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Giovanni Sabbatucci: Una dittatura anomala. Fu un totalitarismo imperfetto PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 21 aprile 2008

Dino Messina, Giovanni Sabbatucci: Una dittatura anomala. Fu un totalitarismo imperfetto, in «Corriere della Sera», 21 aprile 2008, p. 27.

 

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«Una delle domande che ancora adesso non ha trovato una ri­sposta concorde fra gli storici è se il fascismo sia da conside­rarsi uno Stato totalitario. Hannah Arendt diceva di no e sottolineava le differen­ze con il nazismo e il comunismo stali­niano. Altri studiosi, tra i quali Emilio Gentile, hanno sostenuto il contrario. Non solo perché sviluppò una struttura politica adeguata ma perché creò una mistica che si sarebbe sviluppata ulte­riormente se mai la Germania e l'Italia avessero vinto la guerra. Io invece più di una volta ho usato la formula di "totalita­rismo imperfetto"».

Storico acuto ed equilibrato, curatore della Storia d'Italia per Laterza, autore tra l'altro dei saggi Il trasformismo come si­stema e Le riforme elettorali in Italia, Giovanni Sabbatucci tra le tesi opposte sceglie una soluzione intermedia. E così motiva la sua definizione.

 

«Il fascismo fu un totalitarismo imper­fetto perché, anche se ci fu una forte spinta, gli ostacoli alla sua piena attuazio­ne furono molto forti, a cominciare dalla monarchia e dalla chiesa cattolica. Uno Stato in cui a un certo punto il re può chiamare i carabinieri e far arrestare il Duce non si può definire pienamente to­talitario. C'è insomma, a mio avviso, una differenza tipologica con la Germania nazista, e con l'altro termine di paragone, l'Unione Sovietica». Il fascismo costituì tuttavia un modello per il nazismo. «Si presentò subito come un precedente da studiare - argomenta Sabbatucci - il modo in cui un partito-movimento che sembrava minoritario divenne parti­to-Stato. Il fatto che non fosse mai avve­nuta una cosa simile rese inermi coloro che avrebbero dovuto opporsi. La lezio­ne appresa anche da Hitler è che si può anche ostentare il putsch, ma uno Stato democratico si conquista prima dall'in­terno, come fece Mussolini fra il 1922 e il '26 e come avrebbe fatto Hitler dopo la vittoria alle elezioni del 1933».

Una delle questioni cui gli storici non hanno mai veramente risposto è se Mus­solini pensasse sin dagli inizi all'instaura­zione di un regime totalitario. «Già tra il 1922 e il 1924 - dice Sabbatucci - era evidente che il fascismo era una cosa di­versa da un partito normale. Tuttavia Mussolini, un tattico più che un ideolo­go, agli inizi era possibilista. Se gli avve­nimenti fossero andati in maniera diver­sa si sarebbe accontentato di una stretta autoritaria, cosa che invece non piaceva all'anima totalitaria del movimento fasci­sta. Chissà, se non ci fosse stato il delitto Matteotti, con tutta l'accelerazione che comportò, e che lo costrinse a reagire, forse le cose sarebbero andate in manie­ra diversa».

La formazione dello Stato totalitario ha alcune tappe obbligate. Innanzitutto l'organizzazione di un apparato propa­gandistico mirato a orientare le masse e a formare i giovani. E in questo, osserva Sabbatucci, «il fascismo vinse una serie di conflitti, a cominciare da quello con l'Azione cattolica. Il tentativo di inquadra­re la gioventù riuscì pienamente e quan­do si afferma che i Guf, i circoli della Gio­ventù universitaria fascista, furono in re­altà una scuola di antifascismo si dice una bugia colossale.

Il «totalitarismo imperfetto» secondo Sabbatucci si realizzò nel rapporto con il mondo industriale e con quello degli in­tellettuali, «il fascismo fu certo un restau­ratore dell'ordine e raccolse enormi con­sensi fra i grandi borghesi finché la sua evoluzione non minacciò di limitarne il potere. Certamente, essi si adattarono all'autarchia e all'economia di guerra e cercarono di approfittarne anche se non ne erano entusiasti. Non fu mai lo strumen­to dei padroni del vapore, come hanno sostenuto i marxisti e studiosi come Ernesto Rossi».

«Non condivido inoltre - dice Sabba­tucci - l'analisi di Norberto Bobbio se­condo il quale una certa cultura riuscì ad attraversare il fascismo senza esserne toc­cata. A parte Benedetto Croce e pochi fuo­riusciti, già alla fine degli anni Venti il consenso del mondo intellettuale verso il fascismo era pressoché totale. C'erano le grandi figure, vicine ma non omogenee al regime, come Filippo Tommaso Marinetti o Gabriele D'Annunzio. C'erano i rap­presentanti della cultura alta che aderiro­no in maniera motivata al fascismo, da Giovanni Gentile a Gioacchino Volpe e Guglielmo Marconi. C'erano intellettuali come Ugo Ojetti, che in quanto promoto­re di un primato italiano poteva essere as­similato al regime. D consenso era gran­de fra i giovani scrittori, da Corrado Alva­ro a Vitaliano Brancati. E lo era anche nel mondo delle arti e dell'architettura, dove il fascismo lasciava coesistere razionali­smo e classicismo, avanguardia e tradizio­ne».

A differenza del nazismo o del comu­nismo sovietico, «il fascismo lasciò una certa libertà agli intellettuali, come dimo­strò l'esperienza di Giuseppe Bottai. Ma ciò non significa che non fosse totalita­rio. Seppure imperfetto».
Ultimo aggiornamento ( giovedì 24 aprile 2008 )
 
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