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Franchismo, l'esodo che fece grande l'America PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedì 13 dicembre 2007
Cesare Segre, In un libro i destini del poeta Jiménez, dello storico de Madariaga e di Maria Zambiano.Franchismo, l'esodo che fece grande l'America. Intellettuali accusati di comunismo si salvarono emigrando in Messico e Argentina,

 

in «Il Corriere della Sera», 9 novembre 2007, p. 55.    

 

Viaggiando fra le università degli Stati Uniti, si sente spesso una battuta al­quanto macabra: «Dovremmo fare in ogni campus un monumento a Hitler, perché le sue persecuzioni hanno arricchito le nostre università di un numero straordinario di docenti straordinari». In verità, l'Università americana ha fatto, a metà del Novecento, un salto di qualità grazie all'apporto di persegui­tati razziali o politici. Ma il generale Franco non fu da meno dell'amico tedesco: gli uomini di cultura e i professori spagnoli rifugiati alla fine della guerra civile nell'America Latina, e in particolare in Messico, ma anche in Inghil­terra, sono in numero impressionante. Alcuni riuscirono ad andarsene prima della caduta del governo repubblicano, altri scamparono avventurosamente dopo una sosta in campi di concentramento francesi, altri ancora furono oggetto di epurazioni di cui fa ora la storia il volume La destrucción de la ciencia en Espana. Depuración universitaria en el franquismo, cu­rato da Luis Enrique Otero Carvajal per la Editorial Complutense. Si può dire che la crema del pensiero spa­gnolo sia andata in esilio: poeti come Pedro Salinas e Juan Ramón Jiménez, storici come Salvador de Madariaga e Claudio Sànchez Albornoz, filologi come Américo Castro, filo­sofi come Maria Zambrano. Qualcuno (primo Garcia Lorca) fu fucilato; Antonio Machado morì dopo un disperato espatrio in Francia; solo il massimo filologo Ramón Menéndez Fidai poté rimanere, difeso da un'incontrastata fama internazionale, come il nostro Benedetto Croce, che convisse, e non piegandosi, col fascismo.Carvajal sottolinea opportunamente che la vivacità culturale della Spagna di quegli anni era una recente conquista. Come si sa, la perdi­ta, nel 1898, di colonie come Cuba e le Filippi­ne era stata un trauma salutare. Dopo quella scossa, una cultura retriva e ottusa s'era impe­gnata a rinnovarsi, superando il divario con il resto dell'Europa. Una funzione decisiva la esercitarono la Institución Libre de Enseñanza, fucina di pensiero libero, di cervelli apertis­simi, e, meno nota, la Junta para Ampliación de Estudios, che selezionò una generazione di giovani ferratissimi, li dotò di borse di studio e li mandò in giro per il mondo ad assimilare il meglio della ricerca scientifica. In pochi lustri, anche grazie ai contatti con i più importanti centri di ricerca, la Spagna poteva allineare specialisti e istituti di altissimo livello.È proprio alla cancellazione di questi centri e di questi docenti che s'impegnò, dopo il crol­lo della Repubblica, il governo franchista. La campagna di epurazione iniziò anche prima che i cannoni tacessero. Il volume di Carvajal offre tutti i dati, pure statistici, su questa ope­razione, contando, nell'Università di Madrid, i professori fucilati, quelli incarcerati anche a lungo, quelli destituiti. Tra le spinte a que­st'azione sistematica, gestita da commissioni create ad hoc, c'era di sicuro la vendetta, o l'intimidazione. Soprattutto, e viene dichiara­to, l'intento di togliere a cervelli troppo indipendenti la facoltà di avere discepoli. Ogni vittima della persecuzione, come qui si esemplifi­ca, ha la sua vicenda personale, anche di povertà, talora di passaggio al meno esposto lavoro nell'industria (esilio interno). E come sempre c'è chi mette in movimento amicizie, crea o inventa giustificazioni o meriti pregres­si verso la dittatura. I racconti su molti profes­sori sono quasi abbozzi di romanzo, in cui le qualità del carattere stanno in primo piano.Il tipo di accuse mette in rilievo la mancan­za nei persecutori di un articolato progetto ideologico. Le vittime sono sempre definite «simpatizzanti del comunismo, o del marxi­smo», o senz'altro «rossi», o «contrari al Mo­vimento Nazionale (falangista)», «apostoli di false dottrine», «avvelenatori dell'anima po­polare», «intellettualoidi». A un professore si rinfaccia di aver partecipato a un congresso in Russia, e di essersi procacciato, per tradurli, libri (non si dicono i titoli) in quella lingua. Quale sarebbe l'atteggiamento positivo? Quel­lo di «non insegnare nulla di contrario all'or­todossia cattolica», e di favorire «la gloria del­la Cristianità, della Civiltà e della Spagna»; non a caso partecipava ai processi la Asociación Católica Nacional de Propagandistas. E un tale professor Landete esibisce a sua difesa la devozione per San Francesco Saverio e l'amicizia con qualche vescovo e con il Papa. Inutile dire che le indagini si fondavano so­stanzialmente su delazioni (anche gl'imputati dovevano denunciare qualcuno), e che le lotte accademiche, le invidie tra colleghi o aspiranti colleghi erano pane quotidiano. Si trattava sempre di posti che si liberavano per gli aspi­ranti più spregiudicati. Balza agli occhi un cli­ma da Inquisizione. Il volume riporta i questionari che gli accusati dovevano compilare: peggio di una meticolosa, umiliante confessio­ne. E per di più si dichiarava sin dall'inizio che «l'evidenza dei comportamenti perniciosi per il Paese rendeva inutili le garanzie processua­li». Questa triste storia ha però anche un esito immediatamente positivo. Làzaro Càrdenas, presidente del Messico, già alleato della Re­pubblica, accoglie circa ventimila esuli spa­gnoli e favorisce la loro sistemazione e la ripre­sa della loro attività. Anche in questo caso i disastri di una dittatura in qualche parte del mondo si risolvono in benefici per chi, magari in Paesi lontani, è stato solidale con le vittime.    

