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«Fu pulizia etnica, sulle foibe reazioni inconsulte». Napolitano un anno dopo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 11 febbraio 2008
Marzio Breda, «Fu pulizia etnica, sulle foibe reazioni inconsulte». Napolitano un anno dopo rivendica il discorso che scatenò le proteste della Croazia, in «Corriere della Sera», 11 febbraio 2008, p. 9.

 

Nel Giorno del Ricordo, l'invito a far vincere «il dialogo sul pregiudizio» e «le ragioni dell'unità su quelle della discordia» 

 

ROMA – Il discorso di ieri era stato concepito per far pre­valere «le ragioni dell'unità su quelle della discordia», per far vincere «il dialogo sul pre­giudizio». Insomma, il solen­ne risarcimento morale ai morti e ai superstiti delle foi­be di Tito e ai reduci del dram­matico esodo da Istria e Dalmazia era stato bilanciato da un appello rivolto a entrambe le spon­de dell'Adriatico, affinché si dimo­stri di «aver appre­so la lezione della storia». Girando tutti insieme una dolorosissima pagi­na, pur rifiutando «giustamente» di vederla cancellata.

Solo che, quan­do si è trovato da­vanti al microfo­no, durante la ceri­monia per il Gior­no del Ricordo, Giorgio Napo­litano non ha resistito alla ten­tazione di pronunciare un pa­io di frasi a braccio e di pren­dersi una mezza rivincita ri­spetto a una polemica dello scorso anno. Quando subì un bruciante schiaffo del capo dello Stato croato, Stipe Mesic, il quale gli contestava, in particolare, di aver parlato di un «disegno annessionistico slavo che prevalse nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri connotati di una puli­zia etnica».

Le recriminazioni di Zaga­bria furono durissime. Con il nostro presidente trattato alla stregua di un estremista di de­stra, accusato d'aver intenzio­nalmente archiviato «i crimi­ni fascisti» e di aver agitato «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico». Ne nacque una complessa controversia diplomatica che riattizzò vec­chi risentimenti. Controver­sia sedata soltanto dopo la convocazione da parte del ministro degli Esteri d’Alema dell'ambasciatore croato e do­po un pronunciamento dell'Unione Europea, che consi­derò «inappropriata» la sorti­ta di Mesic, costretto a una pubblica resa.

Caso chiuso, dunque? Così sembrava. Ma così evidente­mente non era per Napolita­no, il quale si è concesso ieri un mezzo replay del 2007 e ha parlato di «qualche reazione inconsulta fuori d'Italia» al suo precedente discorso. Rea­zione che, ha puntualizzato, confermando se stesso fino al­le virgole, «non ha scalfito la mia convinzione che fosse giusto esprimermi, a nome della Repubblica, con quelle parole e con quell'impegno». Con ciò, pertanto, ha ribadito il giudizio sull'impronta co­munista e anti-italiana delle foibe e delle persecuzioni con­tro i nostri connazionali al di là del mare. Vittime di una e vera e propria «pulizia etni­ca» in una strage coperta poi da una «congiura del silen­zio». A offrirgli lo spunto per la divagazione fuori program­ma era stato il vicepremier, Francesco Rutelli, che lo ave­va preceduto nell'omaggio ai reduci saliti al Quirinale. E che, in assoluta sintonia con il capo dello Stato, aveva anch'egli utilizzato l'incriminata definizione di «pulizia etni­ca».

Contento di vedere mutua­ta la sua analisi storica da una autorità di governo, come pu­re dal senatore Lucio Toth (in rappresentanza dei profughi e delle famiglie e degli infoibati, ndr), il capo dello Stato si è sforzato di inquadrare la ceri­monia in un contesto storico più vasto. Ha evocato «le in­giustizie subite, il dolore vis­suto dai superstiti e dai loro discendenti a da chi fu costret­to all'esodo». E ha spiegato che, per considerare con un'ottica «serena e non unilaterale» quel «tormentato e tra­gico periodo» del Novecento, bisogna tornare allo scenario di allora, «segnato dagli oppo­sti totalitarismi». Cioè, indica­ti con pari grado di responsabilità, dal fascismo e dal co­munismo.

Oggi, secondo lui, è l’Euro­pa che può e deve liberarci da un passato del quale siamo stati troppo a lungo prigionie­ri. Dentro quella cornice dob­biamo muoverci.

Purché ci resti sempre «di monito», dice il presidente, la coscienza che la tragedia de­gli italiani d'Istria e Dalmazia fermentò appunto dalla «pia­ga dei nazionalismi, della gret­ta visione particolare, del di­sprezzo dell'altro, della acriti­ca transazione della propria identità etnica o storica».

 

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Cristina Marrone, La sopravvissuta «Ho perso sette parenti, su di me torture e umiliazioni». Mafalda: sento ancora le urla

 

MILANO - «Ricordare è un dolore enorme, che non si è affievolito nel tempo. Ho perso sette parenti, ho subito torture e umiliazioni. Oggi non provo odio, ma c'è rabbia per il silenzio vergogno­so di questi anni. Solo ora, finalmente si comincia a parlare della pulizia etnica contro gli italiani». Mafalda Codan, classe 1926, ex maestra elementa­re, tiene in mano l'album fotografico di quegli an­ni dolorosi, da quando, dopo l'8 settembre 1943, i partigiani italiani infoibarono padre, fratello del padre, due fratelli della madre e un cugino. Mo­stra una foto che è un documento. Gorizia, 10 giu­gno 1949: Croce rossa italiana e iugoslava si scam­biano i prigionieri. Tra loro c'è anche Mafalda, ragazza istriana. Per lei è il giorno della liberazione dopo quattro anni fra torture, prigionia e fughe. Ricordi che sono stati affidati a un diario.

