
| «Crociata italica»: l’eresia e le scuse di Mussolini |
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| Scritto da Redazione | |
| martedì 16 settembre 2008 | |
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Sergio Romano, «Crociata italica»: l’eresia e le scuse di Mussolini, in «Corriere della Sera», 9 settembre 2008, p. 37.
Ho letto una sua risposta su «La Chiesa nell’Italia del ‘43» e vorrei aggiungere qualche considerazione. La Santa Sede, applicando le norme della Convenzione di Ginevra, che impediva ai Paesi neutrali il riconoscimento diplomatico di quegli Stati che fossero sorti in conseguenza dello stato di guerra (in pratica: Stati fantoccio), non riconobbe la Repubblica Sociale Italiana, come, per le stesse ragioni, fece la Spagna di Franco. Ciò creò una situazione delicata per quanto riguardava i cappellani militari delle forze armate mussoliniane perché la Santa Sede non poteva nominare un ordinario militare in una Repubblica non riconosciuta. Si ricorse alla nomina dei singoli cappellani da parte dei vescovi nelle cui mani essi giurarono. D’altra parte, dopo che Roma fu liberata, Pio XII ricevette subito i generali alleati e parlò pubblicamente e si comportò da persona che riteneva la capitale appunto «liberata» e non «invasa», come invece la giudicava il Duce, che non a caso proclamò tre giorni di lutto nazionale. Quasi una risposta a questo nuovo atteggiamento, nella seconda metà del ‘44 nella Rsi, auspice Farinacci ma non ostile Mussolini (che ne ricevette a Gargnano il fondatore), nacque il giornale Crociata Italica diretto dal sacerdote cattolico, poi scomunicato, don Tullio Calcagno, che attaccava con durezza le posizioni del Papa e della Santa Sede e si schierava con i nazisti condividendone anche l’antisemitismo. Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Caro Laura, La sua lettera contiene anche notizie interessanti sulla collaborazione del clero con i partigiani, particolarmente nel Veneto. Ma era troppo lunga e sono stato costretto ad accorciarla per dare al lettore qualche maggiore informazione sulla vicenda di don Tullio Calcagno. Nacque a Terni nel 1899, divenne appassionatamente fascista durante la guerra d’Etiopia e fu richiamato all’ordine dai suoi superiori nel 1942 per avere scritto e pubblicato un libro troppo apertamente politico. Un anno dopo aderì alla Repubblica di Mussolini e cominciò a pubblicare articoli focosi e aggressivi nel Regime fascista, il quotidiano cremonese di Roberto Farinacci a cui non spiaceva lanciare qualche stoccata contro il vescovo della città monsignor Giovanni Cazzani, di cui era vecchio nemico. Il vescovo esortò i fedeli a diffidare di quel prete così politicamente fazioso e lo sospese a divinis. Ma Calcagno, sostenuto anche finanziariamente dal suo protettore, rispose fondando un giornale, Crociata Italica, che cominciò la sua pubblicazione il 9 gennaio 1944 e di cui furono subito vendute non meno di centomila copie. In breve tempo il giornale divenne l’organo di una associazione che prese il nome dalla testata e propose una radicale riforma della Chiesa cattolica. Secondo Calcagno il Papa era troppo universale per comprendere gli interessi italiani. Occorreva quindi creare una Chiesa autocefala, guidata da un primate nazionale. L’arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster, condannò l’eresia, i parroci ne dettero notizia ai fedeli e Calcagno venne scomunicato il 24 marzo 1945. Poco più di un mese dopo fu arrestato dai partigiani a Milano e fucilato a Piazzale Susa dove avvennero in quei giorni altre esecuzioni. È vero, caro Laura, che il fondatore di Crociata Italica fu ricevuto da Mussolini a Salò, ma sembra che il capo della Repubblica Sociale, alla fine della sua vita, se ne sia pentito. Lo raccontò un giornalista scrittore, Manlio Cancogni, in una serie di articoli sugli ultimi giorni di Mussolini apparsi ne L’Espresso fra il maggio e il giugno del 1957. Gli articoli sono raccolti ora in un breve libro («L’ultimo viaggio di Mussolini»), pubblicato dall’editore Le Lettere, nella Piccola Biblioteca di «Nuova Storia Contemporanea» diretta da Francesco Perfetti. La scena del pentimento fu il palazzo arcivescovile di Milano in Piazza Fontana nel pomeriggio del 25 aprile. Nella speranza di un accordo, Mussolini aveva chiesto a Schuster d’incontrare alla sua presenza gli esponenti della Resistenza. In attesa dei delegati (l’avvocato Achille Marazza, Riccardo Lombardi, il generale Raffaele Cadorna), il Duce e il cardinale dovettero fare conversazione. Schuster esordì incoraggiando Mussolini a ricordare la caduta di Napoleone e a prepararsi per «una vita di espiazione, in prigionia o in esilio». E Mussolini, a sua volta, con una sorta di atto di contrizione, si scusò per «gli eccessi anticlericali della Crociata Italica» con queste parole: «Io ho sempre resistito ogni volta che mi sollecitavano a delle misure ostili alla Chiesa e in opposizione ai patti sanciti dal Concordato». Il cardinale lasciò cadere l’argomento e offrì al suo ospite un bicchierino di rosolio con un biscotto. |
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 21 settembre 2008 ) |
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