Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
9 settembre 2009, ore 21, lungolago di Sal˛: "L'ultimo fascismo" di Roberto Chiarini PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedý 08 settembre 2009

9 settembre 2009, ore 21, lungolago di Salò

Presentazione del libro:

 

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L’ultimo fascismo. Storia e memoria della repubblica di Salò

di Roberto Chiarini.

 

Interverrà l’autore intervistato da Tommaso Piffer.

 

Sarà inoltre proiettato il video “La memoria ritrovata”, un documentario riguardante il tragico biennio 1943-1945 costruito su videointerviste a reduci della Rsi e su spezzoni di filmati d’epoca.

 

Giovanni Belardelli, L’Italia dopo Salò e i due fascismi. La tendenza fu a dimenticare i fatti del Ventennio, in «Corriere della Sera», 13 maggio 2009, p. 33.  

 

Pur concentrata in poche pagine, quella che racconta Roberto Chiarini (L’ultimo fascismo. Storia e memoria della repubblica di Salò, Marsilio, pp. 143, 18) è qualcosa di più di una semplice «breve storia» di Salò. Nel suo libro c’è anche questa, com’è ovvio, ma c’è soprattutto il tentativo di individuare nella vicenda della Rsi gli elementi che avrebbero poi influenzato per decenni la vita politica dell’Italia democratica. Punto di partenza, naturalmente, è l’8 settembre, un armistizio che per le modalità in cui si realizzò segnò il «collasso, finale e definitivo, dello Stato e insieme di ogni vincolo di appartenenza a una comunità nazionale». Il repentino crollo di istituzioni e apparati pubblici che si verificò allora costrinse la maggioranza della popolazione ad affidarsi in via esclusiva ai vincoli familiari e alle relazioni interpersonali. Ne sarebbe uscito rafforzato quell’atteggiamento diffidente se non ostile nei confronti dello Stato che sembra caratterizzare ancora oggi la nostra vita pubblica. Per quanto riguarda la nascita della Repubblica sociale, essa non solo rese inevitabile nel 1943-45 che la guerra assumesse le caratteristiche (anche) di guerra civile, ma segnò in molti modi la storia futura.

Anzitutto, una parte della popolazione, fedele al ricordo dell’«ultimo fascismo» e alla memoria di una scelta che - si sosteneva - aveva salvato l’onore del Paese non rinnegando l’alleanza con Hitler, per molti anni nutrì forti riserve verso un regime nato sulla base della pregiudiziale antifascista. Comunque, più che un’unica memoria di Salò, nota Chiarini, sopravvissero nei reduci di quell’esperienza memorie diverse: c’era chi custodiva il mito positivo di una Rsi che aveva saputo contrapporsi, con una propria originale proposta (la «socializzazione»), sia al capitalismo sia al comunismo. E c’erano quanti, richiamandosi alla nobiltà delle motivazioni di chi aveva aderito a Salò come di chi aveva scelto la Resistenza, invitavano alla pacificazione nazionale. Esuli in patria, come sono stati più volte definiti, quanti restavano fedeli al ricordo della Rsi non furono per questo, o non furono sempre, politicamente irrilevanti. Negli anni del centrismo, mentre sul piano della legittimità politica continuava a valere la discriminante antifascista, su quello dei comportamenti si affermava una discriminante anticomunista. E quest’ultima sembrava rimettere politicamente in gioco la destra che rimaneva legata alla memoria di Salò. In realtà, dopo il 1945 la vicenda storica della Rsi avrebbe influenzato anche la stessa Italia maggioritariamente antifascista. Sul piano della memoria collettiva, infatti, il ricordo della Rsi giocò un ruolo decisivo nel permettere a milioni di italiani di assolvere se stessi per aver aderito al regime di Mussolini. Dopo il 1945, in sostanza, la repubblica di Salò venne ad assumere su di sé l’intera eredità del fascismo: ciò che diventava rilevante e colpevole era soltanto ciò che si era fatto dopo l’8 settembre, non i comportamenti precedenti quella data quando pure la dittatura fascista perseguitava gli oppositori, conduceva una guerra coloniale, varava una legislazione antisemita. Fu appunto sulla base della distinzione tra i due fascismi - quello durato fino al 25 luglio ‘43, l’altro nato nel settembre dello stesso anno - che un grande giurista, Arturo Carlo Jemolo, nel novembre ‘44 prese le difese del direttore amministrativo dell’Università di Roma, soggetto a procedimento di epurazione: ad essere rilevante, osservò, era la irreprensibile condotta che questi aveva tenuto dopo l’8 settembre ‘43, non ciò che aveva fatto durante il Ventennio.
Ultimo aggiornamento ( martedý 08 settembre 2009 )
 
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