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Città fatali del Novecento. Da Salò a Yalta, passando per Camp David PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 22 agosto 2008

Marco Innocenti, Città fatali del Novecento. Il presidente Sarkozy vuole riabilitare Vichy ospitando il Consiglio europeo. Da Salò a Yalta, passando per Camp David, ecco le località che si sono identificate, nel bene e nel male, con le vicende storiche, in «Il Sole 24 Ore», 17 agosto 2008, p. 30.

 

 

 

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Nicolas Sarkozy ha il culto del bello e dello choc. Fat­to il pieno di consensi sul­la bellezza, fa discutere sullo sdoganamento di Vichy, ex capitale della Francia filo­nazista, che ospiterà in novembre un Consiglio europeo.

Vichy è un nome che, come altri, evoca fantasmi. Ci sono luoghi che hanno visto scorrere la Storia, l'hanno assorbita e ne sono rimasti impregna­ti. Oggi vivono liberi il loro presente ma qualcosa del passato è rimasto de­positato sulla loro immagine. Tra i tan­ti portatori di Storia, il pensiero, inevi­tabilmente arbitrario, va, oltre che a Vi­chy, a Salò, a Yalta e a Camp David. Le prime due città rappresentano nell'im­maginario collettivo la negatività, la terza il cinismo, Camp David la positi­vità. Due terre di guerra "sbagliata", crudele e perduta; una di spartizione a sigillo della vittoria; una di grandi speranze, poi in parte andate deluse.

 

Salò, simbolo della Repubblica socia­le dal '43 al '45, è la capitale del caso per l'uomo del destino, un paese manzonia­no di rari villeggianti e di sonnolenti pescatori, con un nome che sembra ruba­to a un'operetta. Fuori del tempo, in una Marienbad di provincia, Mussolini vive da dittatore dell'usato i suoi seicen­to giorni sconfitti, leggendo un copione scritto a Berlino. Il suo potere è nomina­le: ostaggio dei tedeschi che ne control­lano anche il respiro, è un nome, un testimonial e un capro espiatorio.

I silenzi interrotti dal fruscio delle onde sui pali incrostati di muffa dell'imbarcadero, il sole estivo che pe­sa con il suo calore molle sulle acque assonnate, le mattine dalla luce scialba e familiare, Salò è un condominio di spettri che vivono in un clima rarefat­to mentre fuori la guerra civile batte i suoi colpi feroci.

Il crollo della Repubblica nera rom­pe l'equilibrio fra l'euforia di un potere effimero e il presagio della morte. Gli ultimi fascisti si dileguano o pagano da­zio. Arrestato come un ladro in fuga, Mussolini muore in un freddo aprile senza primavera sullo sfondo di un al­tro lago gonfio di pioggia. A ciascuno il suo destino.

Vichy, città delle terme, dell'acqua e della bellezza, porta ancora, per chi ama ricordare, l'etichetta imbarazzan­te del collaborazionismo: la macchia ne­ra della coscienza francese. Marchio, colpa, medaglia senza valore (per i "col­labo"), Vichy è, nel 1940-44, un satellite del Terzo Reich, un vano tentativo di modus vivendi con i nazisti e un'espiazione della disfatta francese. La stretta di mano fra Hitler e un senile Pétain a Montoire ne è il simbolo, gli ebrei spedi­ti come bestiame a morire la vergogna. «Ho contro il 98 per cento dei francesi - dice Lavai, l'uomo forte di Vichy - ma farò il loro bene, malgrado loro». Finirà fucilato. A Pétain sarà risparmiato il piombo ma non il disonore.

Mentre la seconda guerra mondiale sta per sparare gli ultimi colpi, a Yalta, il 4 febbraio 1945, si incontrano i tre gran­di, Roosevelt, Churchill e Stalin. In Crimea crescono gli ulivi e Stalin li mo­stra orgogliosamente, ma Churchill chiama Yalta il «paradiso dei pidoc­chi». Roosevelt ha i lineamenti devasta­ti e le mani tremanti; Stalin il viso impe­netrabile e il sorriso beffardo. Churchill, Cassandra indocile ma flebile, ten­ta invano di contenere l'aggressività del dittatore di Mosca. Fra lui e Stalin l'unico punto di incontro è la ben forni­ta cantina del palazzo. Fra l'americano e il sovietico, invece, è un idillio e il vin­citore di Yalta è l'uomo del Cremlino.

Il risultato più vistoso del vertice è la drammatica ipoteca posta da Mosca sull'Est, affidato alle "premurose" cu­re del Cremlino. Roosevelt regala alle baionette sovietiche un rispettabile fo­dero di pergamena. Al resto penseran­no i carri armati con la stella rossa che stanno dilagando in Europa.

A Camp David, la residenza nel Maryland del presidente degli Stati Uniti, viene superato il muro dell'odio. L'11 settembre 1978, fra i flash, Sadat, Begin e Carter incrociano a tre le mani. Gli accordi firmati segnano la prima pace tanto sognata fra Israele e un Paese arabo. Un egiziano e un israe­liano hanno il coraggio di rompere il copione dell'incomprensione: sono uomini più avanti del loro tempo e non avranno fortuna. Il Medio Oriente re­sta una terra illusoria, in cui per un atti­mo pare di avvertire un respiro di pa­ce, poi si scopre che è il fiato della tre­gua. Da Camp David sono passati trent'anni ma la pace vera, forse, ha un futuro ancora tutto da inventare.
Ultimo aggiornamento ( sabato 23 agosto 2008 )
 
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