| E il fascismo mise Croce contro Volpe |
|
|
|
| Scritto da Redazione | |
| venerdì 21 marzo 2008 | |
|
Dino Messina, Carteggi inediti. Una biografia di Eugenio Di Rienzo svela i retroscena del dissidio scoppiato già prima del '27 tra il filosofo e lo storico. E il fascismo mise Croce contro Volpe. Non furono ragioni scientifiche, ma politiche, a spezzare l'amicizia tra i due studiosi, in «Corriere della Sera», 15 marzo 2008, p. 49.
«La storia ci unisce e la realtà politica ci divide, un poco». Era il 1916 e lo storico Gioacchino Volpe, definito da Benedetto Croce il migliore della sua generazione, poteva permettersi questa piccola civetteria con il filosofo suo conterraneo e maestro. Consapevole di un rapporto solido, costruito in oltre quindici anni di frequentazione, da quando, praticante di redazione al Mattino di Edoardo Scarfoglio, si era presentato a palazzo Filomarino per chiedere di consultare alcuni libri. Le biblioteche a Napoli funzionavano male e don Benedetto aveva accolto di buon grado quell'abruzzese di dieci anni più giovane di lui. Ne era nata un'amicizia basata sulla stima professionale reciproca: da una parte Volpe nel 1903, appena ricevuto il primo numero della Critica, aveva scritto al filosofo dicendo di condividerne appieno la linea culturale e prima di ogni cosa «la battaglia che essa ingaggerà subito con certe modernissime tendenze sociologiche e pseudosociologiche che con facili generalizzazioni ed enunciazioni di leggi storiche a ogni pie sospinto minacciano di farci tornare molto indietro, peggio ancora, di tutte le nostre idee in fatti di metodo storico e di ricerca». Volpe cominciò così a collaborare alla Critica con articoli definiti da don Benedetto semplicemente «stupendi», in cui lo studioso di Paganica dimostrava fino a che punto avesse maturato un metodo critico che andava ben oltre il vecchio materialismo storico, la filosofia della storia di Giovanni Gentile, e il «semplicismo sociologico» di Gino Arias e Gaetano Salvemini. Il metodo e l'opera di Volpe convincevano a tal punto Croce che questi nel 1905 non aveva esitato a raccomandarlo, per un concorso all'Università di Milano cui concorreva anche Salvemini, al preside Francesco Nevati, filologo e suo vecchio amico. Insomma, nessuno avrebbe mai pensato che un'amicizia così solida, fatta di stima e comune sentire, potesse naufragare, dopo quasi trent'anni, proprio a causa di quella storiografia che li aveva uniti. È noto infatti che quando nel 1927 Gioacchino Volpe, già intellettuale organico al regime, uscì con il saggio L'Italia in cammino, in cui demoliva l'esperienza giolittiana e presentava il fascismo come una tappa della grande storia nazionale, il filosofo napoletano, che era passato all'opposizione e aveva stilato il «Manifesto» degli intellettuali antifascisti, volle rispondere a tambur battente con una Storia d'Italia dal 1871 al 1915 che riabilitava il periodo giolittiano e poneva uno steccato tra la sua concezione della storia e quella dell'ex allievo «traditore». La vicenda dell'amicizia e poi dello scontro fra due delle figure più rappresentative del Novecento italiano può essere una delle linee di lettura suggerite a chi voglia affrontare l'ultima fatica di Eugenio Di Rienzo, La storia e l'azione. Vita politica di Gioacchino Volpe (Le Lettere, pagine 760, € 38). Un saggio, quello di Di Rienzo, già autore di libri che hanno avuto Volpe come figura centrale, da Un dopoguerra storiografico a Storia e identità nazionale, che si presenta come la parola conclusiva sul grande storico, anche per l'uso di fonti archivistiche e di carteggi a volte inediti. Così scopriamo, nonostante quanto affermato da Croce e dallo stesso Volpe, che la rottura non fu dettata da ragioni scientifiche, ma aveva motivazioni prettamente politiche. Dopo un comune sostegno al fascismo, che arrivò sino al voto favorevole del filosofo al ministero Mussolini durante la crisi Matteotti, le strade politiche si separarono definitivamente nel 1925, quando Croce si oppose alle leggi liberticide e pubblicò sul Mondo di Giovanni Amendola il «Manifesto» antifascista. Lo storico, invece, eletto deputato nel 1924, cominciò un'opera di fiancheggiamento del regime, da cui avrebbe cominciato debolmente ad allontanarsi soltanto con le leggi razziali del 1938 e più decisamente con l'entrata in guerra. Ma dal punto di vista culturale Volpe, secondo Di Rienzo, si era mantenuto coerente con quella temperie culturale che all'inizio del secolo lo aveva visto affiancato, in nome di un nazionalismo liberale e modernizzatore, contrario al giolittismo, a uomini come Gaetano Salvemini, Adolfo Omodeo, Alessandro Casati, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Gentile e Benedetto Croce. Sicché apparvero a Volpe fuori luogo certi attacchi di Croce, arrivati anche molto tempo dopo che si era consumata la rottura. In una nota apparsa sulla Critica nel 1939, commentando un estemporaneo discorso in cui l'ex allievo aveva istituito un parallelo fra storia e poesia, il filosofo si chiedeva «se l'autore di questa conferenza sia il medesimo Prof. Volpe che in un tempo ancora lontano ebbi a questa rivista contributore di saggi storici, allora, secondo il tempo, notevoli e pregevoli e ricchi di speranza; e, posto che sia il medesimo, come mai sia il disgregamento di cervello, e persino di eloquio, che da parecchi anni si avverte nel suo stracco lavorare e che si mostra aperto, e direi senza ritegno, nelle pagine che abbiamo esaminate?». Volpe gli rispondeva il 30 luglio su Meridiano di Roma: «Il mio "disgregamento" è di data recente. Il"tempo lontano", in cui ero un bravo e promettente figliolo, non è proprio tanto lontano. Ancora nel 1921 o 1922, la mia collaborazione, non che accettata era gradita e sollecitata. Poi comincia il disgregamento. Quella data può suggerire qualcosa, il disgregamento cresce - e ne ebbi subito la segnalazione da parte dell'ottimo Croce - dopo il 1928 o 1929, cioè dopo che io consumai quello che i suoi amici - retata re/ero - giudicarono il mio tradimento verso di lui, dopo la critica del resto assai temperata alla sua Storia d'Italia, intendo dire agli ultimi capitoli, che a me parvero chiusi ad ogni intelligenza dell'Italia di dopo guerra e, per riflesso, di prima guerra». Non si capiva più chi avesse tradito chi. Se Croce l'iniziale impostazione di critica al giolittismo o se Volpe la fedeltà al maestro. È certo che lo storico, nonostante sia stato sempre considerato uno dei maggiori se non il maggiore talento nel suo campo del Novecento, pagò nei lunghi anni del dopoguerra con l'epurazione e l'isolamento personale e culturale. Una sorte così dura fu risparmiata ad altri che forse avevano reso omaggio al regime con maggiore entusiasmo, ma che con maggiore entusiasmo, ma che con prontezza avevano fatto ammenda. |
|
| Ultimo aggiornamento ( venerdì 21 marzo 2008 ) |
| < Prec. | Pros. > |
|---|






