lavoratori. Tale piano di opera pubbliche era inoltre coerente con l’orientamento – di gran lunga prevalente negli anni Venti e Trenta e che Mussolini ha fatto proprio nel corso della sua militanza socialista – favorevole ad un massiccio intervento dello Stato nell’economia al fine di supportare quella domanda di investimenti e di lavoro che il settore privato non era più in grado di sostenere.

Il corpus fotografico, in larga parte inedito, in fase di inventariazione al Centro Studi Rsi di Salò, punta a raccontare per immagini specificamente questi lavori pubblici. Offre infatti un prezioso quanto curioso reportage in lungo e in largo per la provincia bresciana non tanto di quella che Carlo Belli, direttore della rivista «Brescia» (1929-1933), insieme all’architetto Giuseppe Terragni, definisce «paccottiglia accademica», ossia l’architettura littoria, quanto piuttosto dell’edilizia sociale e del servizio tecnico stradale sviluppati nel nostro territorio durante gli anni Venti e Trenta. Sono opere per «durare» che imprimono nel Bresciano il marchio del regime anche senza l’evidenza delle insegne del fascio. Sono uno strumento di governo che assicura il consenso grazie alla cassa di risonanza delle riviste patinate d’epoca (si pensi per la nostra provincia al già citato mensile «Brescia») e dei cinegiornali Luce. Quest’ultimi raccontano la politica fascista di lavori pubblici e di pari passo la trasformazione dell’idea e dell’uso del territorio in chiave moderna e di progresso. Si predispongono e si registrano cinegiornali riferiti a nuove arterie stradali e a interventi di edilizia sociale. Per il nostro territorio, al primo gruppo appartiene il girato degli anni Trenta, della durata di due minuti, sulla nuova strada gardesana tra Riva e Gardone. Al secondo, invece, i filmati su due luoghi assistenziali della città: il sanatorio antitubercolare di Villa Paradiso (1929) e «La casa della Goccia di Latte» legata all’Opera per la Maternità e l’Infanzia (1944), entrambi documentati da svariate fotografie nel fondo archivistico conservato a Salò.

 

 

 

L'"immenso cantiere fumante" che faceva leva sulle folle

 

Nella prima metà del Novecento nessuno Stato investe politicamente nell’architettura pubblica come l’Italia fascista. Dalla seconda metà degli anni Venti, ma soprattutto durante gli anni Trenta, anche nella nostra provincia – come testimonia la grande quantità di fotografie conservata a Salò – vengono realizzati centinaia di interventi – case del fascio, stazioni ferroviarie, scuole, sedi di enti parastatali, case dell’Opera nazionale balilla, sistemazioni di vecchi centri – per imprimere ovunque il marchio del regime. La suggestiva immagine di una provincia, come del resto dell’intera nazione, trasformata in un «immenso cantiere fumante» fa presa sulle folle. All’interno del fondo archivistico di Salò, reportage sono dedicati tra gli altri al «Nuovo ospedale di Brescia» (1935), alla «Casa dei Mercanti di Brescia» (1926), all’Ospedale Ricovero di Gussago (1932), in città alla «Casa della Madre e del Bambino» (1936), alle «Case degli impiegati provinciali e comunali» (1931) nonché alle scuole primarie (anni ’30), in provincia alla Casa del fascio di Darfo (1939) e di Gussago (1942).

Il «cantiere Brescia» si contraddistingue non solo per opere di edilizia pubblica, ma anche per gli interventi stradali. Le fotografie ritraggono maestranze all’opera nell’ampliamento del ponte sul fiume Mella a Villa Carcina e a Ponte Zanano (1932). Messa a fuoco ripetutamente dall’obiettivo del regime è la strada provinciale della Val Trompia, mediamente percorsa al giorno nel 1928 da 257 «veicoli ad una bestia», 96 mezzi «a più bestie», 155 automobili e 111 motocicli. È oggetto di continui interventi di miglioramento del manto stradale e di allargamento all’altezza, ad esempio, dell’abitato di Zanano, Campagnola di Mezzo, Brozzo, Carcina. Non solo. Le fotografie immortalano anche la Strada Gardesana Occidentale, l’arteria del Gavia, l’autostrada Brescia-Bergamo, la Rovato-Soncino, la Maniva-Bagolino, la strada lungo le frazioni di Lumezzane (specie il tronco a Mezzaluna San Sebastiano), la Salodiana. Sono interventi ex novo o di adeguamento delle strade ordinarie. La larghezza di 4 o 5 metri che andava benissimo per i pedoni, i carretti e le bicilette, non è «più concepibile per le automobili che vanno a cento all’ora», si legge in una relazione del 1931. Protagonisti degli scatti degli uffici tecnici provinciali sono anche i canali e le rogge della Bassa Bresciana, come quelli presenti tra Gambara e Leno. Rara è nelle fotografie l’evidenza delle insegne del fascio o dei motti mussoliniani, eccezion fata per un «Noi tireremo diritto» immortalato nella sistemazione della curva pericolosa dell’imbocco del ponte sul torrente Vrenda della strada provinciale Brozzo-Nozza (1937). Bastano le opere al regime – non solo per mantenere il potere – ma per raggiungere il consenso. Nella drammatizzazione della politica propria del fascismo – scrive bene lo storico Paolo Nicoloso – le opere pubbliche non hanno un peso trascurabile. Non sono coreografie marginali dell’economia complessiva, ma sono veri simboli del regime, essenziali per la diffusione della sua religione laica.

 

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 09 dicembre 2020 )
 
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