Carlo Lizzani, «Egemonia culturale. Ora ci provi la destra». Il regista Carlo Lizzani interviene su un tema tornato di attualità dopo la nomina di Sgarbi alla Biennale. La nascita del «Centro del libro», la promozione del patrimonio d’arte, i compiti della tv pubblica. Dal cinema alla televisione: il ruolo storico della sinistra e le ambizioni (da ritrovare) dell’area moderata, in «Corriere della Sera», 8 febbraio 2010, pp. 26-27.
Il cinema italiano è stato il sismografo che più di una volta è riuscito a cogliere e portare alla luce aspetti profondi e meno visibili di alcuni fenomeni rilevanti del nostro Novecento. 20 marzo 1954. Ecco il comunicato del governo Scelba con il quale si consacrò quell’egemonia culturale della sinistra destinata poi, nei decenni, a divenire «senso comune». «Il Messaggero» pubblica il comunicato su cinque colonne in prima pagina con questo titolo: «Il governo ha affrontato il problema di una efficiente difesa della democrazia». Si tratta del problema dei sostegni finanziari al Pci provenienti dall’estero, ma l’ambiente del cinema è indicato come l’area in cui sarebbe evidente il dominio di una visione del mondo modellata sull’ideologia marxista, quindi ponte per un’opera di persuasione occulta da combattere con misure di tipo economico e politico. Cito il passo essenziale del comunicato: «I quadri del cinema italiano sono costituiti in buona parte da comunisti. Su quattordici principali registi cinematografici, quattro sono dichiaratamente comunisti, e cioè Visconti, Monicelli, De Santis e Lizzani, mentre altri quattro, ossia, De Sica, Germi, Lattuada e Antonioni, sono simpatizzanti per i partiti di estrema sinistra». Dunque (1954): basta con l’egemonia culturale della sinistra! Ma era poi così potente, nel cinema, quell’egemonia? Quante volte, nei miei scritti e nell’arco di mezzo secolo, ho dovuto ripetere questa litania (cito da uno dei miei tanti testi su questo tema). Primo: Monicelli non è mai stato vicino al Pci. Secondo: Germi, lo ricordano quanti sono stati attivi in quegli anni, era visceralmente anticomunista. Terzo: lo stesso si potrebbe dire di Lattuada. Quando, il 14 luglio 1948, tutta l’Italia si fermò in seguito all’attentato a Togliatti, fece eccezione soltanto la troupe de Il mulino del Po, di cui facevo parte come aiuto regista. Da sempre saragattiano e quindi anticomunista, Lattuada infatti si oppose allo sciopero, malgrado le mie insistenze (episodio questo, tra l’altro, che non ha minimamente incrinato la mia stima e il mio affetto per lui). Del tutto lontano dal Pci fu Antonioni, per non parlare di De Sica, certamente colpevole di non «lavare i panni sporchi in casa» ma, nella vita, tranquillo conservatore. Lontani anni luce dal Pci, poi, tutti gli attori: dalla Magnani a Totò, da Fabrizi a Nazzari, da Eduardo alla Lollobrigida... Fece eccezione per qualche anno Raf Vallone. Come ho sempre sostenuto fin d’allora, l’egemonia fu anche «regalata» alla sinistra. Come non presumere, dunque, che in altre aree della cultura, della scuola, della stampa, dell’editoria, delle istituzioni scientifiche non si sia verificato lo stesso fenomeno?
