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Miti grandiosi d'epica fascista PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdý 07 giugno 2013
L'Italia tra le Arti e le Scienze è il titolo dell'affresco che Mario Sironi dipinse nell'Aula Magna della nuova Città Universitaria a Roma nel 1935. Il pittore aveva ringraziato Mussolini per avergli assegnato «il compito di illustrare il fascismo sulla grande parete del Salone dell'Università romana». Nell'affresco, ispirato a una visione epica della Storia, Italia fascista si ergeva austera fra le Scienze e le Arti, che l'attorniavano simili a un coro inneggiante alla sua grandezza. Alle spalle dell'Italia, posava superba un'aquila imperiale e la sagoma imperiosa di un fascio littorio si stagliava dalla roccia di una montagna, affiancata da un arco trionfale recante il profilo del duce equestre: nel cielo volava trionfante una Vittoria armata.
Quindici anni dopo, l'Italia repubblicana affidò a un altro pittore il compito di cancellare dall'affresco di Sironi i simboli fascisti. Senza il consenso dell'autore, l'intera opera fu sottoposta dal pittore epuratore a una ridipintura accademicamente leziosa, che alterò gravemente lo stile rude e monumentale dell'originale.

La defascistizzazione dell'affresco fu coerente ed emblematica conseguenza della radicale mutazione avvenuta in Italia dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale, quando ebbe tragicamente fine l'«epoca di miti grandiosi e giganteschi sconvolgimenti», descritta da Sironi nel 1932. Allora il pittore credeva che l'Italia, sotto la guida del duce, avrebbe conquistato il primato universale, che i pittori futuristi eccitati dall'incipiente industrializzazione del Paese avevano profetizzato nel febbraio 1910: «Per gli altri popoli, l'Italia è ancora una terra di morti, un'immensa Pompei biancheggiante di sepolcri. L'Italia invece rinasce, e al suo risorgimento politico segue il risorgimento intellettuale. Nel paese degli analfabeti vanno moltiplicandosi le scuole: nel paese del dolce far niente ruggono ormai officine innumerevoli: nel paese dell'estetica tradizionale spiccano oggi il volo ispirazioni sfolgoranti di novità». Ebbri di italianismo e di modernismo, come lo erano quasi tutti i militanti delle avanguardie italiane, i pittori futuristi non sapevano di echeggiare le parole scritte l'anno prima da un giovane socialista rivoluzionario, Benito Mussolini, anch'egli contagiato dall'italianismo, nonostante fosse internazionalista: «L'Italia attuale va perdendo le caratteristiche di un cimitero. Dove un tempo sognavano gli amanti e cantavan gli usignoli, oggi fischiano le sirene delle officine. L'Italiano accelera il passo nello stadio dove le Nazioni corrono la grande Maratona della supremazia mondiale. ... L'Italia si prepara a riempire di sé una nuova epoca nella storia del genere umano».
Cinque anni dopo, il giovane socialista si convertì al patriottismo e partecipò con i futuristi all'interventismo e alla Grande Guerra, generatrice di giganteschi sconvolgimenti e di grandiosi miti palingenetici. E insieme rimasero per i successivi trent'anni, nel regime totalitario che Mussolini instaurò dopo il 1922. «Noi siamo sicuri – scriveva Sironi e altri futuristi al duce dopo la sua ascesa al potere – di avere in Mussolini l'Uomo che saprà giustamente valutare le forze della nostra arte dominante nel mondo».
