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25 aprile. Il vero «revisionismo»? Allargare l’analisi all’antifascismo della popolazione civile PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 05 maggio 2008

Giovanni Grasso, 25 aprile. Il vero «revisionismo»? Allargare l’analisi all’antifascismo della popolazione civile. Parla il decano degli storici cattolici, in «Avvenire», 22 aprile 2008, p. 31.

 

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«Quando leggo che qualcuno propone di mettere mano ai libri di storia per ridimensionare il peso dalla Resistenza, a 91 anni, vengo ancora preso da amarezza e preoccupazione per il futuro di questo Paese: la storia, per quanto nessun ricercatore può essere completamente scevro da passioni, si fa sui dati oggettivi e si fa per capire, e non per emettere sentenze aprioristiche». Gabriele De Rosa, presidente onorario dell'Istituto Sturzo e caposcuola della storiografia italiana, ritiene, al contrario, che «molte pagine della guerra di Liberazione vadano ancora scritte».Insomma, più che ridimensionare, bisognerebbe approfondire, stu­diare, allargare gli orizzonti...

«Certamente. La storiografia sulla Resistenza, all'inizio, si è limitata al­le formazioni partigiane. Poi, pian piano, si è cominciato a mettere in luce il prezioso contributo dei sol­dati italiani: quelli che resistettero con le armi, come a Cefalonia, o che si unirono alle truppe alleate o ancora quelli che si rifiutarono di arruolarsi nell'esercito di Salò e fu­rono deportati nei lager in Germa­nia, esposti a sofferenze morali e fi­siche indicibili. Nel 1995 un conve­gno all'Istituto Sturzo, a conclusio­ne di tre anni di ricerche negli ar­chivi diocesani e parrocchiali fece il punto sulla vasta e diffusa colla­borazione del clero alla lotta anti­nazista. Ultimamente, alcuni studi stanno facendo venire alla superfi­cie molti episodi di eroismo civile nell'Italia meridionale, sfatando, almeno in parte, lo stereotipo di un Nord partigiano e di un Sud remis­sivo e attendista. Credo che ancora rimanga da scrivere il capitolo forse più consistente della Resistenza: quello della sofferenza, del sacrificio, del coraggio della popolazione civile in quel tragico periodo che va dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Ma è ormai chiaro che, con tutte le sue sfaccettature e anche contraddizioni, la Resistenza al na­zismo fu in Italia un movimento di popolo, una storia corale, non para­gonabile neanche a quello che ac­cadde durante il Risorgimento, che fu un fenomeno piuttosto elitario».

Dunque qualcosa che va molto al di là del movimento partigiano...

«Già Federico Chabod ci ammoniva a non considerare la Resistenza co­me un fenomeno limitato alle orga­nizzazioni armate. Chi nascondeva o nutriva un solda­to italiano o alleato, un ebreo, un partigiano rischiava il plotone d'esecuzio­ne. E credo non ci sia famiglia in Italia che non abbia nella cerchia delle sue parentele o amici­zie qualcuno che lo abbia fatto. Il mio amico Paolo Emilio Taviani, partigiano cattolico e pro­tagonista della liberazione di Geno­va, mi ripeteva sempre che senza l'appoggio morale e materiale della popolazione civile i partigiani avrebbero potuto fare ben poco».

Sembra una lettura molto meno politicizzata di quella che pure cer­ta storiografia più antica (in chiave celebrativa) e certa più recente (in chiave denigratoria) hanno fin qui avvalorato...

«Le racconto un episodio persona­le. Io ero ufficiale dei granatieri, in convalescenza a Roma dopo aver combattuto a El Alamein. Abitavo presso una affittacamere, nel quar­tiere Tiburtino. Subito dopo l'8 set­tembre venne a cercarmi a casa il responsabile di zona della polizia fascista accompa­gnato da un ufficia­le delle Ss. La pa­drona di casa, una ex contadina cala­brese, davanti a questi figuri armati e minacciosi, ebbe la forza d'animo di mentire spudorata­mente: "Il tenente De Rosa? È napole­tano, se n'è fuggito a Napoli, come gli altri". Quella pic­cola donna mi aveva salvato la vita, mettendo in pericolo la sua. Perché lo fece? Per ubbidire a qualche ordi­ne di partito? Per coerenza con qualche ideologia più o meno rivo­luzionaria? Credo che la Resistenza, prima di essere un fenomeno poli­tico, sia stato un movimento mora­le, umano, cristiano, di riscatto e di rivolta dopo vent'anni di oppressio­ne e di fronte alla crudeltà e ferocia disumana dei nazifascisti».

Lei, come molti altri giovani, era iscritto al Guf, poi partì volontario per El Alamein, infine si ritrovò a rare la Resistenza. Può raccontarci questa sua parabola mentale, que­sto processo di conversione radica­le che avvenne in quegli anni?

«Eravamo stati educati tutti, a scuo­la e fuori, all'obbedienza al fasci­smo, che aveva fatto tante cose buone per l'Italia e per la Chiesa, aveva restaurato l'ordine, aveva ri­scattato la nazione a livello mon­diale, che era esaltato dalla stampa internazionale per i suoi successi. L'entrata in guerra cominciò a farci aprire gli occhi sul fallimento mora­le oltre che politico del regime e del suo grigio conformismo. Tra i miei compagni, alla scuola allievi ufficia­li, c'era davvero di tutto: cattolici, crociani, marxisti, socialisti. Non ci sentivamo ancora formalmente di antifascisti, ma lo stavamo diven­tando, direi, quasi naturalmente. Partimmo per l'Africa con l'inten­zione di compiere il nostro dovere a qualunque costo. Combattemmo, con pochi mezzi contro forze preponderanti, per la patria, per la bandiera, per il giuramento di fe­deltà alla monarchia. La caduta di Mussolini non mi colse di sorpresa, era nei fatti. E l’8 settembre capii che lo stesso imperativo morale che mi aveva spinto a combattere in Africa mi ingiungeva di riprendere le armi contro l'oppressione nazista».

Con quali motivazioni lei scelse la lotta clandestina?

«Eravamo di fronte non a una guer­ra d'indipendenza per cacciare l'in­vasore straniero dal suolo patrio, ma a una di lotta tra il bene e il ma­le; tra un umanesimo cristiano e la barbarie hitleriana, tra una civiltà basata sulla libertà e il diritto e una ideologia fondata sull'odio, il razzi­smo e la sopraffazione. In questo ci sentivamo idealmente affratellati alle truppe anglo-americane, alla resistenza francese, a ogni uomo che combatteva in Europa per la li­bertà. Quando oggi sento parlare di "morte della patria", posso assicurare che per me e molti altri miei amici fu quello stesso amore per l'I­talia che ci portò a El Alamein a far­ci prendere le armi contro i nazifascisti. Per me e per molti altri fu una scelta innanzitutto morale, civile, religiosa, persino letteraria e infine politica, ma senza inseguire o va­gheggiare modelli che non fossero scaturiti direttamente da quello che avevamo visto e sentito in quei ter­ribili mesi».
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 14 maggio 2008 )
 
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