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Fascismo totalitario, mito o realtà PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 21 marzo 2008

Giovanni Belardelli-Angelo D’Orsi, Confronti. Un dibattito su «Memoria e Ricerca» riapre la questione del rapporto fra intellettuali e potere durante e dopo il regime. Fascismo totalitario, mito o realtà. D'Orsi: «Controllò la cultura più di Hitler e Stalin». Belardelli: «No, fino al '38 fu solo autoritario», in «Corriere della Sera», 23 febbraio 2008, p. 45.

 

 

Un dialogo polemico

 

Il testo pubblicato in questa pagina è uno stralcio della discussione tra Giovanni Belardelli e Angelo d'Orsi, a cura di Luca La Rovere, che esce sul nuovo numero della rivista «Memoria e Ricerca», pubblicata dall'editore Franco Angeli e diretta da Fulvio Conti e Maurizio Ridolfi. I due studiosi si confrontano sul rapporto con il fascismo e l'antifascismo di alcuni fra i più prestigiosi intellettuali italiani: da Cesare Pavese a Renato Guttuso, da Italo Calvino a Giulio Carlo Argan, da Delio Cantimori a Federico Chabod e Carlo Muscetta.

 

 

La questione del rapporto tra intellet­tuali e fascismo continua a suscitare polemiche e discussioni. Il tema sem­brerebbe costituire un nervo tuttora scoperto della coscienza pubblica nazionale. Quali le ragioni?

 

D'Orsi - Se la domanda si riferisce alla ri­luttanza a «fare i conti», la risposta mi pare sia da ricercare almeno un po' nel famoso «carattere degli italiani», che rinvia alla storia di una nazione divisa, con scarsa moralità, incapace di costruire un senso di appartenenza. Un po­polo sul quale il cattolicesimo ha esercitato un ruolo sostanzialmente negativo, esaltando l'esteriorità, a scapito dell'interiorità. Il perdo­no del sacerdote nel confessionale sembra produrre una diffusa, generale tendenza all'autoassoluzione, le scelte degli individui vengono an­negate negli orientamenti della massa, un tut­to in cui ogni responsabilità si stempera. Ma altre ragioni si affacciano, a cominciare da quella più precisamente politica. La continuità tra fascismo e Repubblica è nei fatti. Scavare lungo i fili che congiungono i due momenti storici significherebbe mettere a repentaglio almeno una parte degli stessi «miti fondatori» del postfascismo. Su questa linea, storicamen­te, democristiani e comunisti, liberali e socialisti si sono trovati tacitamente d'accordo. Non è un caso che chi ha condotto ricerche sull'intellettualità nel Ventennio abbia trovato, spes­so con un certo sgomento, episodi di compro­missioni che investono quasi paritariamente l'intellettualità di varia collocazione.

 

Belardelli - Non mi pare si possa parlare del rapporto intellettuali-fascismo come di un nervo scoperto. Dagli anni Settanta tale rappor­to ha rappresentato uno degli argomenti più frequentati dalla storiografia. È da quel mo­mento che il quadro di una vita culturale in gran parte indipendente dal regime si è rove­sciato nel suo opposto; fino a documentare una situazione che Roberto Vivarelli ha ben de­finito come «un regime di convivenza», nel quale anche quanti erano conosciuti come an­tifascisti, «se non si esponevano in forme di opposizione attiva, continuarono a svolgere i loro mestieri e le loro carriere accademiche». Diversa è invece la questione della successiva «conversione all'antifascismo». A questo ri­guardo, le polemiche dipendono dal modo in cui un intero ceto intellettuale che aveva operato durante il fascismo si trovò a dover rielaborare il proprio passato dopo il 1945, negando o molto sminuendo i precedenti rapporti con il regime.

 

Il disciplinamento blando e tardivo degli in­tellettuali sotto il fascismo, se confrontato con i metodi adottati nella Germania nazista, ha indotto a parlare di «totalitarismo riluttante». Condivide questa lettura?

D'Orsi - Sostanzialmente no. Ritengo che l'interpretazione del fascismo come «totalitarismo imperfet­to» abbia fatto il suo tempo, rivelandosi inadeguata e fuor­viante. Penso piuttosto che il fascismo costituisca quasi il modello idealtipico del totalitarismo novecentesco, a cominciare dalle inoppugnabili ragioni cronologiche. Se nel totalitarismo un elemento es­senziale, accanto all'esercizio di un potere dispotico, è il disordine, la mancanza di un ve­ro centro politico, al di là delle decisioni del capo, che a lo­ro volta sono sempre incerte, non v'è dubbio che il fasci­smo sia stato il regime totalita­rio per eccellenza, con i con­trasti acutissimi tra centro e periferia, tra prefetti e federa­li, tra partito e Stato. D'altra parte l'incapacità del regime di realizzare un effettivo con­trollo delle istituzioni cultura­li non sembra sia dipesa da una carenza di volontà politi­ca: nel fascismo il disegno di dare vita a una totale e totalita­ria «politica della cultura», a una vera irreggimentazione dei chierici, è a mio avviso più nitido e convinto che nella Germania hitleriana e nella Russia staliniana. Nel fascismo si da assai più importanza agli intellettuali, di quanto essi non ne ricevano in altri regimi «totalitari».

