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Capire che la Storia è anche Tragedia PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 07 dicembre 2008

Levy Bernard Henri, Capire che la Storia è anche Tragedia, in «Corriere della Sera», 20 ottobre 2008, p. 24.

 

 

È un momento straordinario. Un mondo che trema sulle proprie basi. Un sistema che credevamo garantito non meno dell’aria che respiriamo e che, in qualche giorno, sembra aspirato da un buco nero. Il denaro - il nerbo della pace - come sangue che si rapprende. Il credito - la bella parola che fra l’altro dice la fede degli uomini negli altri uomini - come meccanismo che s’inceppa e si ferma. La fiducia - la famosa «fiducia» che dopotutto non è che l’altro nome del patto civile e delle sue ragioni di perpetuarsi - come fascino che evapora. Vengono in mente i testi della filosofia politica classica, che prendevamo sul serio solo a metà quando tentavano di squarciare l’enigma dell’istituzione della società. Vengono in mente il Leviatano, il Contratto sociale o il Discorso della servitù volontaria, che consideravamo garbate opere d’inventiva, mentre ci parlavano di quel che accade adesso, sotto i nostri occhi, con questa crisi senza precedenti nella storia dei capitalismi.

 

Cos’è un legame sociale e come si spezza? Ecco. Ci siamo. E il tracollo, il naufragio di oggi ne danno un’immagine abbastanza precisa. Cos’è il tempo politico e come va fuori giri? Prendiamo ad esempio i quattro giorni che hanno perso i parlamentari americani prima di decidersi a votare il piano Paulson; appena quattro brevi giorni che però hanno contato il doppio, il triplo e anche di più e che hanno provocato, come qualsiasi temporeggiamento in situazioni un tempo qualificate «prerivoluzionarie», danni irreparabili.

L’uomo, un lupo per l’uomo? La paura del lupo che dorme nell’uomo e il timore, sotto lo smalto incollato male della civilizzazione, dello stato di natura che ritorna? Guardate i principi della finanza, ieri così amabili, così perfettamente complici ed educati e che ora, all’improvviso, si scontrano sull’orlo dell’abisso, si afferrano per la gola e giocano a chi fallirà per ultimo; guardate la danza fra lupi, il feroce balletto di predatori esangui che si annusano, fiutano la morte annunciata del vicino e sbirciano le sue spoglie; guardate il tango dell’odio rovente al quale è stato dato il nome pudico di «credito interbancario che si prosciuga». In questi giorni, in mezzo alla piccola muta di belve, si è sentito un profumo di condanna a morte e di suicidio collettivo. Si è avuta la sensazione di assistere ad antiche danze popolari come la giga o il rigodon, dove le stesse persone che - con la loro irresponsabilità, il loro egoismo devastante e anche, bisogna proprio dirlo, la loro intelligenza diventata folle e nel vero senso della parola diabolica - avevano portato il mondo della finanza all’implosione, pensavano di sfuggire alla fornace facendovi precipitare gli altri.

Il risultato è stato, per tutti, un’apocalisse in sospeso, di cui era agevole descrivere minutamente l’implacabile concatenazione di conseguenze, ma di cui nessuno sapeva interrompere il meccanismo: come rispondere ai risparmiatori quando vengono a cercare liquidi che non si hanno? Come reagire alla decisione di interrompere il pagamento dei fornitori di gas ed elettricità? Cosa accade quando folle di risparmiatori rovinati, o di disoccupati disperati, o di mutuari perseguitati proprio da coloro che li hanno spinti a indebitarsi vengono - secondo uno scenario che la Storia di Francia conosce purtroppo assai bene - a gridare la loro collera sotto le finestre di chi è colpevole di aggiotaggio, di speculatori e di altri manager premiati con liquidazioni d’oro?

I responsabili, in questo momento, hanno due opzioni. Tutti, sicuramente, subiscono lo stesso inconveniente di ignorare il mondo oscuro, sconosciuto, fremente di nuove minacce, dove entrano con noi. Tutti, non c’è dubbio, vanno a tentoni, esitano. E la passata domenica, sulla scalinata dell’Eliseo, tutti avevano grandi difficoltà a evitare chi un lapsus, chi una inesattezza retorica, chi uno di quegli impercettibili disordini del corpo che rivelano la vertigine. Ma fra di loro, comunque, è in atto una distinzione.

C’è chi, come una volta Valéry Giscard d’Estaing secondo parole di Raymond Aron rimaste famose, ignora che la Storia è tragica e crede che tutto, sempre, finisca per arrangiarsi: la partita non è conclusa? Non ha forse preso l’abitudine, da tempo, dello scontro solo a salve? Non è votata a convulsioni che non sono e non saranno più che innocenti piroette?

E c’è chi, al contrario, è sensibile a quel Tragico e sa che nulla è più fragile, precario, pronto a disgregarsi di un legame sociale ben stretto. «Tutto tiene solo per magia», diceva un altro Valéry, lo scrittore, citato stavolta da Jean-Paul Sartre: si parte da una crisi finanziaria ed è il tessuto intero che a poco a poco si smaglia; alla partenza, c’è la folla terrorizzata e, all’arrivo, due falcate dopo, ecco il gruppo che diventa tutt’uno, terrorista, scatenato, pronto al linciaggio. Nicolas Sarkozy, l’altra sera, faceva manifestamente parte della seconda specie: concentrato, determinato, una sorta di anti Giscard abitato dalla circostanza storica ma capace di prenderla in mano, con nelle pupille un po’di quel lucido spavento che fa gli uomini di Stato.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 12 dicembre 2008 )
 
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