Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Fascismo e neofascismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 23 dicembre 2007

Sergio Romano, Lettere al Corriere. Fascismo e neofascismo. Parole da usare con cura, 

in «Corriere della Sera», 22 dicembre 207, p. 43.  

 

Condivido la sua tesi riguardo alla violenza giovanile (in base alla quale il suddetto fenomeno sarebbe rigorosamente apolitico e apartitico), ma non la sua analisi del cosiddetto «neo fascismo». Il suo errore è quello di confondere il fascismo (inteso sia come regime che come periodo storico) con il neo fascismo. E un'analisi più accurata di quest'ultimo, dai suoi albori sino ai tempi più recenti, la porterebbe a capire come questa corrente sia indissolubilmente (e unicamente) legata a quella «dimensione violenta» che aveva a sua volta contraddistinto, seppur in modo minore e in ben altro contest?, il ventennio mussoliniano. Non è quindi un caso che il lettore definisca «neofascisti» i vandali che affollano i nostri stadi: perché il neofascismo è imperniato su ristrette cerchie di violenti, non su «milioni di italiani». Alberto Magnani Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo    

 

Caro Magnani,anche neofascismo, come fascismo, è una categoria molto imprecisa. Agli inizi è soprattutto l’erede di quel fascismo socialista e rivoluzionario che fu l’ideale di molti esponenti della Repubblica sociale italiana. Credevano nel fascismo delle origini, erano convinti che gli ideali del movimento fossero stati traditi dai molti compagni di viaggio che il regime aveva imbarcato lungo la strada, speravano che il crollo della monar­chia avrebbe offerto al parti­to la possibilità di fare ciò che non era stato possibile re­alizzare durante gli anni Ven­ti e Trenta. Accettarono la gui­da di Mussolini perché erano affascinati dal suo carisma o, più semplicemente, lo ritene­vano utile alla loro causa. Ma quando deploravano il tem­po perduto pensavano anche a lui e al trasformismo di cui aveva dato prova nel corso del suo regime. Se i tedeschi lo avessero permesso, avreb­bero socializzato tutte le gran­di imprese e messo in prigio­ne i «capitani del vapore», co­me venivano definiti i maggiori industriali. Non vi riu­scirono perché la Germania aveva bisogno di industrie funzionanti. Ma uomini come Giuseppe Volpi, Vittorio Cini e Alberto Pirelli corsero parecchi pericoli. Gli ideolo­gi di Salò li detestavano più di quanto non detestassero i comunisti a cui erano legati da un rapporto di odio-ammirazione. Più tardi, col passare degli anni e il cambiamento del paesaggio politico, il Movimento sociale italiano cominciò a cambiare pelle e a dividersi in varie tendenze. Per molti giovani (tra questi Gianfran­co Fini, suppongo) fu soprat­tutto una sorta di ribellione  contro i canoni convenzionali dell'Italia democratica o una rivolta trasgressiva contro le sue liturgie. Furono vio­lenti, senza dubbio, ma lo furono in una Italia violenta che rimase pericolosamente per alcuni anni, dal '68 in poi, sull'orlo della guerra civi­le. Vi fu poi anche, nella fami­glia neofascista, una sorta di nostalgia per una immagina­ria età dell'oro della patria, un sentimento molto simile a quello che agitò i grandi settori reazionari della società francese - borbonici, orlea­nisti, bonapartisti - negli ul­timi decenni dell'Ottocento. Sono queste, caro Magna­ni, le ragioni per cui penso che sarebbe meglio evitare di ricorrere alla parola fascismo o neofascismo quando parliamo di ciò che accade oggi in Italia. Le due parole stanno bene nei libri di storia, dove vengono generalmente maneggiate con una certa cura. Ma stanno malissimo nella cronaca dei fatti correnti.    
Ultimo aggiornamento ( domenica 23 dicembre 2007 )
 
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