Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Architetture per le dittature PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 21 marzo 2008

Fulvio Irace, Polemiche. Architetture per le dittature, in «Il Sole-24 Ore», 24 febbraio 2008, p. 46.

 

 

Dopo l'annuncio del principe Carlo che non parteciperà al­le Olimpiadi di Pechino per la politica cinese verso il Tibet e il ritiro di Steven Spielberg da direttore arti­stico dei giochi, anche l'architetto Daniel Liebeskind ha fatto il suo coming out. Parlando a Belfast la scorsa setti­mana, ha invitato i colleghi interna­zionali ad assumere la responsabilità di un atteggiamento etico, rifiutando di collaborare con regimi totalitari.

L'architetto non ha precisato se la stessa esigenza etica si debba applica­re anche ai casi di dubbie operazioni immobiliari nei regimi democratici.

 

È indubbio che la provocazione ab­bia colto nel segno perché l'elenco degli architetti occidentali che sta lavo­rando in Cina è di tutto rispetto e mol­ti oppositori locali hanno più volte ri­chiamato l'attenzione su operazioni di immagine che sembrano la caratte­ristica foglia di fico per coprire le ver­gogne di un regime illiberale. In ag­giunta, il pronunciamento di Liebe­skind è giunto pochi giorni dopo l'an­nuncio dell'ultimo discusso incarico di Zaha Hadid, fotografata mentre deponeva fiori sulla lapide del discusso presidente dell'Azerbaijan, in onore del quale, a Baku, ha accettato di progettare l'Heydar Aliyev Cultural Center, testa di ponte di una serie di iniziative volte a consolidare la candidatu­ra del Paese alle Olimpiadi del 2016.

Jan Kaplicky, dello studio londine­se Future Systems, è stato il primo a rompere il silenzio dichiarando la sua adesione incondizionata alla pro­posta di Liebeskind: «È indispensabi­le rifiutare di lavorare per Paesi di dubbia o cattiva reputazione per il ri­spetto dei diritti umani».

La questione però non appare af­fatto scontata, e non sempre per ra­gioni di opportunismo. Sono certi i parametri che consentono di discri­minare un regime totalitario nella sua forma tradizionale e in quella ibrida del consenso manipolato?

Non si rischia in ogni caso di applica­re il codice etico illuministico occi­dentale a culture estranee alla sua storica sfera d'influenza? L'architet­tura è un'arte costosa e si nutre di decisionismo e capitalismo, e d'altra parte, secondo i parametri del so­cialmente corretto, né re Sole né la zarina Caterina furono più demo­cratici di Putin. Ma ciò che era vali­do per Michelangelo o Mansart non funziona più per Koolhaas o Norman Foster. Da quando si è dichiara­ta all'inizio del XX secolo, l'architet­tura moderna è stata divulgata co­me una profezia e l'architetto ha amato ritrarsi nelle vesti umanita­rie del riformatore sociale: ma l'uto­pia, come ben sapeva Popper, è spes­so l'anticamera della dittatura.

Ma l'eccentrico architetto pop inglese, Will Alspop, di ritorno da Baku ha pragmaticamente ammes­so: «Certo, è un Paese invia di tran­sizione e quindi inquinato da una grave corruzione. Ma come archi­tetto hai la possibilità di avviare il seme di un cambiamento, senza il quale il Paese sarebbe condannato all'ulteriore punizione di un'archi­tettura senza qualità». 
Ultimo aggiornamento ( martedì 25 marzo 2008 )
 
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