Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Garin e gli antifascisti PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 07 giugno 2009

Paolo Rossi, Garin e gli antifascisti. Negli ultimi anni del regime, la divisione tra sostenitori e oppositori diventò assai tenue. Ma la tesi del «nicodemismo degli intellettuali è del tutto plausibile. E ci ricorda quanto sia diffìcile e doloroso fare i conti col proprio passato, in «Il Sole 24 Ore», 10 maggio 2009, p. 37.

 

 

Moltissimi italiani sono stati molto abili nell'arte di far scomparire il fascismo dalle loro storie personali. Intellet­tuali di varia provenienza e natura non si sono comportati in modo di­verso da quello dei loro compatrioti e hanno a lungo applicato questa stessa tecnica alla storia nazionale. Innumerevoli saggi e studi dedicati alla cultura italiana del dopoguerra, hanno infatti al loro centro la tesi del cosid­detto "nicodemismo" degli intellettuali, ov­vero della loro pratica di una "dissimulazio­ne onesta" che nascondeva tesi eterodosse e si serviva di giornali e riviste fasciste per so­stenere tesi che si proiettavano al di là del fascismo o nascondevano forme varie di an­tifascismo. Come scrisse Eugenio Garin (di cui pure ricorre il centenario) a proposito della rivista «Primato» diretta da Giuseppe Bottai, di seguito alle pagine dichiaratamen­te fasciste del direttore o di qualche suo por­tavoce, poeti, artisti, critici romanzieri, stori­ci e filosofi «agitano le idee, sollevano e di­scutono i problemi di una nuova cultura». Garin fu uno dei principali sostenitori della tesi del nicodemismo degli intellettuali, ma la sua posizione non fu così tendenziosa, co­me molti hanno in seguito ritenuto di rappre­sentarla. Garin si rendeva infatti perfetta­mente conto di quanto, negli ultimi anni del regime, fosse sfata tenue la linea di divisione tra fascismo e antifascismo e di quanto fosse stata labile la divisione tra i "cospiratori" (che collaboravano alle riviste del fasci­smo) e i fascisti convinti. Non si trattava di una guerra, ma della «quotidiana dimora in una trincea sgradevole e sporca, fra combat­tenti così ben mimetizzati che distinguere l'amico dal nemico è spesso la maggior insi­dia da superare».

È indubbio che ci furono molti giovani che, frequentando i GUF negli anni della guerra furono spinti a discutere, a leggere avidamente autori lontani dalla visione fa­scista del mondo, che assunsero (come a quell'età si fa molto volentieri) posizioni non conformiste o addirittura provocatorie. Ma Giampiero Carocci, nato nel 1919, è uno dei pochi che ha avuto l'inconsueto e ammi­revole coraggio di spingersi più oltre: «Allo­ra, fascisti e antifascisti vivevano insieme, non solo, ma c'era dentro ciascuno di noi, di noi diciamo antifascisti, qualcosa di fasci­sta». È indubbiamente eccessivo e sbagliato qualificarla una leggenda, ma sembra indub­bio che la storia degli «antifascisti in cami­cia nera» è stata in parte costruita e soprat­tutto è stata rafforzata e difesa dalle genera­zioni che avevano uno spasmodico interes­se a farlo e che accettarono di buon grado il salutare appiglio del "nicodemismo" che consentiva una generale assoluzione e soprattutto evitava lo sgradevole compito di fare i conti con il proprio passato.

Quando si riflette o si scrive sul passato, la cosa in assoluto più facile (che risponde alla tentazione più ovvia) consiste nel proietta­re all'indietro, in un passato che è indifferen­te sia vicino oppure remoto, i modi di pensa­re, i sentimenti, le categorie, le convinzioni di oggi. Oggi (in ognuno dei nostri molti og­gi) riteniamo di sapere con assoluta chiarez­za dove fossero i torti e dove le ragioni, dove passasse il confine tra le convinzioni accetta­bili e le credenze settarie e superstiziose, fra il libero aperto pensiero e il fanatismo intol­lerante e settario. Sappiamo come le cose so­no andate a finire e quale è stato il destino dei personaggi principali del dramma nel quale abbiamo recitato la nostra piccola par­te. Proiettiamo all'indietro il nostro sapere e le nostre scelte attuali e siamo portati a pen­sare - di noi stessi e degli altri - che questa chiarezza e queste stesse distinzioni fossero anche allora qualcosa di ovvio, fossero cioè presenti e operanti con la stessa forza e lo stesso vigore con cui (accanto a noi e dentro di noi) operano oggi. Si fa fatica, si fa davve­ro un'enorme fatica a pensare che allora fos­sero presenti le stesse incertezze e le stesse indecisioni che caratterizzano i nostri atteg­giamenti di oggi, che caratterizzano il no­stro attuale non saper bene chi siamo o dove siamo e dove vogliamo andare.

