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Giorgio Bocca, L’antifascismo e la destra di governo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 02 giugno 2008

Giorgio Bocca, L’antifascismo e la destra di governo, in «La Repubblica», 18 maggio 2008, p. 30.

 

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Il presidente della Camera Gianfranco Fini, già pupillo di Almirante, il fucilatore dei par­tigiani in Valsesia, ha cambiato pagina e lo dice soddisfatto: «Non siamo più figli dì un dio minore, siamo i dirigenti di un grande parti­to, democratico, europeo, filoamericano, filoisraeliano». Qualcosa di simile lo ha detto anche il leghista Maroni, ministro degli Interni: «Non siamo più una compagnia dialettale, siamo un grande partito». C'è da chiedersi: ma cosa è ri­masto in Italia dell'antifascismo?

 

«Se oggi andassi dai carabinieri a denunciare un'apologia di fascismo, magari mi prenderebbero per matto - ha scritto sul "Piccolo" Paolo Rumiz - La fine del dopoguerra annunciata da Fini nel suo discorso di insediamento alla Ca­mera: un capolavoro tattico. Nel momento stesso in cui la destra rende omaggio al primo maggio e al 25 aprile, ecco che il fascismo passa in cavalleria, diventa macchietta, folclore. Gazebo, birra e salsiccia. Un fascismo innocuo e come tale capace di rendere inutile l'antifasci­smo».

A farla breve l'ennesimo exploit del trasformi­smo italiano arrivato a vette di equilibrismo e di contorsionismo forse superiore di quelle pur ce­lebri del nostro passato. Ma la storia di un paese può davvero essere fatta con i giochi di parole, con nominalismi sorpassati? Inutilmente, in questo interminabile dopoguerra, abbiamo ri­cordato a noi stessi e ai concittadini che il fascismo come fenomeno storico era datato e irripe­tibile senza la crisi capitalistica degli anni Venti, senza il ruolo personalistico del dittatore come homme fatal, le guerre mondiali e la follia suprema dell'Olocausto. Ma la disinvoltura della destra nel cambiar pagina è un'altra faccenda, questa sì sommamente antistorica, la colossale presa in giro, la contaminazione del fascismo sotto nuove forme, una società che per certi aspetti è retrocessa e peggiorata rispetto a quella fascista.

È di moda un giornalismo scandalistico che ri­vede sistematicamente, a volte eccessivamente, i trascorsi mafiosi terroristici o semplicemente delinquenziali di uomini politici. Ma il quadrò generale del Paese, la condizione generale della pubblica amministrazione, della pubblica sa­nità, del nostro fiscalismo, della nostra scuola, della pubblica igiene, della sicurezza quali so­no? Non è forse vero che non passa giorno senza che i mezzi di informazione di massa si occupi­no di furti, privilegi, truffe, costumi scandalosi di massa? Non è forse vero che in questa Italia pacificata, liberata dall'osservazione arcigna e fa­ziosa, come si dice a destra, dell'antifascismo, gli arresti dei corrotti avvengano attraverso re­tate di centinaia di persone? Che la delinquenza organizzata, professionale di stampo mafioso sia ormai la regola a cui non si sottraggono pro­fessionisti di chiara fama, integerrimi alti borghesi?

Che cosa c'è alla fine di questa esibizione co­rale e continua di peccati e di appetiti volgari? La pacificazione degli italiani o il loro rivoltarsi nel fango generale, nel rifiutò della legge, dell'o­stentazione della furbizia truffaldina? Si chiede ancora Rumiz: «Tutto come sempre. Trionfo del brutto cementizio, rapina delle risorse naturali, scardinamento delle istituzioni, trionfo dell'ap­parire sull'essere e persino sul fare. Un paese po­co serio, a volte una barzelletta». Difficile dargli torto. Difficile applaudire l'ultima turbata del presidente del Consiglio che fa il verso al capo dell'opposizione, alle sue prudenze malriuscite, alle congratulazioni al vincitore dopo la cata­strofe elettorale. Noblèsse oblige? Aspettiamo almeno di vederli all'opera, questi nuovi ma arcinoti padroni.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 02 giugno 2008 )
 
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