 

Elisabetta Rosaspina, La fine della casa editrice fondata dai fuoriusciti  

 

MADRID - Non aveva forse più ragio­ne di esistere, ma la morte silenziosa dell'ul­tima casa editrice spagnola fondata dai fuoriusciti, in esilio durante tutto il regime di Francisco Franco, ha amareggiato i su­perstiti di quel periodo. La recente scom­parsa, senza clamori e senza molti necrolo­gi, della Librairie des Editions Espagnoles, poco più di vent'anni dopo l'editoriale Ruedo Ibèrico, scrive su El Paìs uno degli scrittori che la frequentò, Juan Goytisolo, segna anche la «fine di un'epoca nella qua­le la nostra cultura, asfis­siata dal franchismo, so­pravvisse grazie alla resi­stenza intellettuale stabilitasi in Messico, in Argenti­na e a Parigi».Alla conclusione della seconda guerra mondiale, le speranze dei dissidenti spagnoli sul crollo immi­nente anche della dittatu­ra di Franco erano destinate a un'inevita­bile delusione: l'esilio si sarebbe prolunga­to per più di trent'anni ancora, e la possi­bilità di tornare in patria restava remota, esattamente come nel '39, alla disfatta re­pubblicana nella guerra civile. La necessi­tà di mantenere vive la cultura e le idee della seconda repubblica aveva fatto fiori­re in Francia e in America Latina riviste e pubblicazioni, finanziate generalmente da sindacati e partiti politici sconfitti ed estromessi da Franco. Erano nate associazioni culturali, animate soprattutto dai ca­talani, la comunità di espatriati più nume­rosa al di là del confine francese. Ma man­cava un veicolo, anche commerciale, per diffondere il pensiero letterario, filosofico, artistico e gli scritti categoricamente censurati in Spagna.La prima casa editrice fondata dagli esu­li in Francia fu proprio la Librairie des Editions Espagnoles. E la sua culla fu Tolosa, la capitale della Repubblica transfuga, do­ve si concentravano e mescolavano, nei giorni della Liberazione, intellettuali francesi e spagnoli, come Antonjo Soriano, scomparso un paio d'anni fa a Parigi. La sua Libreria Spagnola, poi trasferita sui bordi del­la Senna, a Parigi, era de­stinata a diventare, dal 1948 in poi, il punto di riferimento di tutti i rifugiati spagnoli e degli ispanisti francesi. Il centro culturale dove s'incon­travano Picasso, Albert Camus, il poeta Rafael Alberti e il regista Luis Buñuel, che aveva ospitato Soriano al suo arrivo nella capitale francese. Tutti o in maggioranza simpatizzanti del partito comunista. Poco dopo la sua morte, però, i prezzi degli affit­ti nel quartiere latino sono saliti alle stelle, e la famiglia Soriano ha dovuto abbassare la saracinesca allo storico indirizzo di rue de Seine 72, per lasciare spazio a un lussuo­so negozio di arredamento.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 13 dicembre 2007 )
 
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