Convinti di essere gli artefici di una moderna civiltà italiana, destinata a perpetuarsi nel tempo come l'antica civiltà romana, Sironi e molti artisti di avanguardia furono fascisti perché non credevano nella democrazia, disprezzavano il governo della maggioranza ed esaltavano in Mussolini il duce di una nuova grande Italia. «La storia ci ha insegnato – affermava l'architetto Giuseppe Pagano nel 1934 – che la gente degna del proprio tempo rappresenta una costante minoranza. Esistono soltanto delle "guide", dei "caposquadra", dei "comandanti" o dei "profeti". Il resto dell'umanità è inceppata dall'inerzia, impigrita dalle abitudini, fossilizzata nelle idee comuni, nelle frasi fatte, nei preconcetti distillati sui banchi di scuola». E Sironi ribadiva, nello stesso anno, che la monumentalità fascista da lui propugnata era l'«espressione architettonica della società fascista dello Stato, della Religione, del Comando», «la voce del Capo al di sopra della voce delle moltitudini». Per Sironi, il fascismo era uno "stile di vita", che avrebbe rigenerato gli italiani, dando loro una nuova dignità nazionale e internazionale nel mondo moderno. Il pittore e il fascismo ignoravano l'ammonimento di Mazzini: non può esservi la dignità della nazione senza la libertà del cittadino.
Fascisti per convinzione, Sironi e Pagano finirono travolti dalla fine del regime e dalla catastrofe dell'Italia nella guerra voluta dal duce per ambizione di grandezza e di potenza. Tutti coloro che avevano creduto nel fascismo, scriveva Pagano nell'agosto 1943, si erano trovati «prima o poi di fronte a disillusioni sempre più gravi, ad amarezze sempre più odiose, a crolli sempre più terribili. ... Oggi noi ci troviamo veramente a una svolta della nostra storia che sta maturandosi e che ci ha preso quasi in agguato con la sua improvvisa realtà».
Pagano rifiutò di aderire alla repubblica di Mussolini. Arrestato nel novembre 1943, morì il 22 aprile 1945 nel campo di concentramento a Mauthausen. Sei giorni dopo, Mussolini fu fucilato dai partigiani. Anche Sironi fu catturato dai partigiani a Dongo, ma fu sottratto alla fucilazione da un partigiano che era stato suo allievo. Il pittore aveva seguito il duce nell'ultima avventura, conservando la sua «lontana, immacolata ardentissima e totale fedeltà», come gli scriveva alla fine del 1942, «poiché in essa è tutto il mio orgoglio, per essa ho vissuto e sofferto e in essa risorgono sempre tutte le mie più grandi speranze. Che Iddio protegga Voi e con Voi tutti noi». Di speranze, in verità, Sironi non ne aveva più nessuna. I miti grandiosi in cui aveva creduto erano crollati sotto i giganteschi sconvolgimenti della guerra. «S'è tutto rotto in questi mesi, tutto», scriveva nel 1945: «Non sono rimaste che macerie e paura». Anche la sua visione epica della Storia si era penosamente disfatta: «La Storia è la storia della piccolezza umana – questo schizzo di fango lo spazio i secoli e la luce del sole su questa terra di melma disseccata».
L'Italia immaginata da Sironi nell'affresco dell'Aula Magna era stata annientata, mentre l'Italia reale giaceva pestata e prostrata tra le macerie. Poi, nella nuova Italia democratica, che aveva ripudiato i miti della potenza e del primato, il pittore visse come un eremita che imprecava contro «questo porco governo di preti maledetti», deprecava i difetti degli italiani, malediceva la «bestialità umana». Affranto dal suicidio della figlia Rossana, chiuso in una «crisalide di disperazione», senza più «illusione di trionfi», negli ultimi anni Sironi espresse nella pittura, negli scritti e nelle poesie la visione tragica di un'apocalisse senza palingenesi. Morì a Milano il 13 agosto 1961, mentre una prospera Italia repubblicana, assisa tra i miti e simboli del "miracolo economico", festeggiava il centenario della sua unità.

«Il Sole 24 Ore», 2 giugno 2013, p. 31.

Questo articolo è una sintesi della lezione «Miti grandiosi e giganteschi rivolgimenti a partire da «L'Italia tra le arti e le scienze» di Mario Sironi» che Emilio Gentile ha tenuto mercoledì scorso a Milano, alle ore 21, nella Basilica Santa Maria delle Grazie, per il ciclo di lezioni «La Storia nell'Arte» promosso dagli Editori Laterza.

 

 
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