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Cesare Segre, In un libro i destini del poeta Jiménez, dello storico de Madariaga e di Maria Zambiano.Franchismo, l'esodo che fece grande l'America. Intellettuali accusati di comunismo si salvarono emigrando in Messico e Argentina,
in «Il Corriere della Sera», 9 novembre 2007, p. 55.
Viaggiando fra le università degli Stati Uniti, si sente spesso una battuta alquanto macabra: «Dovremmo fare in ogni campus un monumento a Hitler, perché le sue persecuzioni hanno arricchito le nostre università di un numero straordinario di docenti straordinari». In verità, l'Università americana ha fatto, a metà del Novecento, un salto di qualità grazie all'apporto di perseguitati razziali o politici. Ma il generale Franco non fu da meno dell'amico tedesco: gli uomini di cultura e i professori spagnoli rifugiati alla fine della guerra civile nell'America Latina, e in particolare in Messico, ma anche in Inghilterra, sono in numero impressionante. Alcuni riuscirono ad andarsene prima della caduta del governo repubblicano, altri scamparono avventurosamente dopo una sosta in campi di concentramento francesi, altri ancora furono oggetto di epurazioni di cui fa ora la storia il volume La destrucción de la ciencia en Espana. Depuración universitaria en el franquismo, curato da Luis Enrique Otero Carvajal per la Editorial Complutense.
Si può dire che la crema del pensiero spagnolo sia andata in esilio: poeti come Pedro Salinas e Juan Ramón Jiménez, storici come Salvador de Madariaga e Claudio Sànchez Albornoz, filologi come Américo Castro, filosofi come Maria Zambrano. Qualcuno (primo Garcia Lorca) fu fucilato; Antonio Machado morì dopo un disperato espatrio in Francia; solo il massimo filologo Ramón Menéndez Fidai poté rimanere, difeso da un'incontrastata fama internazionale, come il nostro Benedetto Croce, che convisse, e non piegandosi, col fascismo.Carvajal sottolinea opportunamente che la vivacità culturale della Spagna di quegli anni era una recente conquista. Come si sa, la perdita, nel 1898, di colonie come Cuba e le Filippine era stata un trauma salutare. Dopo quella scossa, una cultura retriva e ottusa s'era impegnata a rinnovarsi, superando il divario con il resto dell'Europa. Una funzione decisiva la esercitarono la Institución Libre de Enseñanza, fucina di pensiero libero, di cervelli apertissimi, e, meno nota, la Junta para Ampliación de Estudios, che selezionò una generazione di giovani ferratissimi, li dotò di borse di studio e li mandò in giro per il mondo ad assimilare il meglio della ricerca scientifica. In pochi lustri, anche grazie ai contatti con i più importanti centri di ricerca, la Spagna poteva allineare specialisti e istituti di altissimo livello.È proprio alla cancellazione di questi centri e di questi docenti che s'impegnò, dopo il crollo della Repubblica, il governo franchista. La campagna di epurazione iniziò anche prima che i cannoni tacessero. Il volume di Carvajal offre tutti i dati, pure statistici, su questa operazione, contando, nell'Università di Madrid, i professori fucilati, quelli incarcerati anche a lungo, quelli destituiti. Tra le spinte a quest'azione sistematica, gestita da commissioni create ad hoc, c'era di sicuro la vendetta, o l'intimidazione. Soprattutto, e viene dichiarato, l'intento di togliere a cervelli troppo indipendenti la facoltà di avere discepoli. Ogni vittima della persecuzione, come qui si esemplifica, ha la sua vicenda personale, anche di povertà, talora di passaggio al meno esposto lavoro nell'industria (esilio interno). E come sempre c'è chi mette in movimento amicizie, crea o inventa giustificazioni o meriti pregressi verso la dittatura. I racconti su molti professori sono quasi abbozzi di romanzo, in cui le qualità del carattere stanno in primo piano.Il tipo di accuse mette in rilievo la mancanza nei persecutori di un articolato progetto ideologico. Le vittime sono sempre definite «simpatizzanti del comunismo, o del marxismo», o senz'altro «rossi», o «contrari al Movimento Nazionale (falangista)», «apostoli di false dottrine», «avvelenatori dell'anima popolare», «intellettualoidi». A un professore si rinfaccia di aver partecipato a