Una resa volontaria a una egemonia che forse non era poi così ampia e forte come le misure nei confronti del cinema la disegnavano? Insomma, perché si è regalato alla sinistra anche quello che la sinistra non aveva o aveva solo in parte? Perché questa azione suicida della destra? Più volte mi sono domandato, per esempio: ridotti a tre - su quattordici - i comunisti del cinema, perché non si è saputo portare alla luce il potenziale liberale, antitotalitario di quegli altri undici «utili idioti», con iniziative produttive, sostegno giornalistico ed editoriale? Come potenziale patrimonio di una cultura non o anticomunista non sono nemmeno citati i nomi di un Rossellini, di un Castellani, di un Comencini, di un Blasetti, di un Soldati. E, agli occhi dell’ambasciatrice americana Luce, perfino Carlo Ponti e Dino De Laurentiis parvero due pericolosissimi filocomunisti. In quella stagione, tra l’altro, ebbe gravi noie con la censura anche uno scrittore e produttore come Turi Vasile, certamente lontanissimo dalle egemoni sponde della sinistra, il quale subì tagli o veti gravi per film come I vinti di Antonioni e Il sole negli occhi di Pietrangeli. Sulle potenzialità che il mondo cattolico e la cultura cattolica avrebbero potuto esprimere in campo cinematografico, è illuminante un testo di Emilio Lonero e Aldo Anziano, La storia della Orbis-Universalia. Cattolici e neorealismo (Effatà Editrice, 2004). Ma la causa della prevalente miopia di quel mondo verso il cinema me la rivelò proprio Turi Vasile. Per la Dc, che lui conosceva bene, avendola fiancheggiata addirittura da destra, nel movimento di Luigi Gedda, lo slogan fu per molti anni: «A loro la cultura, a noi le banche!». Questa strategia, che tanto addolorò Vasile, uomo di destra e intellettuale colto e raffinato, ha avuto un prezzo che la destra sta pagando ancora oggi. Negli anni Sessanta e Settanta non mancò la presenza, nei governi, nelle istituzioni, nella stessa Dc, di grandi figure aperte a una nuova sensibilità di stampo liberaldemocratico o di tale radice. Ma evidentemente non riuscirono e non riuscì nemmeno la socialdemocrazia, a invertire la rotta. Né ci riuscirono i convegni del «Mondo». Eppure erano i decenni in cui il comunismo reale stava sbriciolandosi. E il fascino ideologico - da cui pareva aver tratto la sua forza l’egemonia culturale della sinistra italiana - stava appannandosi. È vero che, crollato il mito Urss, stava dilagando in tutto il mondo il mito di Mao, il mito di una rivoluzione che, impossibilitata a vincere nel cuore del capitalismo, avrebbe vinto la «metropoli» sommergendola sotto l’oceano contadino asiatico e africano. La sinistra occidentale rialzò le sue bandiere e la destra apparve intimidita. Ricordate le tre «M» su molte bandiere del Sessantotto: Marx-Marcuse-Mao? Che terribile abbaglio! Non per particolare perspicacia, ma per la mia attività - anche di documentarista - frequentai molto quelle zone e toccai con mano, in Cina, in Vietnam, in Angola, la deriva di una filosofia e di un movimento nati per trasformare il cuore dell’Occidente e divenuti fondamento di regimi che sarebbero giunti invece, via via, attraverso gli orrori delle rivoluzioni «culturali», a forme farsesche di potere «dinastico» o alle stragi di Pol Pot (o a partorire quel gigantesco anfibio che è la Cina di oggi). Che grande occasione, per la destra, di battere il marxismo sul suo stesso terreno, smascherando quella che era una tragica parodia dello stesso marx-leninismo! Ma anche in quegli anni il lamento prevalse sulla costruzione di una salda egemonia, alternativa a quella di sinistra, basata non soltanto sul semplice revisionismo (operazione legittima, a volte meritoria), ma articolata in opere, iniziative concrete, strategie organizzative. Proprio recentemente il ministro Bondi (che sa bene chi è Gramsci) ha voluto ricordare - annunciando la nascita del «Centro del libro» - l’importanza delle strategie organizzative e presumo quindi non solo delle meccaniche proposte di contenuti alternativi. Una egemonia della destra, se intesa come capacità di suscitare e coordinare energie e iniziative culturali, salutari non perché di destra o di sinistra, può avere oggi spazi di intervento sconfinati e meritarsi domani tante medaglie quante se ne è attribuite per decenni la sinistra. Ne sono tre esempi il già ricordato «Centro del libro» (come non plaudire?), la creazione - finalmente! - di un organismo per la valorizzazione del nostro patrimonio culturale e il progetto di ristrutturazione di Brera. E sarebbe segnale di intelligente strategia operativa, l’avvio di quella «legge di sistema» che il mondo dello spettacolo chiede da tempo. Fa ben sperare - altro esempio che ci viene dalla sponda di destra - il fermento di idee offerto dalla Fondazione Farefuturo creata da Fini. Ma dove una destra lungimirante potrebbe lasciare il segno di un’autentica, feconda egemonia culturale è proprio nell’area della tv pubblica. Con un ritorno politico più profondo e più duraturo di quello garantito dalle rozze logiche spartitorie. Troppe volte questo giornale, con la voce autorevole di Aldo Grasso, ha evocato le conseguenze letali della corsa in discesa, in obbedienza all’Auditel, della tv finanziata dal canone, perché io vi torni sopra. Un ritorno alla tv pedagogica? O una tv elitaria (magari per svuotarne furbescamente l’appeal)? No. Basterebbe ricordare la grande lezione del made in Italy, che è stato vincente perché anche negli oggetti di consumo, quindi in prodotti certamente non elitari, come una seggiola, un tavolo, un vestito, ha saputo attingere alle tracce lasciate nelle mani, negli occhi dei nostri artigiani, da secoli di produzione di forme, di immagini e anche di narrazioni. A meno che poi oggi, nella società oramai «liquida» e disaggregata in moltitudine, non sia troppo tardi per qualsiasi tipo di egemonia culturale. |