
| Una falsa etichetta, Giappone potenza «Fascista» |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 15 febbraio 2009 | |
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Sergio Romano, Una falsa etichetta, Giappone potenza «Fascista», in «Corriere della Sera», 8 gennaio 2009, p. 37.
Quali furono i punti salienti del processo di «fascistizzazione» dello Stato giapponese negli anni Venti-Trenta del secolo scorso, e in che cosa il fascismo nipponico differì da quello italiano? Se non sbaglio in Giappone esso fu conseguenza della forte crisi finanziaria del 1929, che portò alla militarizzazione della classe dirigente e allo smantellamento dello Stato di diritto. Michele Toriaco Torremaggiore (Fg)
Caro Toriaco, Il Giappone degli anni Trenta e della Seconda guerra mondiale fu definito fascista perché l’affermazione serviva a semplificare il conflitto - «le democrazie contro i fascismi» - ed era particolarmente gradita all’Unione Sovietica. Ma la definizione è fuorviante. Vi furono anche in Giappone, come in ogni altro Paese, gruppi che s’ispirarono per i loro programmi ai regimi dell’Italia e della Germania. Ma il sistema politico del Giappone fu soprattutto una combinazione di imperialismo, militarismo europeo e tradizioni feudali adattate alle modernità. Mentre fascismo e nazismo ebbero, soprattutto all’inizio, una forte componente sociale e un largo seguito nei ceti popolari, il militarismo giapponese nacque nelle accademie militari e negli stati maggiori. Le radici del fenomeno sono nella rapida ascesa internazionale del Giappone dopo le grandi riforme istituzionali della seconda metà dell’Ottocento. In meno di vent’anni il Paese sconfisse la Russia, conquistò la Corea, partecipò alla guerra degli Alleati contro la Germania, sedette coi vincitori al tavolo della pace, combatté contro la Russia bolscevica. Ma il suo vero obiettivo, negli anni in cui era alleato delle democrazie occidentali, era la trasformazione della Cina in un protettorato giapponese. Nel 1931 inscenò un incidente per impadronirsi della Manciuria, instaurarvi lo Stato satellite del Manciukuò, sbarcare le proprie truppe a Shanghai e assoggettare il governo di Pechino a una serie di umilianti ultimatum. Il successo della sua politica ebbe ricadute internazionali e domestiche. Comincia allora il graduale peggioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, decisi a evitare il dominio giapponese della Cina. Ed esplode all’interno della casta militare la lotta per la conquista del potere. Le forze armate erano state protagoniste dei successi militari del Paese, ne avevano tratto grande vantaggio ed erano diventate un centro di potere sempre più insofferente dei limiti che il Parlamento e i partiti cercavano d’imporre alla loro «missione». Ma si erano divise in due fazioni contrapposte che sono state ben descritte da uno dei migliori storici dell’Asia Orientale, Giorgio Borsa, in un libro apparso nel 1995 («Dieci anni che cambiarono il mondo 1941-1951», Corbaccio editore). Quando un’ala radicale, composta da giovani ufficiali, tentò nel febbraio 1936 la conquista del potere e l’instaurazione di una dittatura militare, la fazione Toseiba (in italiano, gruppo di controllo), restaurò l’ordine e punì gli insorti con 17 condanne a morte. Ma fece con maggiore accortezza e gradualità ciò che i giovani rivoltosi avevano cercato di realizzare con la forza. La guerra contro la Cina scoppiò un anno dopo e i rapporti del Giappone con le due grandi potenze anglosassoni divennero da quel momento sempre più tesi e conflittuali. Non credo, caro Toriaco, che l’ascesa del militarismo giapponese sia dovuta alla grande crisi del 1929. Le motivazioni furono principalmente le ambizioni imperiali della casta militare e di una parte della classe dirigente. È vero tuttavia che i maggiori gruppi economici si allinearono, dopo qualche esitazione, sulla linea aggressiva della politica estera giapponese. Come spiega Borsa, finirono per convincersi «che le conseguenze non ancora del tutto superate della "grande depressione", con le conseguenti restrizioni provocate al commercio estero, rendevano difficile una politica di espansione pacifica e cercarono di trarre il massimo vantaggio dai progetti di industrializzazione della Manciuria e dalle opportunità offerte dalla costruzione di un vasto potenziale militare». Sono in parte gli stessi gruppi e le stesse famiglie che, ammaestrati dalla guerra, costruirono su altre basi il miracolo giapponese del secondo dopoguerra. |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 26 febbraio 2009 ) |
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