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Fascismo e Berlusconismo, La trappola dei confronti PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 15 febbraio 2009

Sergio Romano, Lettere al Corriere, Fascismo e Berlusconismo, La trappola dei confronti, in «Corriere della Sera», 6 settembre 2008, p. 41.

 

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Nelle elezioni del 6 novembre 1932, le ultime avvenute in regime democratico in Germania, il partito nazionalsocialista di Hitler ebbe circa 12 milioni di voti (il 33,1 per cento) e 196 seggi al Reichstag mentre il Centro cattolico di von Papen (che forse era più a destra di Hitler) ebbe 70 seggi e un’altra formazione di destra, i tedesco-nazionali, 52. La destra ebbe in tutto 318 seggi, mentre i socialdemocratici ebbero 121 seggi e i comunisti 100. Il quadro era chiaro e il presidente Hindenburg, sollecitato anche da industriali, banchieri, armatori, proprietari terrieri, nominò cancelliere Hitler grazie anche alla copertura e alla legittimazione politica che di Hitler diede il cattolico von Papen. È questo dunque l’avvento «democratico» di Hitler al potere di cui parlavo in un mio intervento di alcuni giorni or sono sul Corriere della Sera e di cui si è stupito Gianfranco Pasquino. Hitler guidava il maggior partito della coalizione di destra e dunque l’incarico spettò, dopo tentativi vari e scorciatoie (sempre di destra), a lui. Lo confermò anche il Times di Londra in un articolo, che certamente lascia perplesso un fine giurista come Pasquino ma non stupisce chi studia con attenzione i travagli della democrazia europea negli anni Trenta del Novecento. L’autorevole giornale inglese salutava la nomina di Hitler come un «ritorno alla democrazia parlamentare» in Germania. Una chiara polemica nei confronti della agitata ma viva Repubblica di Weimar dove invece la democrazia tedesca era nata. Lucio Villari, Roma

 

Caro Villari,

Per la verità Gianfranco Pasquino ha anche sostenuto con ragione che Hitler e il suo partito, finché le elezioni tedesche furono libere, non ebbero mai la maggioranza assoluta dei voti. Ma la ricostruzione che lei fa del modo in cui i nazisti conquistarono il potere è impeccabile e presenta il vantaggio di completare il quadro della nostra discussione a tre sulla morte della Repubblica di Weimar. Non varrebbe quindi la pena di tornare sul tema se i frequenti riferimenti a Weimar, ai dittatori eletti con vasto consenso popolare, al fascismo e ai suoi rigurgiti non fossero diventati il pane quotidiano del dibattito politico italiano: un dibattito in cui si parla di storia, in realtà, per parlare anzitutto dell’attualità nazionale. Il vero tema, quindi, è quello dei confronti storici. Quando ricerchiamo le analogie fra il presente e il passato cediamo a una tentazione naturale e comprensibile. I confronti servono a collocare un avvenimento nella storia, a individuare peculiarità e somiglianze, a meglio circoscrivere un fenomeno e, come avrebbe detto Benedetto Croce, a «parlare il mondo». Senza ricorso al paragone, in tutte le circostanze della vita, i nostri argomenti sarebbero astratti e difficilmente comprensibili. Quando dico che un certo vino ha un bouquet di fragole, aiuto pragmaticamente chi mi ascolta a separarlo mentalmente da altri vini con cui ha maggiore familiarità. Il guaio, caro Villari, è che il confronto non è tra due avvenimenti, ma fra due interpretazioni. Il detto, così frequentemente ripetuto, secondo cui occorre studiare la storia per evitare di ripeterla, è in realtà un pericoloso sofisma. Ci serviamo del passato per meglio accreditare presso coloro che ci ascoltano un particolare giudizio sul presente; e per essere più convincenti usiamo un passato tagliato su misura. Penso in particolare all’uso continuo del fascismo come minaccia incombente sulla politica nazionale.

Dietro questa pratica, così frequente nella bocca di certi pubblicisti, vi sono almeno due assunti. In primo luogo vi è la tesi secondo cui il fascismo sarebbe un virus indistruttibile, continuamente presente nel corpo delle società umane. E in secondo luogo vi è la presunzione che fascismo, nazismo, falangismo e tutti gli altri ismi autoritari o totalitari del XX secolo siano i differenti nomi di una stessa cosa. Renzo De Felice ha impiegato la sua intera vita a spiegare il fascismo come fenomeno italiano di una particolare congiuntura storica, ma si direbbe, a giudicare dalle polemiche delle scorse settimane, che abbia perduto il suo tempo. La faccenda avrebbe poca importanza se il partito comunista italiano non si fosse servito della «perenne minaccia fascista» per presentarsi al Paese come una grande forza democratica, indispensabile per la sua libertà. Aggiungo che questo uso dei confronti storici presenta un altro inconveniente: rende del tutto inutile il mestiere dello storico. Che senso ha cercare di comprendere un avvenimento nella sua individualità e concretezza se la storia è soltanto una lunga litania di fatti già visti e già accaduti?

Ultimo aggiornamento ( domenica 15 febbraio 2009 )
 
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