Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Alle origini della tragedia. I fascisti inventarono le fosse poi le vittime furono italiane PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 28 aprile 2008

Predrag Matvejevic, Alle origini della tragedia. I fascisti inventarono le fosse poi le vittime furono italiane, in «Corriere della Sera», 27 aprile 2008, p. 35.

 

Sample Image 

Ho scritto sulle vittime delle foibe anni fa in ex Jugoslavia, quando se ne parlava poco in Italia. Ero criti­cato. Ho avuto modo di sostenere gli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia (detti con un neologismo caratteristico «eso­dati»). L'ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natìo e scelto, a Roma, una via «fra asilo ed esilio».

Condivido il cordoglio italiano, nazionale e umano, per le vittime innocenti, espresso giustamente e senza ambiguità dal presiden­te della Repubblica Giorgio Napolitano.

Sì, le foibe sono un crimine grave. Sì, la stragrande maggioranza di queste vittime fu­rono proprio gli italiani. Ma per la dignità di un dolore corale bisogna dire che questo de­litto è stato preparato e anticipato anche da altri, che non sono sempre meno colpevoli degli esecutori dell'«infoibamento».

La tragica vicenda è infatti cominciata pri­ma, non lontano dai luoghi dove sono stati poi compiuti quei crimini atroci. Il 20 set­tembre del 1920 Benito Mus­solini tiene un discorso a Pola (e non è stata certo casuale la scelta della località). E in quell'occasione dichiara: «Per realizzare il sogno medi­terraneo bisogna che l'Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza co­me la slava, inferiore e barbara». Ecco come entra in scena il razzismo, accompagnato dal­la «pulizia etnica». Gli slavi perdono il diritto che prima, al tempo dell'Austria, avevano, di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e per-sino quello della scritta sulla lapide nei cimi­teri. Si cambiano massicciamente i loro no­mi, si cancellano le origini, li si costringe a emigrare...

Ed è appunto in un contesto del genere che si sente pronunciare, forse per la prima volta, la minaccia della «foiba». È il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si era affibbiato da solo il nome vit­torioso di «Giulio Italico», a scrivere già nel 1927: «La musa istriana ha chiamato Foiba de­gno posto di sepoltura per chi nella provincia d'Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria» (da Gerarchia, IX, 1927). Afferma­zione alla quale lo stesso ministro aggiungerà anche i versi di una canzonetta dialettale già in giro: A Pola xe l'Arena, la Foiba xe a Pisin.

Le foibe sono dunque un'invenzione fasci­sta. E dalla teoria si è passati alla pratica. L'ebreo Raffaello Camerini, che si trovava ai «lavori coatti» in questa zona durante la Se­conda guerra mondiale testimonia nel giorna­le triestino il Piccolo (5 novembre 2001): «So­no stati i fascisti i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari». La vicenda «con esito letale per tutti» che rac­conta questo testimone, cittadino italiano, fa venire brividi.

Le camicie nere hanno eseguito numerose fucilazioni di massa e di singoli individui. Tutta una gioventù ne rimase falciata in Dal­mazia, in Slovenia, in Montenegro. A ciò biso­gna aggiungere una catena di campi di con­centramento, di varia dimensione, dall'isoletta di Mamula all'estremo sud dell'Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si tran­sitava in questi luoghi per raggiungere la ri­siera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva anche ad Auschwitz e soprattutto a Dachau. I partigiani non era­no protetti in nessun Paese dalla Convenzione di Gine­vra e pertanto i prigionieri ve­nivano immediatamente ster­minati come cani. E così molti giunsero alla fine delle guerra accaniti: «infoibarono» gli innocenti, non solo d'origine italiana, singole persone esacerbate, di quelle che ave­vano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni, eseguirono i crimini in prima per­sona e per proprio conto. La Jugoslavia di Tito non voleva che se ne parlasse. Abbiamo co­munque cercato di parlarne. Purtroppo, oggi ne parlano a loro modo soprattutto i nostri ultranazionalisti, una specie di «neomissi­ni» slavi.

Ho sempre pensato che non bisognerebbe costruire i futuri rapporti in questa zona sui cadaveri seminati dagli uni e dagli altri, bensì su altre esperienze. Ad esempio culturali... Non mi sembra giusto proclamare solo un «giorno del ricordo», sarebbe meglio il gior­no dei ricordi. Aggiungo infine che capisco bene Boris Pahor. Lui, da slavo e sloveno, co­me anche Zoran Music, un caro amico defun­to, grandissimo pittore ad un tempo sloveno e veneziano, ci sono stati nei campi di stermi­nio fascisti...

(traduzione di Silvio Ferrari)

 

Invia il tuo commento a Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Ultimo aggiornamento ( domenica 11 gennaio 2009 )
 
< Prec.   Pros. >