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Sergio Romano, Dimenticare e ricordare: le oscillazioni del pendolo, in «Corriere della Sera», 27 aprile 2008, p. 29. Una lettrice ha ricordato la sua esperienza di trent'anni fa con studenti liceali di Monaco: a scuoia non si parlava degli anni di Hitler, nemmeno dei campi di concentramento. Alcuni giorni fa, nel corso di un talk show politico in televisione, è stata trasmessa una breve inchiesta tra studenti della facoltà di legge (!) a Berlino. Su temi come la Repubblica democratica tedesca, Honecfcer, la Stasi, il Muro, l'ignoranza era quasi totale. Giuseppe Bancale
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Caro Bancale,
Non ne sono sorpreso. Dopo il crollo del muro di Berlino e la morte della Repubblica democratica tedesca, le autorità della Germania riunificata hanno fatto del loro meglio per evitare che questo nuovo capitolo della sua storia fosse offuscato da regolamenti di conti e cacce al colpevole. Persino Erik Honecker, ultimo dittatore della Rdt, poté evitare il processo e fu autorizzato a finire i suoi giorni in Cile. I giovani sanno assai poco della Stasi (il servizio segreto della Rdt) e di quanto accadde negli anni del regime comunista perché quegli argomenti vengono generalmente evitati nelle famiglie e nelle scuole. Esiste una parabola della memoria, composta da fasi diverse e generalmente valida per tutti i Paesi colpiti da tragedie (una sconfitta, una guerra sporca, un conflitto civile) che hanno messo a dura la prova la coscienza nazionale. La prima fase è quella abbastanza breve (in Italia un paio d'anni, dal '45 al '47) delle rappresaglie, delle vendette private, della giustizia marziale o sommaria, spesso per opera dei vincitori. La seconda è quella del silenzio. Quasi sempre sulla base di uno spontaneo consenso, la società decide che ogni discussione sul passato recente finirebbe per riattizzare il fuoco della discordia e paralizzare la ricostruzione economica e civile della nazione. Non è facile «fare giustizia» in Paesi (è il caso dell'Italia e della Francia dopo la Seconda guerra mondiale) in cui le famiglie, le istituzioni, i gruppi sociali si sono divisi tra fazioni contrapposte. Non è facile chiedere giustizia quando occorre anzitutto ricominciare a vivere o addirittura, come nel caso degli ebrei, costruire uno Stato. Troppi ricordi rischiano di pesare come zavorra sugli sforzi vitali di popoli che sono ansiosi di uscire dall'incubo del passato. Viene poi la terza fase in cui nuove generazioni, nate generalmente dopo la tragedia, cominciano a processare i padri, i nonni e la classe dirigente del Paese. Non hanno vissuto il dramma della guerra sporca, della guerra civile, della dittatura, fascista o comunista. Sono innocenti perché non hanno dovuto far fronte a situazioni drammaticamente imbrogliate, voltare le spalle per non vedere, venire a patti con la propria coscienza o scegliere (come accadde in Italia dopo l'8 settembre) fra due opposti concetti dell'onore. Per questi giovani tutto è semplice e lineare. Fanno domande a cui chiedono risposte. E quando conquistano il potere, come è accaduto nel caso del Premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero, ne approfittano per «mettere ordine» nella storia nazionale. È questa la fase in cui i governi fanno pubblicamente mea culpa, dichiarano che la nazione è pronta ad assumersi la responsabilità collettiva di ciò che è accaduto, innalzano monumenti alla memoria delle vittime, decretano giornate della memoria o addirittura approvano leggi che vietano qualsiasi interpretazione difforme degli avvenimenti passati. Esiste poi, in alcuni Paesi, una quarta fase. È quella in cui il pendolo, dopo essersi lungamente attestato sul lato delle auto-accuse, comincia a oscillare nella direzione opposta. È accaduto in Giappone dove due Primi ministri negli scorsi anni hanno fatto visite al cimitero nazionale in cui sono sepolti i leader politici e militari processati e giustiziati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sta accadendo più cautamente in Germania dove qualche voce si è levata per sostenere che il tempo della espiazione non può durare indefinitamente e dove le Ferrovie tedesche hanno preferito dirottare il Treno dell'Olocausto (una esposizione itinerante sul genocidio ebraico) verso una stazione periferica di Berlino. Hanno lasciato capire che le Ferrovie tedesche hanno già pagato i loro conti con la storia. Invia il tuo commento a
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