 

Belardelli - Mi sembra che l'idea di un tota­litarismo «tardivo» o «riluttante» non faccia che registrare dati di fatto. Mi limito a due esempi. Si pensi alla legge del dicembre 1925 che consentiva di allontanare dall'università i professori antifascisti; ebbene, sul finire del 1926, vennero estromessi soltanto due docenti, uno dei quali peraltro, il socialista Luigi Montemartini, verrà reintegrato di lì a poco.  Siamo dunque di fronte a un quadro incomparabile con quello fornito dalla Germania dove, a nemmeno due anni dall'ascesa al potere di Hitler, risultavano allontanate dall'università 600 persone. O ancora, si pensi al giuramento di fedeltà al regime introdotto nel 1931: si trat­tava a ben vedere di una misura congegnata, più che per estromettere i molti docenti di sentimenti antifascisti, per favorirne la permanenza dopo un formale atto di subordinazione. Naturalmente, questo non vuol dire che l'una e l'altra mi­sura che ho citato non avesse­ro un carattere repressivo. Ma si tratta di misure che sembra difficile poter interpretare come il segno di una politica effettivamente totalitaria. Tutto ciò, naturalmente, vale fino al 1938, un anno che segna, co­me è noto, una svolta dal punto di vista delle inclinazioni (e realizzazioni) totalitarie del re­gime, non solo a causa delle leggi razziali. Ma appunto, un regime che comincia ad appli­care sistematicamente misure totalitarie a oltre dieci anni dalla nascita della dittatura ve­ra e propria, come altro po­trebbe definirsi se non come un totalitarismo riluttante o tardivo?

 

Pier Giorgio Zimino ha sot­tolineato come il mito dell'an­tifascismo fosse una «impo­stura necessaria». Quale fu la funzione assolta dalla cosid­detta «vulgata antifascista» nell'Italia postbellica?

 

 

D'Orsi - Si tratta di una espressione forte, che condivi­do solo nell'aggettivo: parlerei di «mito neces­sario», dietro il quale esiste una precisa realtà. L'antifascismo e la Resistenza sono stati dati oggettivi. Il fatto che la Resistenza attiva sia sta­ta una presenza minoritaria non può ridurne il significato a mero dato virtuale e mitologico. Inoltre, va ribadito che dietro quel fatto minoritario esisteva un'amplissima zona di complici­tà con il partigianato. La vulgata, a ben vedere, è ormai quella di chi continua a denunciare la vulgata: è il tentativo, giunto ormai alle estre­me conseguenze con Pansa, di pareggiare i conti, di annullare le differenze, e di togliere alla Resistenza qualsiasi significato storico. Ep­pure, la fine del fascismo, il 25 aprile, significò una rottura, e prima ancora l’8 settembre, che non fu la «morte», ma la rinascita di una pa­tria, una patria non nazionalista e bellicista; pa­tria come scelta, non come appartenenza e imposizione. Fu, poi, soprattutto, una prima, parzialissima e minoritaria riappropriazione della politica da parte di quegli italiani chiamati per oltre vent'anni solo ad applaudire il Capo: fu un ritorno della voglia di partecipare, che il fa­scismo aveva scoraggiato. In tal senso, pur con i limiti di una transizione troppo «continui­sta», il biennio 8 settembre - 25 aprile fu davve­ro un grande atto liberatorio.

 

Belardelli - Sono d'accordo con Zunino: potremmo anche dire che il mito antifascista ha dato vita a una «tradizione inventata. In rife­rimento alla funzione assolta dalla vulgata an­tifascista», vorrei almeno sottolineare, però, come di «vulgate» ve ne siano state varie. Di­stinguerei da una parte il racconto ufficiale del­la nuova Italia antifascista, incentrato sulla pro­clamata estraneità al fascismo della maggioran­za degli italiani e sulla larga partecipazione po­polare alla Resistenza; dopo il 1945 la costruzio­ne di un tale racconto risultava necessaria e uti­le perché il Paese si incamminasse sulla via del­la democrazia. Dall'altro vi è stata una «vulga­ta» più specificamente ascrivibile al Pci, costru­ita in primo luogo sull'idea che il partito stes­so, per la sua ventennale opposizione clande­stina al regime e per il ruolo centrale svolto poi nella Resistenza, rappresentasse la forza più coerentemente antifascista e anzi quella che aveva il «potere battesimale» di decidere dell'antifascismo altrui. Da questo punto di vi­sta, la vulgata antifascista-comunista rappre­sentò un'arma politica usata contro la De, accu­sata dai comunisti di voler instaurare un regi­me «elenco-fascista». Peraltro, fu sulla base della vulgata antifascista-comunista che il Pci, in anni nei quali guardava all’Urss come al pro­prio modello, poté tuttavia acquisire una legit­timazione politica come partito «democrati­co» perché «antifascista»; e in tal modo riceve­re anche una sorta di risarcimento per l'emargi­nazione dall'area del governo.

(testo a cura di Luca La Rovere) 
Ultimo aggiornamento ( venerdì 28 marzo 2008 )
 
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