
| «Da repubblichino a partigiano la mia odissea nell’orrore della guerra» |
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| Scritto da Redazione | |
| venerd́ 13 novembre 2009 | |
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Andrea Nicastro, «Da repubblichino a partigiano la mia odissea nell’orrore della guerra», in «Corriere della Sera», sez. Lombardia, 10 novembre 2009, p. 7.
«Ho rintracciato alcuni miei vecchi quaderni - esordisce in una lettera al Corriere Giancarlo Iliprandi -. Alcuni sembrano un diario di classe al convitto nazionale Longone, 1941/42, oppure un giornale umoristico molto povero, leggermente goliardico e chiaramente influenzato dalla lettura del Bertoldo. Altri, dopo l’8 settembre ‘43, affrontano argomenti più seri: la mia renitenza alla leva, il periodo come militare della Repubblica di Salò, la diserzione e l’adesione alla Resistenza. Mi paiono strafottenti, incoscienti e anche perfettamente ignoranti. Se interessano...». E come non potrebbero? Guardate la mano di quel diciottenne del ‘43. Sarebbe diventata quella del vincitore di due Compassi d’oro, l’inventore di molti dei caratteri tipografici con cui si stampano oggi libri, pubblicità, giornali. Una leggenda nel mondo della grafica, ma nella sua lettera si offre di collaborare all’iniziativa del Corriere sulla memoria della seconda Guerra Mondiale da lettore senza titoli e, gentile quanto diligente, arriva a trascrivere la sua «già allora pessima calligrafia». «La situazione politica in Italia - l’Iliprandi del 2009 traduce l’Iliprandi del 1944 - non è certamente delle più belle. Il fascismo, graziosamente messo alla porta, ora è tornato più cafone che mai, forte dell’appoggio dei soldati tedeschi. Si vedono in giro tanti mocciosetti di 16-17 anni armati a tutto punto che fanno i bauscia solo perché indossano uno straccio nero per camicia». Dopo l’ordine di Salò di fucilare i renitenti alla leva, il giovane Iliprandi (fuggiasco tra i boschi dei Corni di Canzo) esorcizza la paura con una raffica di disegni come un San Sebastiano «patrono dei fucilandi» o l’immaginaria pubblicità di un «apparecchio per l’autofucilazione»: «solo con una lieve pressione su di un pedale potrete fucilarvi. Morirete leggendo il giornale». Imperdibile. «Pagine esemplari della mia incoscienza - commenta Iliprandi - perché allora se ti beccavano ti fucilavano veramente». Non è tenero l’Iliprandi di oggi con il ragazzo che fu, ed è abbastanza onesto da non cambiare la sua storia in base a come è andata. «Documenti falsi, furbizie, persino due anni di liceo in uno per anticipare l’università e sperare nel rinvio della leva per motivi di studio. Le ho provate tutte per non andare militare. Alla fine la cosa più semplice è stata arruolarmi nell’esercito di Salò e, al momento di partire per il fronte, disertare. La nostra guerra civile sprigionò la ferocia che esiste nell’uomo. Conoscevo repubblichini che erano persone normali in tempi normali, ma che poi hanno commesso atrocità. Lo stesso per i partigiani che, scesi dai monti, hanno compiuto un’epurazione sommaria e crudele. Era nell’aria, nel clima del tempo. Quando da Varese arrivai in bicicletta a piazzale Loreto per vedere Mussolini appeso a testa in giù, non provai disgusto. Anni dopo, c’è chi ha parlato di «macelleria messicana», ma in quel momento mi parve un’esplosione di furore popolare naturale. Avevo visto un ragazzo partigiano ferito nel cortile della caserma. Avrebbero potuto portarlo in ospedale, ma l’hanno lasciato lì a dissanguare tutta la notte. L’orrore era la norma. Come oggi gli ultras degli stadi: si dividono, scelgono una parte non in modo ragionato, ma perché trascinati dal gruppo. Una volta nel meccanismo però possono commettere nefandezze. Così allora. Se ti mandavano a fare un posto di blocco, controllavi chi passava e se i partigiani ammazzavano uno dei tuoi, tu ammazzavi uno dei loro». Iliprandi però decise di lasciare Salò. «All’inizio soprattutto per non finire in Germania, poi, solo dopo, parlando con gente più preparata di me, mi unii alla Resistenza. Ma, anche in quel caso, chi? Comunisti? Liberali? Democristiani? Non sapevo neppure che esistessero dei partiti. Dipese dall’istinto, dal caso, non da una matura consapevolezza». |
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| Ultimo aggiornamento ( venerd́ 13 novembre 2009 ) |
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