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Fabio Guzzola offre una nuova lettura della ribellione nel 1970. Boia chi molla, ma non f PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 22 dicembre 2007

Dino Messina, Revisioni. Un libro di Fabio Guzzola offre una nuova lettura della ribellione nel 1970. Boia chi molla, ma non fu fascismo. La rivolta di Riggio, ignorata dai partiti e cavalcata a destra,

in «Corriere della Sera», 15 dicembre 2007, p. 53.   

 

La manifestazione era stata indetta per il 14 luglio 1971 il giorno dopo la convocazione a Catanzaro del primo consiglio regionale calabrese. La popolazione di Reggio non ci stava e subito, per iniziativa del sindaco democristiano Piero Battaglia, era passata al contrattacco con uno sciopero cittadino, interruzione della linea ferroviaria, negozi chiusi, innalzamento di barricate. Posti di blocco spontanei favoriti dalla struttura della città, così come l'aveva disegnata l'ingegner Pietro De Nava dopo il terremoto del 1908. Il 15 luglio le cronache registrarono la prima vittima, Bruno Labate, un ferroviere di 46 anni. Gli interventi violenti della polizia contribuirono ad aumentare la tensione. Era la rivolta di Reggio, cominciata per un comizio tenuto da sindaco dc che voleva difendere le prerogative della città e subito bollata come «fascista», a partire dalla «Pravda», il quotidiano del Partito comunista sovietico, che già il 18 lu­glio bollò i moti reggini con questa sentenza: «I fascisti estendono le lo­ro azioni».Eppure a leggere il saggio docu­mentato e brillante di Fabio Cuzzola, Reggio 1970. Storie e memorie detta rivolta, che l'editore Donzelli ha ap­pena mandato in libreria (pagine 204, € 26), si capisce che con l'aggettivo «fascista» si copre di etichetta infamante una delle rivolte più dure del secondo dopoguerra, ma senza riuscire a spiegarla. Certo, fu importante il ruolo del missino Ciccio Fran­co con il suo slogan «Boia chi molla», ripreso da uno scritto di Rober­to Mieville sui campi di prigionia ne­gli Stati Uniti, così come ebbero un notevole ruolo altri personaggi della destra estrema come Junio Valerio Borghese, e di quella eversiva, da Stefano Delle Ghiaie a Franco Freda e Giovanni Ventura. Ma di qui a dire che fu una rivolta fascista ce ne cor­re.Cuzzola giunge a queste conclusio­ni dopo aver analizzato diversi tipi di fonti: innanzitutto le testimonian­ze dei reggini protagonisti della ri­volta, durata dal luglio 1970 ai primi mesi dell'anno successivo, i quali nella maggioranza non si dichiararono fascisti; poi i reportage degli inviati, da Alfonso Madeo del Corriere della Sera a Giorgio Bocca del Giorno a Oriana Fallaci che intervistò per l'Europeo Ciccio Franco. Inoltre l'au­tore ha letto molti atti giudiziali che documentano l'intreccio tra malavi­ta, destra estrema e settori deviati dei servizi segreti, tanto da fare di Reggio un teatro di quella strategia della tensione che aveva avuto il suo acme nelle bombe alla Banca dell'Agricoltura di Milano e che ebbe un capitolo importante nelle bombe al treno di Gioia Tauro. Ci sono poi i rapporti finora inediti inviati al Foreign Office britannico da R. L. Jaspers e G. E. FitzHebert. Quest'ultimo, già nell'aprile del 1970, dava per sconta­to che il capoluogo sarebbe stato Ca­tanzaro, definita «una città con po­che forme visibili di produzione del reddito, a parte la burocrazia che vi è proliferata negli anni». Pur sottoline­ando i problemi endemici derivanti dalla presenza della malavita e dalla difficoltà delle comunicazioni, gli os­servatori britannici avevano capito che all'origine del disagio c'era l'aspra rivalità fra tre province. Un contrasto che i politici fecero poco o nulla per disinnescare.In questa lotta di campanile Reg­gio era partita in posizione svantag­giata, perché priva di una classe dirigente nazionale. Così, secondo una vulgata diffusa nella pubblicistica lo­cale, all'origine della decisione di sta­bilire il capoluogo regionale a Catan­zaro ci fu una cena al ristorante ro­mano La Vigna dei Cardinali, cui par­teciparono i cosentini Giacomo Man­cini, segretario del Psi, e il dc Riccardo Misasi, ministro per il Commer­cio con l'estero, e il catanzarese Ernesto Pucci, sottosegretario agli Inter­ni e dirigente della Coldiretti. A quel­la cena, svoltasi ben prima della ri­volta, cui non partecipò nessun espo­nente reggino, si parlò di Catanzaro capoluogo, Cosenza sede universitaria, mentre a Reggio erano riservate alcune generiche iniziative industria­li. Bisogna quindi tener presenti più le ragioni campanilistiche che quel­le politiche se nelle settimane del tu­multo, accanto al fantoccio del mini­stro degli Interni, Franco Restivo, i ri­voltosi bruciarono quelli di Mancini, Misasi e Pucci.Come scrisse Giorgio Bocca, la sommossa fu anche figlia dell'«aventinismo politico e culturale dei parti­ti di massa» che non capirono quan­to importante fosse per la popolazio­ne di Reggio la questione identitaria. I reggini vennero lasciati soli, nessuna meraviglia se il Msi in dop­pio petto di Giorgio Almirante, che sulle prime condannò i moti di piaz­za, presto si convertì alla causa di «Reggio capoluogo» per farne il pun­to di partenza della clamorosa affer­mazione elettorale del 1972, quando Ciccio Franco fu eletto senatore.La storia finì all'italiana, con il lo­do Colombo: la giunta a Catanzaro, il consiglio a Reggio, l'università a Co­senza e una serie di interventi econo­mici che non disinnescarono certo la «questione calabrese».
Ultimo aggiornamento ( sabato 22 dicembre 2007 )
 
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