Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Gli ebrei e il nemico della porta accanto PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 15 ottobre 2007

Giovanni Belardelli,

Per Frauke Wildvang non furono soltanto i nazisti

a dare la caccia nel ghetto di Roma

Gli ebrei e il nemico della porta accanto

Molti deportati nel 16 ottobre '43 indicati da conoscenti delatori italiani,

in «Corriere della Sera», 15 ottobre 2007, p. 35.    

 

Non va attribuita unicamente ai tedeschi la responsabilità della deportazione di duemila ebrei romani nei campi di sterminio duran­te i mesi dell'occupazione della capita­le. Dopo il rastrellamento del ghetto effettuato il 16 ottobre 1943, che pro­vocò l'invio ad Auschwitz di circa mil­le ebrei, a Roma i nazisti non si impe­gnarono particolarmente nella perse­cuzione antisemita; anche perché, dopo lo sbarco alleato ad Anzio nel gen­naio '44, la loro attenzione fu preva­lentemente assorbita dalla situazione militare. Dunque, se successivamente altri mille ebrei romani vennero deportati, questo avvenne anche, e forse soprat­tutto, perché erano stati denunciati o consegnati direttamente ai tedeschi da cittadini italiani: a volte poliziotti, a volte appartenenti a gruppi politi­co-criminali come la banda Koch, ma a volte anche persone comuni e perfi­no vicini di casa. Appunto a questa vi­cenda, a questi «nemici della porta accanto», è dedicato il saggio che Frauke Wildvang ha pubblicato sull'ultimo numero della rivista inglese «Modern Italy», nel quale ha utilizza­to gli atti di inchieste e processi degli anni immediatamente successivi alla li­berazione. Probabilmente Wildvang parla con troppa leggerezza di «molti» romani coinvolti nel­la persecuzio­ne antisemita, di «nume­rosi» abitanti della città che collaboraro­no alla caccia all'ebreo, di «parecchi» portieri che praticarono la delazione, compiendo così delle generalizzazioni che non sembrano sostenibili sulla base dei ca­si significativi, ma numericamente limitati, ai quali fa riferimento (ricostruiti grazie ad una cinquantina di successivi procedimenti giudiziari). Ma il suo saggio presenta comunque uno spaccato di grande interesse dei «nemici italiani» degli ebrei di Roma. Per quanto riguarda la prima cate­goria di questi «nemici», vale a dire la nostra polizia, Wildvang fornisce esempi di comportamenti individuali anche molto diversi. Si va dal caso del poliziotto che effettivamente finge di non riuscire a rintracciare gli ebrei che gli è stato ordinato di arrestare, a quel­lo opposto di chi dà prova invece di eccesso di zelo: come Amerigo L., un giovane poliziotto che, non essendo riuscito a trovare presso la loro abita­zione alcuni ebrei, ritorna alle quattro del mattino riuscendo così ad arrestar­li. Probabilmente l'aiuto dei poliziotti si verificava soltanto se non c'era trop­po rischio per loro. Indicativo il caso di Nicola S. e Giovanni C. che, il 2 feb­braio 1944, salvarono le vite di molti ebrei che erano stati incaricati di arre­stare fingendo di non averli trovati in casa. Lo stesso giorno, però, non riser­varono eguale trattamento di favore a Paolo Tolentino giustificandosi poi, nell'inchiesta del dopoguerra, con la animata reazione di quest'ultimo che, attirando l’attenzione di molta gente, aveva reso pericoloso per loro lasciarlo andare. Proprio la difficoltà a trac­ciare un confine netto tra partecipazio­ne alla caccia all'ebreo e comporta­menti di effettivo aiuto fece sì che nel dopoguerra, almeno nei procedimenti esaminati da Wildvang, tutti i poliziot­ti indagati venissero prosciolti già in istruttoria. Ben diverso il caso rappresentato dalla seconda categoria di «nemici ita­liani» degli ebrei di Roma, cioè gli ap­partenenti a gruppi politico-criminali fascisti come la banda della Pantera Nera, così chiamata dal soprannome di Celeste Di Porto, la giovane ebrea tristemente famosa per aver fatto arre­stare molti suoi correligionari. Il comportamento della banda, sostanzial­mente privo di motivazioni ideologi­che antisemite, era finalizzato al puro e semplice arricchimento: se la delazio­ne o la consegna ai tedeschi di un ebreo fruttava una ricompensa di 5.000 lire, altri introiti si ricavavano dal saccheggio della sua casa, dal ricat­to (con la falsa promessa nella libertà dietro pagamento di un riscatto) e an­che dalla tortura, utilizzata per farsi svelare indirizzi e nascondigli di altri ebrei.La ricompensa riconosciuta dai te­deschi per ogni ebreo denunciato fu una delle motivazioni principali an­che per l'ultima categoria di «nemici italiani» dei quali parla Wildvang, l'unica, anzi, alla quale si applichi pie­namente il titolo del suo saggio: The Enemy Next Door. Si trattava a volte di «nemici della porta accanto» in sen­so letterale, cioè di vicini di casa; co­munque di persone già conosciute e con le quali poteva essere perfino esi­stito un rapporto di amicizia. Emma Tagliacozzo fu tradita dal vicino cui fiduciosamente aveva intestato, dopo le leggi razziali, la casa. I coniugi Sara e Nachmann Freiberg, ebrei polacchi, vennero denunciati dal loro padrone di casa romano, interessato alla ricom­pensa  ma anche a impadronirsi dei loro pur miseri averi. Episodi, questi e altri riferiti da Wildvang, che gettano luce su un antisemitismo particolare, privo quasi completamente di motiva­zioni ideologiche ma non per questo meno sordido, animato dal desiderio di un facile guadagno e spesso da un sentimento di rivincita sociale a spese dei propri concittadini, in qualche ca­so, dei propri amici ebrei.

Ultimo aggiornamento ( lunedì 15 ottobre 2007 )
 
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