
| «Figlia mia ricorda: non esistono razze» |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 11 ottobre 2008 | |
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Maraini Dacia, «Figlia mia ricorda: non esistono razze». Si deve parlare di popoli e culture. Nel mondo c’è solamente chi ha e chi non ha, in «Corriere della Sera», 7 ottobre 2008, p. 42.
Avevo sei anni quando ho sentito per la prima volta la parola razza. Mio padre, ventenne, mi teneva per mano mentre saltavamo di pietra in pietra lungo un fiume giapponese. «Ricordati che le razze non esistono - mi disse con voce decisa -. Si può parlare solo di popoli e di culture diverse, non di razze». Allora, negli anni 40, non era una cosa scontata. L’Europa intera era invasa da ideologie razziste. Non credere alle divisioni dovute al colore della pelle, alla forma del naso o dei capelli era cosa che pochi osavano affermare. Mio padre era antropologo e non poteva pensare altrimenti, ma pure andava contro corrente e ne era consapevole. È stato il suo rifiuto del razzismo che l’ha allontanato dal fascismo e dall’Italia. È stata la profonda antipatia del principio di superiorità di un popolo sugli altri che ha spinto lui e mia madre a preferire il campo di concentramento piuttosto che firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Poi la guerra è finita, molti hanno capito quanti guai e catastrofi abbia portato il razzismo. Sembrava che la grande maggioranza degli europei fosse stata vaccinata contro la malattia. E invece eccoci qui, di nuovo con le teorie della diversità, che regolarmente si accompagnano al concetto di superiorità di una cultura, di una religione, di una nazionalità sulle altre. Idee che affascinano soprattutto i giovani, sedotti da intolleranze che a loro appaiono nuove e alla moda, mentre sono antichissime e prevedibili. La pratica della cancellazione della memoria naturalmente peggiora le cose. Senza memoria, come dice Bergson, non c’è coscienza. Ma la cultura del mercato diffida della memoria e quindi fa di tutto per offuscarla. Anche le affascinanti prospettive di una revisione storica che azzera le responsabilità delle scelte storiche, non aiutano certo a capire. Come dice con saggezza popolare Sancho Panza: «Nel mondo ci sono solo due razze, quella di chi ha e quella di chi non ha». Sono sempre quelli che hanno (potere, soldi, proprietà, cittadinanza, diritti, voce in capitolo) a stabilire cosa debbano fare e dire quelli che non hanno. I quali, quasi sempre, per potere lavorare, per avere una casa, e vivere in pace, si adeguano. Salvo poi, alla goccia fatidica prendersela col più debole, magari la moglie, i figli. Eppure l’Europa conosce bene i patimenti dell’emigrazione. Ma pare che mentre siamo stati bravissimi nello sviluppare una cultura dell’emigrazione, non abbiamo finora saputo creare una cultura dell’immigrazione, dell’accoglienza, del buon esempio e delle regole. Fra l’altro tutti ammirano gli Stati Uniti per la loro energia e la loro potenza, e non tengono conto che sono il Paese al mondo che più ha saputo accogliere e fare sue culture anche lontane, con le loro religioni, le loro abitudini sociali, le loro filosofie, le loro tradizioni. Ed è stata proprio la capacità di trasformare tanti stranieri in ferventi americani che fa la forza del Paese più potente del mondo. «Io non chiedo a che razza appartiene un uomo, basta che sia un essere umano, nessuno può essere qualcosa di peggio», scrive Mark Twain. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 15 ottobre 2008 ) |
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