un congresso in Russia, e di essersi procacciato, per tradurli, libri (non si dicono i titoli) in quella lingua. Quale sarebbe l'atteggiamento positivo? Quello di «non insegnare nulla di contrario all'ortodossia cattolica», e di favorire «la gloria della Cristianità, della Civiltà e della Spagna»; non a caso partecipava ai processi la Asociación Católica Nacional de Propagandistas. E un tale professor Landete esibisce a sua difesa la devozione per San Francesco Saverio e l'amicizia con qualche vescovo e con il Papa. Inutile dire che le indagini si fondavano sostanzialmente su delazioni (anche gl'imputati dovevano denunciare qualcuno), e che le lotte accademiche, le invidie tra colleghi o aspiranti colleghi erano pane quotidiano. Si trattava sempre di posti che si liberavano per gli aspiranti più spregiudicati. Balza agli occhi un clima da Inquisizione. Il volume riporta i questionari che gli accusati dovevano compilare: peggio di una meticolosa, umiliante confessione. E per di più si dichiarava sin dall'inizio che «l'evidenza dei comportamenti perniciosi per il Paese rendeva inutili le garanzie processuali». Questa triste storia ha però anche un esito immediatamente positivo. Làzaro Càrdenas, presidente del Messico, già alleato della Repubblica, accoglie circa ventimila esuli spagnoli e favorisce la loro sistemazione e la ripresa della loro attività. Anche in questo caso i disastri di una dittatura in qualche parte del mondo si risolvono in benefici per chi, magari in Paesi lontani, è stato solidale con le vittime.
Elisabetta Rosaspina, La fine della casa editrice fondata dai fuoriusciti
MADRID - Non aveva forse più ragione di esistere, ma la morte silenziosa dell'ultima casa editrice spagnola fondata dai fuoriusciti, in esilio durante tutto il regime di Francisco Franco, ha amareggiato i superstiti di quel periodo. La recente scomparsa, senza clamori e senza molti necrologi, della Librairie des Editions Espagnoles, poco più di vent'anni dopo l'editoriale Ruedo Ibèrico, scrive su El Paìs uno degli scrittori che la frequentò, Juan Goytisolo, segna anche la «fine di un'epoca nella quale la nostra cultura, asfissiata dal franchismo, sopravvisse grazie alla resistenza intellettuale stabilitasi in Messico, in Argentina e a Parigi».Alla conclusione della seconda guerra mondiale, le speranze dei dissidenti spagnoli sul crollo imminente anche della dittatura di Franco erano destinate a un'inevitabile delusione: l'esilio si sarebbe prolungato per più di trent'anni ancora, e la possibilità di tornare in patria restava remota, esattamente come nel '39, alla disfatta repubblicana nella guerra civile. La necessità di mantenere vive la cultura e le idee della seconda repubblica aveva fatto fiorire in Francia e in America Latina riviste e pubblicazioni, finanziate generalmente da sindacati e partiti politici sconfitti ed estromessi da Franco. Erano nate associazioni culturali, animate soprattutto dai catalani, la comunità di espatriati più numerosa al di là del confine francese. Ma mancava un veicolo, anche commerciale, per diffondere il pensiero letterario, filosofico, artistico e gli scritti categoricamente censurati in Spagna.La prima casa editrice fondata dagli esuli in Francia fu proprio la Librairie des Editions Espagnoles. E la sua culla fu Tolosa, la capitale della Repubblica transfuga, dove si concentravano e mescolavano, nei giorni della Liberazione, intellettuali francesi e spagnoli, come Antonjo Soriano, scomparso un paio d'anni fa a Parigi. La sua Libreria Spagnola, poi trasferita sui bordi della Senna, a Parigi, era destinata a diventare, dal 1948 in poi, il punto di riferimento di tutti i rifugiati spagnoli e degli ispanisti francesi. Il centro culturale dove s'incontravano Picasso, Albert Camus, il poeta Rafael Alberti e il regista Luis Buñuel, che aveva ospitato Soriano al suo arrivo nella capitale francese. Tutti o in maggioranza simpatizzanti del partito comunista. Poco dopo la sua morte, però, i prezzi degli affitti nel quartiere latino sono saliti alle stelle, e la famiglia Soriano ha dovuto abbassare la saracinesca allo storico indirizzo di rue de Seine 72, per lasciare spazio a un lussuoso negozio di arredamento. |