
| Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 26 giugno 2010 | |
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Francesco Perfetti, Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra, in «Il Giornale», 22 giugno 2010.
Il 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme. Forse, le parole di Grandi erano dettate da antico e comprensibile risentimento, ma che Mussolini diffidasse di entrambi è fuor di dubbio, tanto più che, all’inizio degli anni Trenta, si era vociferato di complotti - le voci erano subito rifluite in informative di polizia - che avrebbero dovuto avere per protagonista Balbo. E non è escluso che il rimpasto ministeriale del 1932 abbia avuto origine dalla preoccupazione del Duce di escludere Grandi dal governo e impedire il saldarsi di una temuta alleanza Grandi-Balbo.I due non ebbero più molte occasioni di incontrarsi, ma si rividero alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia. Ecco come Grandi racconta, nella stesse pagine memorialistiche, l’incontro: «L’ultima volta che ho visto Balbo fu ai primi del mese di maggio 1940 durante una sua breve visita a Roma. Era scoraggiato e triste. “Quest’uomo (Mussolini, ndr) finirà un giorno o l’altro col portarci alla guerra e la guerra, qualunque esito essa possa avere, sarà la rovina del Paese. La Libia è disarmata e non potrebbe giammai resistere su due fronti. Ho domandato a M. armi e materiali ma egli mi ha risposto negativamente dicendo che non occorrono. Ha aggiunto che la guerra non vi sarà. Ma non vorrei che mi avesse mentito e che in cuor suo stia preparandosi a fare trovare la Nazione davanti al fatto compiuto”. Balbo aveva purtroppo ragione». Anche Grandi era contrario alla guerra. C’è una pagina di diario, pur essa inedita, nella quale Grandi racconta - una volta saputo dell’ordine dato da Mussolini di sferrare l’offensiva contro la Francia - il suo incontro con Badoglio: «Con un pretesto vado a vedere Badoglio. Gli domando se la notizia è vera. “È vera”, mi risponde. Replico: “È un colossale errore. I casi sono due: la guerra sta per finire come credono i tedeschi ed allora è troppo tardi per intervenire aggredendo la Francia sconfitta. Ovvero la guerra sta per cominciare e si prepara ad essere una guerra lunga come sono sempre state le guerre inglesi ed allora è per noi troppo presto…”. Risponde Badoglio: “Sono d’accordo con lei. Ma il Duce vuole un concreto sacrificio da parte italiana, onde poter sedere con qualche carta in mano, al tavolo della pace”. Congedandomi dico ancora: “Nessun esercito guadagna prestigio ed onore aggredendo un nemico già sconfitto…”. Badoglio si stringe nelle spalle, poi aggiunge: “La responsabilità è del Duce”». La mattina successiva a questo incontro - è il 14 giugno 1940 - Grandi ricevette da Badoglio una lettera manoscritta di questo tenore: «Carissimo Grandi. Ho la più completa fiducia nella nostra vittoria. Vi ringrazio per la Vostra lettera affettuosa. Voi sapete che io Vi voglio bene. Aff.mo Badoglio». In un primo momento Grandi non se ne spiegò il motivo, poi lo attribuì alla furbizia e alla doppiezza badogliane e annotò, in quella stessa pagina di diario: «La spiegazione mi appare quindi chiara. Badoglio ha riflettuto sul nostro colloquio e alle parole che egli si è lasciato sfuggire vuole, con un trucco da basso politicante, “mettersi a posto” col Duce per l’eventualità di qualche indiscrezione da parte mia. Queste appaiono essere in questo momento le preoccupazioni del Capo di Stato Maggiore Generale, corresponsabile delle nostre operazioni di guerra. Mio Dio, in quali mani è il nostro Paese».Dopo appena due settimane, o giù di lì, la tragedia nella quale perse la vita Italo Balbo. Il quale, malgrado le difficoltà spesso insormontabili legate alla scarsità di mezzi e di strutture, si adoperò (lo testimoniano gli appunti manoscritti stilati da Nello Quilici fra il 12 giugno e il 17 giugno) non si risparmiò, come sempre, sul piano organizzativo. Una tragedia quasi emblematica e sinistramente premonitrice. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 26 giugno 2010 ) |
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