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A chi serve la versione edulcorata del fascismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 02 maggio 2008

Mario Pirani, A chi serve la versione edulcorata del fascismo, in «La Repubblica», 23 aprile 2008, pp. 1 e 37.

 

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Una poesia può conte­nere in pochi versi più verità e chiarezza di un saggio storico. L'idea mi è sug­gerita dalla lettura di una bre­ve lirica (da "Gente sul ponte", ed. Scheiwiller) di una grande poetessa   polacca,   Wislawa Szymborska, poco conosciuta in Italia, malgrado il Nobel.

Intitolata "Figli dell'epoca" ne riporto qui poco più di una strofa: «Siamo figli dell'epo­ca, / l'epoca è politica. / ... Ciò di cui parli ha una risonanza, / ciò di cui taci ha una valenza/ in un modo o nell'altro politi­ca. / .... Intanto la gente moriva, / gli animali crepavano, / le ca­se bruciavano / e i campi insel­vatichivano/ come in epoche remote/ e meno politiche». L'analogia nasce dal paragone con una polemica tra storici - Giovanni De Luna sulla "Stampa" e Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere" -, il pri­mo preoccupato dal fatto che la natura totalitaria del fasci­smo venga ormai derubricata solo alla persecuzione razziale antiebraica, il secondo, come d'abitudine, impegnato ad in­colpare di ciò gli storici di sini­stra, i quali, per alleviare le responsabilità del comunismo avrebbero appiattito tutta l'e­sperienza fascista su quella hitleriana.

A tal fine, quindi, «do­po l'equiparazione del fasci­smo al nazismo, l'accento sull'antisemitismo serviva a ri­stabilire l'incrinata suprema­zia del comunismo sull'uno e sull'altro».Alla base della riduzione del fascismo «all'arche­tipo di totalitarismo diabolico-omicida che è stato il regi­me hitleriano» vi sarebbe, inoltre, il vecchio rifiuto delle ricerche di Renzo De Felice che smentivano «l'immagine del Ventennio in contrapposi­zione alla quale la sinistra ha costruito il mito dell'antifasci­smo e della Resistenza».

Stanca polemica, in verità, sol che essa conferma an­cora una volta come l'uso politico della storia risorga dalle sue ceneri ogni qualvolta si delinea un mutamento di scena­rio - come ora con l'alternanza destra-sinistra - contribuendo a confondere sia la storia che la po­litica.

Se, infatti, guardiamo, da cronisti attenti ai fatti e non da cattedratici innamorati delle loro tesi, il calenda­rio degli anni più recenti, possiamo facilmente constatare che l'amalgama delle più generali responsabilità fasciste solo alle leggi razziali, è an­data via via affermandosi con l'evoluzione democratica dell'estrema destra, la trasformazione del Msi in An e, da ultimo, l'approdo al Pdl, ac­compagnati dalle visite di Fini ad Auschwitz, a Gerusalemme, alla Si­nagoga di Roma, al suo sostegno sin­cero ad Israele, alle sue affermazioni contro le leggi razziali, alla condan­na senza mezzi termini della Shoah. Tutto ciò, oltre ad essere in sé ottima cosa, ha contribuito a sdoganare an­che sul piano internazionale, a dare un profilo nuovo al vecchio movi­mento post-repubblichino e ad in­serirlo a pieno diritto nel quadro co­stituzionale, pagando solo lo scotto della scissione dell'ala estremista.

D’altro canto l'accentuazione po­sta sul ripudio dell'antisemitismo come simbolo unico di un passato, inaccettabile, invece, anche per tanti altri versi, ha permesso alla destra di non confrontarsi con la sua storia reale. Si è finito per ricoprire di un oblio quasi nostalgico gli anni di una dittatura in primo luogo antilibera­le, che soffocò la libertà di stampa, di parola, di associazione, di sciopero; soppresse la democrazia rappresen­tativa; istituì tribunali speciali, incarcerò e talora assassinò gli opposi­tori; infine trascinò l'Italia in una guerra rovinosa contro le più grandi potenze del mondo. Non aver fatto i conti culturali - ribadisco culturali - col passato, attraverso la vulgata detta revisionista, ha portato non solo la destra ma una parte non pic­cola dell'opinione pubblica a rece­pire una versione edulcorata e di­storta del Ventennio, ad accettare per buona una «condivisione» stru­mentale di una storia falsificata, cul­minata nella par condicio tra ragaz­zi di Salò e Resistenza, ad accettare la ricorrente richiesta di rivedere i testi scolastici a seconda di chi vinca le elezioni.