Nella piccola parte che conosco della or­mai sterminata letteratura sulla Resistenza conosco un solo testo che davvero cerca di ricostruire (e ci riesce mirabilmente) un passato come un presente. È Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino apparso già nel 1947. Per dar conto del suo rapporto con la scelta decisiva - compiuta a vent'anni - di entrare nelle Brigate Garibaldi per combat­tere una guerra, Calvino identifica se stesso con un ragazzetto partigiano e narra le vi­cende adottando il suo punto di vista. Calvi­no era sicuro di qualcosa che molti dei suoi coetanei si rifiutarono e tuttora si rifiutano di ammettere: «Per molti dei miei coetanei, era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt'a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall'altra sparavano o si faceva­no sparare; solo la morte dava alle loro scel­te un segno irrevocabile» (Prefazione, cit., pag. 20). Calvino rifiutava le posizioni dei de­trattori della Resistenza e insieme contrapponeva il suo racconto alla retorica resistenziale dei reduci veri o presunti tali. Scelse, fin dall'inizio, la via impervia, solitaria e diffi­cile di un quadro non agiografico.

Essere consapevoli che per molti sarebbe bastato "un nulla"? per trovarsi dall'altra parte, non equivale in nessun modo a parifi­care le posizioni, a cancellare differenze, a eguagliare le scelte. Ci sono scelte giuste e scelte sbagliate e restano, intatte, differenze di fondo. Come disse una volta Vittorio Foa al senatore Giorgio Pisano, siamo tutti per la Patria... però sta attento: «Se vincevate voi, io sarei ancora in prigione. Poiché abbiamo vinto noi, tu sei Senatore della Repubblica. Questa è la differenza». Se Vittorio Foa ha ragione, se davvero questa è la differenza, al­lora è anche vero (tanto per fare un esem­pio) che non abbiamo riflettuto abbastanza su quel titolo Uomini e no che, da molti e per molti anni, venne assunto come simbolo. Quel titolo, in realtà, voleva dire: da una parte gli uomini, dall'altra i non uomini. Che era poi un'altra scelta linguistica per dire ciò che anche i nazisti intendevano affermare: da una parte gli umani, dall'altra gli immon­di insetti che bisogna eliminare una volta per sempre allo scopo di rendere finalmen­te vivibile la Terra. Non può e non deve esse­re così per chi parla non richiamandosi alla distinzione tra uomini e sottouomini, ma ai valori di giustizia e di Libertà. Di fronte a chi identifica con non-uomini gruppi di esseri umani, gli uomini liberi sono costretti a com­battere. Una buona definizione di guerra giu­sta - e la Resistenza (o la Guerra di Liberazio­ne) fu certo una di queste - è quella che vede contrapposti a dei guerrieri uomini che non credono che la guerra rappresenti un valore e che tuttavia sono costretti a combattere. Per fortuna, sono esistite in Italia non poche persone che di fatto hanno combattuto (com'è scritto in una celebre lapide) «per di­gnità, non per odio». Il che non vuoi dire, ov­viamente, che un'asserzione come questa valga, indistintamente e senza eccezioni, per tutti coloro che alla Resistenza dettero un attivo e più o meno consistente contribu­to. Le eccezioni ci furono e non è purtroppo possibile affermare che siano state poche.

Ho sempre pensato, fino dai primi anni Sessanta, che il passaggio degli intellettuali italiani dal fascismo al marxismo non fosse rappresentabile con la ben nota metafora del «lungo viaggio». Mi pare comunque in­dubbio che quel viaggio non apparve per nulla "lungo" ai nati attorno agli anni Venti. Per essi - volendo continuare a far uso di una metafora "ferroviaria" - quel viaggio as­somigliò, nella stragrande maggioranza dei casi, al precipitoso scendere da un treno, che confusamente si percepiva avviato al di­sastro, per salire in fretta su un altro, il quale sembrava offrire speranze, unire uomini di buona volontà. Ma anche quelle speranze e quella buona volontà - per chi aveva allora vent'anni ed era stato educato nelle scuole del regime - erano confusamente e non luci­damente percepite. A volte mi è accaduto di pensare che forse fu proprio questa assenza di chiarezza ovvero questa scarsa lucidità che contribuì a salvare molti della mia gene­razione dal fascino malefico che esercitò, su non pochi giovani, l'idea che si debba co­munque restare al proprio posto (senza do­mandarsi che cosa questo significhi) e che l'assenza di significato e soprattutto l'assen­za di speranza siano qualcosa che aggiunge valore ai comportamenti e giustifica il supre­mo sacrificio. Fatta eccezione per coloro che erano entrati in un qualche contatto con gli ambienti dell'antifascismo o che erano cresciuti in famiglie nelle quali l'antifasci­smo era una presenza reale, i miei coetanei non solo sono stati fascisti, ma - dopo la fine del fascismo - hanno anche accettato l'ope­razione trasformistica che sta alla radice del cosiddetto nicodemismo degli intellettuali, ovvero di un loro fascismo sempre e solo recitato, e non mai autenticamente vissuto.

La maggior parte dei giovani che hanno combattuto nella Resistenza (anche alcuni di coloro che ne sono diventati i martiri e gli eroi) provenivano dall'esperienza del fasci­smo. Come avrebbe potuto essere diversa­mente? Il fascismo non aveva suscitato una vasta area di consensi? Non aveva costruito un efficiente sistema scolastico? Non aveva modellato i pensieri dei bambini e degli ado­lescenti? Non aveva fornito all'Europa e al mondo il modello di uno stato totalitario? Parlare del proprio passato non è sempre fa­cile. La grande maggioranza dei giovani pas­sati attraverso il fascismo per approdare alla democrazia ha preferito cancellare il ricor­do stesso di questo passaggio.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 08 giugno 2009 )
 
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