| Cassino e gli storici: le mappe erano esatte. L'errore fu militare |
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| Scritto da Redazione | |
| martedì 20 novembre 2007 | |
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Dino Messina, La battaglia. La linea Gustav e il ruolo di Paolo Baffi. Cassino e gli storici: le mappe erano esatte.L'errore fu militare «Il generale Clark sbagliò strategia», in «Corriere della Sera» 19 novembre 2007, p. 23. Tommaso Baris: «Non sempre la memoria coincide con la storia». Livio Cavallaro: «Ricognizioni accorate da parte delle truppe Usa». MILANO — «Che gli americani avessero confuso più di una volta il fiume Gari con il tenente Rapido è un fatto abbastanza noto, ma è altrettanto certo che la questione terminologica non influì in alcun modo sull'esito della battaglia del 20 e del 22 gennaio 1944». Parola di Livio Cavallaro, esperto di storia militare e autore del saggio «Cassino 1944 – Le battaglie per la linea Gustav», edito nel 2004 da Mursia. Cavallaro è uno degli studiosi che si sono interrogati sulla testimonianza di Paolo Valente, perito industriale nato 76 anni fa a Cassino, il quale sostiene di aver accompagnato due volte nella primavera del 1943, quando aveva 12 anni, un ufficiale dell'esercito italiano, il futuro governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi, in punti d'osservazione allo scopo di disegnare mappe del territorio. Su una di queste carte Baffi avrebbe invertito il nome del torrente Sapido con quello del fiume Cari. Un errore che poi sarebbe stato pagato caro dalla trentaseiesima divisione di fanteria Texas, che tra il 20 e il 22 gennaio lasciò sul terreno 1.681 soldati. La testimonianza di Valente, pubblicata sul Corriere della Sera l'11 novembre viene contestata dai figli di Paolo Baffi, scomparso nel 1989, perché, sostengono Enrico e Giuseppina Baffi, «nostro padre non si trovava a Cassino nei mesi di aprile e maggio 1943, avendovi prestato servizio, con il grado di tenente solo dall'agosto all'8 settembre di quell'anno». Ma soprattutto, aggiungono, «pur avendoci spesso raccontato del periodo trascorso a Cassino, nostro padre non ha mai fatto riferimento né con noi né con nostra madre a stesure di carte militari». Senza contare il fatto che mai avrebbe potuto essere andato in quella zona in maggio, come sostiene Valente, «in compagnia del senatore Pietro Fedele, essendo questi deceduto il nove gennaio». Al di là della contestazione dei famigliari di Baffi, la testimonianza di Valente viene ritenuta da Cavallaro ininfluente ai fini della ricostruzione storica per demotivi: «Una volta acquisita la documentazione, i riferimenti cartografici in un esercito preparato come quello americano venivano commentati e analizzati. Inoltre, prima di un attacco come quello della fine gennaio 1944, sferrato in concomitanza dello sbarco di Anzio, venivano fatte ricognizioni accurate. È vero che in quel caso c'era pochissimo tempo, solo un paio di notti, ma so per certo che le pattuglie della "Texas" arrivarono sino al fiume e fecero opere di sminamento. Escludo che in quella battaglia, la prima di una serie di combattimenti durati cinque mesi, gli americani sbagliarono zona d'attacco. I problemi, come la storiografia angloamericana ha denunciato, furono altri: carenze del piano d'attacco da parte dei comandi Alleati e straordinaria efficienza tedesca».La battaglia per lo sfondamento della linea Gustav, durata dal gennaio al maggio 1944, costellata da una serie di errori come la distruzione dell'abbazia dove non si nascondeva un solo soldato tedesco, viene oggi studiata non soltanto dal punto di vista militare ma anche da quello della storia orale. Specialista in questo campo è Tommaso Baris, allievo di Giovanni Sabbatucci e ricercatore all'università dì Cassino, che nel 2003 pubblicò da Laterza «Tra due fuochi – Esperienza e memoria della guerra lungo la linea Gustav»«Quello di Valente - commenta Baris - a me pare un classico racconto post-factum. Mi spiego: durante le mie ricerche mi sono spesso imbattuto in un atteggiamento della popolazione civile che tendeva a mitizzare o a razionalizzare a modo suo fatti di cui non riusciva a darsi una spiegazione. La gente di Cassino, testimone e vittima di quella lunga e logorante battaglia, non si spiegava come mai con una tale preponderanza di uomini e mezzi gli Alleati non riuscissero a sfondare il fronte. Così si inventarono la teoria che gli angloamericani tendevano a risparmiare le proprie vite e a bombardare i centri abitati. Ciò non era affatto vero». Ci sono poi incongruenze fattuali che saltano all'occhio a chi è abituato ad analizzare le testimonianze orali: «Che cosa ci faceva - chiede Baris - un ufficiale italiano nella primavera del '43 a Cassino? Perché disegnare mappe in centro Italia quando non era ancora avvenuto lo sbarco in Sicilia?».Sulla battaglia della linea Gustav esiste una vasta letteratura angloamericana, in linea con le testimonianze dei due studiosi italiani da noi intervistati. Scrive per esempio Matthew Parker nel suo «Montecassino», tradotto in Italia dal Saggiatore, che il maggiore del genio Oran C. Stovall compì un'accurata valutazione del punto di attraversamento: «Sorvolò il fiume e avanzò a piedi fin dove possibile... interrogò i civili». No, il disastro non fu provocato da un errore nell'individuare il punto di attraversamento, ma nella strategia d'attacco stabilita dal generale Mark Clark. Una commissione d'inchiesta lo scagionò, ma non i suoi soldati. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 21 novembre 2007 ) |
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