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Spike, la storia in nero PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 25 ottobre 2008

Roberto Escobar, Spike, la storia in nero, in «Il Sole 24 Ore», 12 ottobre 2008, p. 53.

 

 

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È assurdo criticare «Miracolo a Sant'Anna» per la sua interpretazione della Resistenza: a Lee interessa la sorte degli afroamericani.

 

 

C’è la Storia, e poi ci sono le storie. E al cinema non occorre che queste si mo­dellino del tutto su quella. Capita così che Spike Lee racconti una storia, e che in parte questa storia si allontani dalla Storia, ap­punto. O meglio, che introduca in essa un elemento "di fantasia". Che cosa farà lo spettatore? In nome della correttezza storiografica rifiuterà forse Miracolo a Sant'Anna (Miracele at St. Anna, Usa e Italia, 2008,144')?

Questo è accaduto, di fatto: che il racconto ambientato in Toscana nell'agosto del 1944, nei giorni dell'ec­cidio nazista di Sant'Anna di Stazzema, sia stato rifiutato a partire da una brevissima sequenza, nella quale il co­mandante dei criminali che uccisero 560 persone accusa un partigiano tra­ditore di non aver consegnato alle Ss un comandante della Resistenza (La Farfalla, interpretato da Pierfrancesco Savino), e di esser perciò il responsabi­le vero della strage. E questo, appunto, contrasta con ogni ricostruzione dei fatti, sia giudiziaria sia storiografica, come del resto avverte una didascalia all'inizio del film. La cosa, peraltro, non ha impedito polemiche e accuse di revisionismo. E neppure ha impedi­to un "uso" opposto del film, che per alcuni è stato un'ottima occasione per rilanciare l'accusa (ignobile) rivolta in genere alla lotta partigiana: quella d'aver provocato ritorsioni tedesche, e dunque stragi fra i civili. E niente con­ta che nella sceneggiatura (di James McBride e Francesco Bruni) mai si ac­cenni a una simile prospettiva per così dire interpretativa della Resistenza. Anche questo è segno della miseria po­litica, culturale e morale dei tempi. Conviene dunque prender le distanze da queste volgarità, e stare al film e alla sua storia, così come Lee la racconta partendo da un romanzo di McBride.

Narra questa storia di due fatti che ap­partengono alla Storia. Oltre a quello di Sant'Anna di Stazzema, infatti, il film rie­voca quello della divisione Buffalo Soldiers, la prima dell'esercito america­no composta interamente di afroameri­cani, a parte gli ufficiali. Si trattava di un "esperimento", in un'epoca in cui il se­gregazionismo era la regola, negli Usa. A questo secondo fatto, certo, Lee è più interessato che al primo: lo conosce meglio, in esso può esprimere meglio la sua passione politica, e addirittura la sua po­etica. Infatti, la strage nazista fa solo da sfondo alla storia che davvero gli sta a cuore: quella di quattro soldati della Buf­falo che rimangono bloccati in un paese della valle del Serchio, vicino al luogo della strage. Attraverso di loro, e attra­verso le loro diverse visioni del mondo, l'autore di Fa' la cosa giusta (1989) rac­conta della dignità degli afroamericani, e del loro diritto ad avere una memoria e dunque una Storia.

È Malcolm X il film che più si avvici­na a Miracolo a Sant'Anna (e forse è La 252 ora, del 2002, quello che più se ne allontana, anche dal punto di vista espressivo). Allora, nel 1992, Lee raccontava la Storia dei neri d'America e del movimento nato attorno al loro lea­der, ucciso dalla Già e da alcuni ex compagni traditori nel 1965. Per farlo, in­ventava una storia, e anzi più d'una. Questo del resto è il cinema, perlome­no quello "popolare": non uno strumen­to d'indagine storiografica, ma la voce di cantastorie, di inventori e costrutto­ri di miti. Malcolm Little diventava co­sì una sorta di profeta e di martire, e il protagonista eroico di un'agiografia. Ora, tra le montagne toscane, Lee rac­conta un capitolo importante della Sto­ria dei neri d'America, e lo fa di nuovo inventando, qua e là anche mitizzando. Mitico e addirittura favolistico è Sam Train (Ornar Benson Miller), tanto gi­gantesco quanto innocente e ingenuo. È un pezzo di natura, Sam. Lo è tanto da finir quasi per confondersi con il Gigan­te addormentato, che secondo gli abitan­ti del paese veglia sugli uomini dall'alto di una montagna. È lui che incontra e salva il piccolo Angelo (Matteo Sciabordi), sfuggito ai mitra delle Ss a Sant'Anna. Ed è lui che, più di ogni altro, testimonia e difende la dignità umana, al di là di colo­ri, lingue, razze. Se si vuole, è lui il perso­naggio più programmatico del film, ma non il meno convincente.

Programmatico, del resto, è tutto Mi­racolo a Sant'Anna. Lee lo gira allo sco­po e proprio con il "programma" di fa­re un film (di guerra) di cui siano prota­gonisti degli afroamericani, contro la tradizione del cinema hollywoodiano. Anzi, con il programma di inventare storie che suggeriscano e testimonino una Storia di cui gli afroamericani so­no stati protagonisti. Che questo, insie­me con un finale per così dire zucche­roso, sia il limite del suo lavoro è possi­bile. Ma è anche certo che sia il suo mo­tivo d'interesse.
Ultimo aggiornamento ( sabato 01 novembre 2008 )
 
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