Con la mamma e il fratello era riuscita a fuggire a Trieste, ma il 7 maggio 1945 fu riportata a forza in Istria. «Mi legano a una colonna - ricorda nei suoi scritti - e mi mettono intorno due bandiere slave e il ritratto di Tito. Un uomo inizia a colpir­mi con tutta la sua forza con una cinghia. Mi colpi­sce così forte sugli occhi che non riesco a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di guardare negli occhi chi mi picchiava. Le donne mi colpiscono con grossi bastoni e con delle tena­glie cercano di levarmi le unghie, ma non ci riesco­no perché sono troppo corte. Una scalmanata con un cucchiaio mi gratta con le palpebre gonfie e ferite e mi grida: "Apri gli occhi che te li levo"». A Castello di Pisino è in carcere accanto alla cella del fratello Arnaldo, 17 anni, che subì ogni genere di tortura: «Le sue urla di dolore mi risuonano dolo­rosamente nella testa giorno e notte. Una mattina uno degli aguzzini entra in cella e mi chiede "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva mori­re sai, anche dopo morto il suo corpo ha continua­to a saltare"».

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Marzio Breda, Cautela a Zagabria. In ballo de la Ue

MILANO - Nessun commento. Anzi, le parole di Napolitano stavolta a Zagabria nessuno, ufficialmente, le ha neppure sentite. «Reazioni inconsulte», quelle di Stipe Mesic, come ieri ha sostenuto Napolitano, quando il presidente croato un anno fa definì il suo discorso «revanscista» e «razzista»? Dall'ufficio della presidenza croata sostengono che non sono a conoscenza di nulla, lo stesso fa il ministero degli Esteri tramite un portavoce. «Forse sapremo qualcosa domani (oggi, ndr)». Stamani si leggeranno sui giornali i resoconti dei corrispondenti dall'Italia. Ma certamente, dicono ambienti giornalistici di Zagabria, l'ambasciata croata ha già informato il ministero. Allora perché questa cautela? Scottata dalle reazioni di Roma, che un anno fa portò il caso a Bruxelles - mettendo in forse anche la candidatura europea della Croazia - e costringendo un ostinato Stipe Mesic a un'umiliante retromarcia, Zagabria ieri ha preferito tacere. O prendersi un giorno di riflessione.

 

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Giovanna Cavalli, Il direttore del Brancaccio spiega il no al convegno sul dramma istriano: ma riuscirò a farlo. Costanzo: sul tema nervi tesi, ho temuto disordini

 

ROMA - Maurizio Costanzo, lei che è il direttore del Brancaccio, co­me mai il teatro all'ultimo minuto ha sfrattato il convegno sulle foibe di venerdì scorso?

«Guardi che è una storia molto semplice. Quando venti giorni, un mese fa, gli organizzatori mi hanno chiesto la sala, ho detto sì, ve la dò. Purché sia una manifestazione sobria e ci sia una controparte. I patti erano questi».

E poi?

«Poi mi sono arrivate parecchie e-mail dei collettivi studenteschi di si­nistra. Mi avvisavano che la Fiamma Tricolore voleva portare un corteo fin sotto al teatro e questo non andava be­ne. C'è stato pure quel lacrimogeno lanciato davanti all'ingresso, segno evidente che qualcuno non voleva che al Brancaccio si svolgesse quella manifestazione».

E lei?

«Ho detto: signori miei, questo è un teatro, un luogo pubblico, non scherziamo. E mi sono ancora una vol­ta raccomandato con gli organizzato­ri che, con Marco Marsilio, capogrup­po di An in Campidoglio, ci fosse, co­me previsto, pure l'assessore Silvio Di Francia del Pd a bilanciare l'incontro. In tutta la mia vita professionale sono sempre stato più che attento agli equilibri».

Poi però Di Francia ha rinunciato spiegando che: «Non ci sono le con­dizioni per un dibattito sereno».

«E io a quel punto ho detto: non se ne fa più niente».

Così però l'ha data vinta a chi boi­cottava l'evento.

«Non è così. Troveremo un'altra data nel calendario del Brancaccio, ci stiamo già pensando. E il dibattito sul­le foibe vedrete che si farà. Purché non ci siano né cortei né disordini».

Qualcuno, da destra, ha insinuato che sia stato Veltroni a indurla a chiudere le porte del Brancaccio.

«Sciocchezze, Veltroni non l'ho sen­tito, non ci parlo da tre mesi».

Mi ricordava prima che 3 anni fa ha realizzato uno speciale su Auschwitz per Canale 5, proprio con Veltroni. Perché non ne ha ancora mai fatto uno sulle foibe?

«Non è capitato ma lo farei».

Magari potrebbe trovare una sera­ta al Maurizio Costanzo Show.

«Non ho più quegli spazi speciali di un tempo ma in passato ho trattato l'argomento. Guardi che io sono dell'idea che tutti abbiano il diritto di parlare e non ho alcun problema con chicchessia. Perciò vi prego, non cre­iamolo qui, ora».  
Ultimo aggiornamento ( lunedì 11 febbraio 2008 )
 
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