Mario Serenellini, 1948, destra e sinistra contro la satira di Zampa, in «La Repubblica», 25 agosto 2008, p. 39. 
Torna a Venezia, restaurato e riabilitato, il film che 60 anni fa sollevò un inatteso polverone nazionale: critici e politici all’attacco, referendum tra gli spettatori e incidenti in varie sale, con finale interrogazione parlamentare. Premiato con la Coppa Enic alla IX Mostra del 1948 quale "film italiano di miglior fattura tecnica", Anni difficili di Luigi Zampa, viene presentato il 29 in versione restaurata dalle Cineteche di Milano e di Bologna e dal Museo di Torino, nella retrospettiva "Questi fantasmi: cinema italiano ritrovato (1946-75)".
Radiografia ridanciana del Ventennio fascista con successive propaggini democristiane, ispirata a un racconto di Vitaliano Brancati, con cui il regista inaugura un fruttuoso sodalizio neorealista pari a quello di Zavattini-De Sica, il film assume a campione una minuscola provincia sicula e un suo opaco abitante, l’impiegatino gogoliano Aldo Piscitello (l’eccellente Umberto Spadaro, gemello del Renato Rascel del Cappotto diretto 4 anni dopo da Lattuada). Costretto a iscriversi al fascio sotto minaccia di licenziamento, Piscitello pagherà cara la sua tessera, attizzando zuffe casalinghe con la figlia (l’esordiente Odette Bedogni, futura Delia Scala) e perdendo il figlio maggiore (l’aitante Massimo Girotti), sballottato da un fronte all’altro (Etiopia, Spagna, Russia) fino all’esecuzione a tradimento per mano tedesca: verrà poi licenziato, in quanto fascista, nei giorni della Liberazione, mentre i suoi superiori, tempestivi nel riciclo politico, resteranno al loro posto. Fitto di sfarzose stoccate alle ottusità di regime ("cercatemi quello sporco antifascista del librettista", aizza il direttore di teatro durante la Norma, prima di sentirsi rispondere che l’opera è d’un secolo prima), puntellato di sincopi da comica finale (l’andata-ritorno in aereo del bianco destriero che avrebbe dovuto sostenere i lombi del duce nel suo ingresso trionfale a Alessandria d’Egitto), iniziato, col titolo "Credere, obbedire, combattere", da Carlo Ludovico Bragaglia, subito sostituito da Zampa, il film è un primo tentativo di satira politica, sia pur velata e frenata, nel cinema italiano del dopoguerra che avrebbe poi delegato per molte stagioni il battibecco ideologico alla bonaria saga di Peppone e Don Camillo, con l’eccezione di qualche altro titolo asprigno dello stesso Zampa: Processo alla città (1952), L’arte di arrangiarsi (1955) e il bis di Anni difficili, cioè Anni facili, di cui la burocrazia di Stato vieterà nel '53 la distribuzione all’estero, perché l’immagine d’"un’Italia corrotta e piena di scandali non corrisponde alla realtà". Esplosive furono, già a Venezia, le reazioni dei giornali, e misero d’accordo, per una volta, destra e sinistra. "Un film apertamente diffamatorio di qualsiasi valore nazionale", tuona, il 29 agosto di 60 anni fa, "Vie Nuove", cui fa eco "Momento Sera", invocando un’interrogazione in Parlamento nonché "l’immediato sequestro e la distruzione dell’infame pellicola". A sorpresa, sarà Giulio Andreotti - il nemico giurato dei "panni sporchi" al cinema, già in azione con occhiute sforbiciature sul contemporaneo Ladri di biciclette - a prenderne le difese, riconoscendo nella "storia di un povero diavolo che fa le spese di tutti i rivolgimenti politici" una realtà "che tanti italiani han conosciuto". Bistrattato in Italia (con l’eccezione di Italo Calvino che su "Cinema Nuovo" considera Zampa "il regista più interessante" tra quanti hanno trasformato lo stile poetico di Visconti e Rossellini in "lingua corrente"), incensato in Usa ("magistrale interpretazione chapliniana di Spadaro", scrive il "Time"), dove esce nel '50 con una prefazione di Arthur Miller letta da John Garfield, il film ha la sua splendida autodifesa nella lapidaria premessa di Brancati: "Ridere dei propri difetti è la virtù dei popoli civili". Nel rivedere oggi Anni difficili, amarissima parabola degli umili e degli indifesi, non si tarda a capire che cosa abbia indotto politici e intellettuali a far muro contro il film, sinceramente indignato verso privilegi e manovre d’un potere colluso, clientelare, demagogicamente moralistico. Impressionanti, poi, a posteriori, analogie con l’Italia d’oggi, con ritornelli di ritorno, dal mussoliniano "Scendiamo in campo" al sintetico responso d’un residuo fautore dell’amor patrio, subito tacciato di disfattismo: "L’Italia? Questa non è l’Italia, è una banda di avventurieri". |