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Istria Quarnaro Dalmazia, la storia finita nelle foibe PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedý 12 agosto 2010

Elena Pala, Istria Quarnaro Dalmazia, la storia finita nelle foibe. Discusso a Salò il libro di Cuzzi, Rumici e Spaziali che ricostruisce tutti i prodromi ultrasecolari della questione istriana, in «Giornale di Brescia», 12 agosto 2010, p. 31.

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È andato in scena ieri a Salò, all’interno del ciclo estivo dedicato ai «Colloqui con gli Autori», il tema delle foibe. Occasione per parlare del controverso ma sempre scottante capitolo della nostra storia recente è stato il libro di M. Cuzzi-G. Rumici-R. Spaziali, Istria Quarnaro Dalmazia. Storia di una regione contesa dal 1796 alla fine del XX secolo (Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2009). La storiografia sulla questione istriana e specificatamente sul martirio procurato agli italiani finiti sotto il controllo dei titini alla fine della seconda guerra mondiale si è enormemente arricchita negli ultimi anni, dopo un lungo colpevole silenzio durato grosso modo quasi mezzo secolo. Silenzio dovuto ad un complesso intricato di ragioni: politiche e ideologiche, partitiche e di stato, di politica interna e internazionale. Su tutto ha proiettato la sua lunga ombra il nazionalismo mussoliniano, che ha finito col confinare il tema delle foibe nel girone maledetto del nostalgismo parafascista.

 

Anche chi si è avventurato a scandagliare dove fossero finite quelle migliaia di italiani colpevoli per lo più solo di essere di una nazionalità che il regime comunista jugoslavo in costruzione aveva deciso di eliminare perché d’intralcio alla costruzione di una società normalizzata secondo i dettami di un’ideologia totalitaria, è rimasto comunque prigioniero nella maggioranza dei casi dal circuito disegnato dall’aggressione fascista nel 1941 allo Stato confinante, con il conseguente strascico di repressioni e violenze esercitate sulle popolazioni slovene e croate e i precedenti di forzata italianizzazione della zona perseguita dal regime. Come se i problemi fossero insorti solo nel settembre del 1943 o, al massimo, all’indomani della prima guerra mondiale. Pochi si sono posti il problema di seguire nei tempi lunghi il sorgere di quella questione istriana che si confonde con la più ampia e generale questione orientale. Lo ha fatto in modo sistematico l’opera al centro del confronto tenutosi ieri sera a Salò. Il volume presenta, peraltro, un secondo indubitabile merito, di aver arricchito cioè la rigorosità scientifica del racconto con una apprezzabile capacità di metter a disposizione del largo pubblico delle scuole un’esposizione arricchita di un utile materiale didattico, decisivo per superare il circuito ristretto degli addetti ai lavori.Veniamo a conoscere in tal modo come la più che centenaria presenza veneziana sulla costa abbia fatto insorgere una questione di convivenza tra popolazioni diverse per interessi economici, per religione, per identità, per aspettative politiche: convivenza che ha cominciato a conoscere difficoltà crescenti a partire dall’Ottocento coll’affermarsi della questione nazionale  in tutto il Continente europeo e ad esacerbarsi a partire dagli inizi del Novecento con la trasmutazione genetica dell’idea nazionale in nazionalismo aggressivo  intollerante. L’orrore dei diecimila corpi scaraventati con ferocia bestiale nei crepacci del Carso (primo capitolo di una tragedia che ne conoscerà un secondo, non meno doloroso, vissuto dalle centinaia di migliaia di esuli, costretti a lasciare a mani nude la loro terra, i loro beni, i loro affetti per cercare di reinventarsi una nuova vita nella madre patria assai maldisposta ad accoglierli) acquista in tal modo una profondità storica che ci aiuta a comprendere meglio, anche se non a giustificare prima ancora sul piano umano che su quello politico, la tragedia delle foibe.Si diceva dell’oblio calato sulle foibe dopo la fine della guerra. Il libro in questione lo solleva senza, con ciò, rianimare antiche passioni che non hanno più ragion d’essere dopo la fine della guerra fredda, invitandoci indirettamente a riprender quell’esame di coscienza sulla rimozione al riguardo attuata in tutti questi anni. È un esame che interessa anche noi bresciani, non solo in quanto italiani, ma anche perché per parte nostra abbiamo responsabilità da evadere per l’accoglienza a dir poco pelosa che abbiamo riservato a quei connazionali che hanno riparato nel dopoguerra nella nostra provincia a lungo ospiti in precarie condizioni nei cinque campi profughi locali (a Brescia in via Callegari a Brescia, a Bogliaco, a Chiari, a Fasano, a Gargnano)  faticando non poco a rifarsi una vita.
Ultimo aggiornamento ( giovedý 12 agosto 2010 )
 
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