
| Città nuove, rendite vecchie |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 03 ottobre 2008 | |
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Angelo D’Orsi, Città nuove, rendite vecchie, in «La Stampa», 23 settembre 2008, p. 10.
L'iniziativa di un cospicuo numero di Comuni italiani di consorziarsi per avviare azioni volte al ricupero e salvaguardia dei segmenti urbanistici e delle tracce architettoniche del Ventennio, di per sé non è una cattiva notizia. Sono anni che alcuni studiosi, tra cui chi scrive, si battono perché all'espressione cultura fascista vengano tolte delle irridenti virgolette; ma questo non significa affatto sdoganare il fascismo (le ultime sortite di Alemanno e La Russa mi hanno a dir poco indignato). Significa però riconoscere che, negli anni tra le due guerre, c'è stata - nel bene e nel male - per la prima volta in Italia una politica della cultura, e parecchio di quello che si è prodotto (arti figurative, architettura e urbanistica, editoria, ricerca...) non è da abbandonare alla damnatio memoriae o alla distruzione che l'accoppiata tempo/uomini tende inevitabilmente a produrre. Oltre a una serie di singole opere di pregio (come la Casa del Fascio di Como, progettata da Terragni o il Palazzo della Civiltà Italica all'Eur, di Ernesto La Padula), la politica urbanistica del regime si esplicò su due direttrici: gli «sventramenti» delle zone considerate «vecchie» e «insalubri» di una serie di città, e la fondazione delle «città nuove» (Littoria, ossia Latina, Sabaudia, Aprilia, Pontinia, Pomezia...). Naturalmente, dietro le facciate (in senso letterale!) scopriamo che la politica del «piccone demolitore» era determinata dalle grandi immobiliari, che guidavano il blocco edilizio: una tipica politica «di classe», che mungeva le casse pubbliche per realizzare profitti e rendite per pochi, espellendo dal cuore delle città le fasce a reddito basso, e sostituendole con famiglie borghesi. E si compirono crimini urbanistici: a Roma, o Brescia, o, in parte, anche Torino. E le speranze un po’ ingenue dei razionalisti furono quasi sempre sconfitte dalle rendite edilizie, di cui alcuni urbanisti si fecero portavoce (Piacentini per tutti). Quanto alle città nuove, il «totalitarismo di pietra», furono nell'insieme una manifestazione deludente di un'Italia ostinatamente rurale, la cui «modernizzazione» appare fallimentare. Eppure, e fermo restando che gli architetti hanno operato quali tecnici del consenso, quelle «città metafisiche» restano degne di interesse e di memoria, anche se non si condivida il giudizio di Pasolini che in esse credette di scorgere un fascinoso carattere magico. E non si può dimenticare che l'Eur rimase incompiuta perché il Capo decise di gettarsi nella guerra che fu fatale a lui a al regime. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 11 ottobre 2008 ) |
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