La storiografia di sinistra porta in tutto ciò le sue responsabilità ma non nella «reductio» del fascismo al­la sua svolta razzista. Le colpe più gravi, che si sono trascinate a lungo, riguardano piuttosto il giudizio sul comunismo e sull'Urss. Così anche sull'uso strumentale dell'accusa di fascismo contro chi condannava la dittatura staliniana. In questo se­guendo la propaganda sovietica che, ad esempio, giustificò, tra l'altro, l'invasione della Cecoslovac­chia inventandosi la minaccia del riarmo tedesco alle frontiere orien­tali (ma in proposito non va dimen­ticato che il governo centrista Dc-Liberali nascose nell'armadio della vergogna le carte sull'eccidio di Cefalonia per non mettere in difficoltà la Repubblica federale tedesca al momento della sua adesione alla Nato).

Infine anche la polemica su De Fe­lice «vittima» è in gran parte viziata. Non solo perché Giorgio Amendola in un impegnato libro-intervista dette subito una interpretazione lar­gamente positiva della riscoperta defeliciana (che non vuol dire rivalu­tazione) delle ragioni del consenso popolare al regime mussoliniano, ma anche perché quella riscoperta in realtà coincideva con le analisi togliattiane sul carattere di massa del fascismo, sulla opportunità, sia pure strumentale, che i giovani comunisti entrassero nei Guf, partecipassero ai Littoriali, cogliessero le esigenze di rinnovamento che provenivano dall'interno del fascismo.

Una linea che trovò una sua con­ferma subito dopo la Liberazione con l'apertura senza veti ideologici alle nuove generazioni educate dal regime. Quel che gli storici di sinistra non intravidero neppure era la insa­nia, al termine autodistruttiva, co­me infatti avvenne, del nucleo cen­trale del pensiero e dell'azione dei partiti comunisti, quel finalismo as­soluto che tutto giustificava in nome di una costruzione sociale e politica senza contraddizioni, basata su un'etica costrittiva capace di sfocia­re nel gulag e nel crimine di massa. Il non aver mai affrontato la negatività insita nell'utopia comunista ha por­tato il Pci e, poi, il post-Pci (nelle sue susseguenti trasformazioni) a smar­rire identità, ad arrivare sempre in ri­tardo agli appuntamenti col rinno­vamento riformista, a lasciare alla sua sinistra, specularmente alla destra posi fascista, i brandelli radioat­tivi e dannosi di scorie storiche che ancora si richiamano al comuni­smo.

Peraltro le afone e invecchiate si­rene degli opposti estremismi non appaiono più in grado di influenza­re l'agenda del Paese. Non sarebbe allora giunto il momento per separa­re finalmente l'operare politico dall'analisi storica? Non è venuto il gior­no per spogliare le date epocali della vicenda repubblicana dall'affronto riduttivo delle polemiche contin­genti? Se il 14 luglio è la festa di tutti i francesi, degli eredi dei giacobini co­me dei vandeani, dei laici come dei cattolici, di chi si richiama alla Co­mune e dei gollisti che inalberano Giovanna d'Arco perché tutti gli italiani non debbono finalmente ritro­varsi nel 25 aprile e nel 2 giugno? Se Berlusconi e Fini, pur non essendo ancora in carica, promuovessero una iniziativa in tal senso, non sa­rebbe davvero questo un buon ini­zio, al di là della validità di ogni re­stante giudizio politico?
Ultimo aggiornamento ( venerdì 09 maggio 2008 )
 
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