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Gli italiani massacrati due volte. Da Tito e dal mito antifascista PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedì 12 febbraio 2008

Nicola Tiepolo, Gli italiani massacrati due volte. Da Tito e dal mito antifascista. Domenica, per la Giornata del Ricordo, è stata aperta a Brescia una mostra sugli orrori commessi dai partigiani slavi. Una tragedia rimossa per decenni in cui morirono 5 mila persone, in «Libero», 8 febbraio 2008, pp. 26-27.

 

 

«I fatti non cessano di esistere perché vengono ignorati»: così scrive­va il romanziere inglese Aldous Huxley. Ed è questa frase che si trova all'inizio di una bella mostra dedicata alle foibe inaugurata sabato a Brescia (apertura al pubblico dal giorno seguente): "Foibe/esodo. Una storia negata", curata dallo storico, e collaboratore di Libero, Roberto Chiarini, visitabile fino all'8 marzo.

Che le foibe siano state per lungo tempo ignorate quale parte integran­te della storia d'Italia ci sono pochi dubbi, e le polemiche che hanno ac­compagnato l'istituzione della Gior­nata dal Ricordo (che si celebra ap­punto domenica) mostrano come si tratti di un nervo ancora per molti scoperto.

Indicare coordinate e dimensioni del fenomeno può allora essere utile. Le foibe sono profonde cavità nel ter­reno carsico che i partigiani titini uti­lizzarono per eliminare un gran nu­mero di oppositori politici o presunti tali negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale e nei mesi successivi alla liberazione. I racconti di oggi ren­dono ragione solo fino a un certo pun­to dell'orrore di allora.

 

Esecuzioni sommarie degli avversali politici

 

In alcuni casi le foibe venivano uti­lizzate per occultare i cadaveri di chi era stato sommariamente giustiziato, ma spesso le vittime venivano gettate vive all'interno della foiba, a volte le­gate le une con le altre, e in fondo alla foiba trovavano la loro fine dopo terri­bili sofferenze. Capitava che le vittime agonizzassero per giorni interi, legate ai cadaveri dei congiunti.

Secondo le stime più prudenti, con questo sistema furono soppresse cir­ca 5 mila persone, prevalentemente in due periodi differenti: il primo im­mediatamente dopo l'8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dal crollo dello Stato italiano seguito all'armistizio e riempito dal movi­mento di liberazione jugoslavo; il se­condo dopo la liberazione, quando per alcuni mesi le truppe di Tito occu­parono gran parte della Venezia Giu­lia.

A essere inghiottiti dalle foibe non furono solo fascisti ed ex fascisti, ma tutti coloro che in un modo o nell'al­tro si opponevano o avrebbero potuto opporsi all'instaurazione del regime comunista jugoslavo nella regione. In molti casi l'unica colpa era quella di essere italiani. In alcuni casi furono presi di mira anche membri del movi­mento partigiano italiano, colpevoli, a differenza dei comunisti nostrani, di non volersi allineare alla posizioni titine.

Per lungo tempo di tutto ciò si è sa­puto poco o nulla: pesava il silenzio interessato dei comunisti italiani, e pesava anche la necessità di mante­nere buoni rapporti con la vicina Jugoslavia.

Solo nella seconda metà degli anni Novanta si sono potuti celebrare alcu­ni processi, peraltro in gran parte finiti nel nulla, a carico di ex partigiani ita­liani e titini. Puntuali sono arrivate le polemiche sul "revisionismo", sugli "attacchi alla resistenza", sull'uso "politico della storia in chiave antico­munista".

Le idiozie politiche e storiografiche dei numerosi che ancora oggi mini­mizzano le dimensioni del massacro delle foibe o accusano di fascismo chi si azzarda a richiamarne alla memoria la storia non necessitano particolari commenti: la longevità di certi rotta­mi ideologici che ci portiamo dietro dal secolo scorso ha smesso di stupire i più.

Le più corpose contestazioni a que­sta rinnovata consapevolezza su una grande tragedia nazionale si sono piuttosto fatte forti di un diverso tipo di argomentazione, ossia della asseri­ta necessità di contestualizzare il dramma, ricordando la repressione fascista delle minoranze slave che ne fu l'antefatto.

L'osservazione è interessante e me­rita una riflessione, perché permette di mettere in luce quello che è il vero motivo per il quale vale la pena osser­vare una "giornata del ricordo" per le stragi compiute dai titini. Le foibe non furono infatti una mera reazione, fos­se anche sproporzionata, a una vio­lenza precedentemente perpetuata. Non furono solo un caso, tra i tanti, degli scontri che da quando è nato il mondo dividono tra loro gruppi etnici e nazionali.

 

L'eliminazione di tutto ciò che è italiano

 

Come riconobbe la commissione storica italo-slovena nel 2001, tali av­venimenti si verificarono sì «in un cli­ma di resa dei conti per la violenza fa­scista e la guerra», ma appaiono in lar­ga misura «il frutto di un progetto po­litico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l'impegno ad elimina­re soggetti e strutture ricollegabili (an­che al di là delle responsabilità perso­nali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo Stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell'avvento del regime co­munista, e dell'annessione della Ve­nezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo. L'impulso primo della repressione partì da un movimento rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l'animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani».

Si è trattato in questo senso di un fe­nomeno prettamente novecentesco, di utilizzo della violenza per il perse­guimento di un progetto politico, del­la disumanizzazione totale dell'avversario, della pretesa di poterlo eli­minare in nome di un superiore inte­resse della storia: totalitarismi di de­stra e di sinistra, in questo senso, tro­vano un terribile punto di convergen­za.

Su questo piano la conservazione della memoria appare un lavoro quanto mai opportuno, e la celebra­zione di una giornata del ricordo doverosa. Un lavoro opportuno perché l'impressione prevalente è che solo in alcuni casi la riflessione sul "secolo dei genocidi" sia arrivata a indagare le radici profonde dell'esplodere della vio­lenza totalitaria, di destra e di sinistra, che ha insanguinato il Novecento.

 

Il tabù sulla violenza comunista

 

Nel dibattito pubblico italiano, ma non solo a una riflessione sulla natura di questa malattia morale si è preferita una generica condanna di forme poli­tiche intollerabili, di cui ci si è rifiutati di analizzare le radici, forse per timore che quelle stesse radici si potessero ri­trovare sotto bandiere di altro colore. Con la duplice conseguenza che il sa­crosanto rifiuto della violenza politica generata dal fascismo rischia di rima­nere a un livello che è in parte solo quello del politically correct, mentre quello della violenza comunista sten­ta ad affermarsi nelle coscienze.

Quanto questo tipo di memoria sia attrezzata a respingere in futuro le nuove forme con le quali la violenza politica potrà presentarsi, è tutto da vedere.

 

 

Alessandro Gnocchi, Compagni alla carica contro le celebrazioni. Il Pdci promuove un convegno sui "cosiddetti infoibati" Egli studenti bloccano l'incontro al Teatro Brancaccio

 

I Comunisti italiani e movimenti affini sono sem­pre prodighi di iniziative cul­turali da seguire con attenzio­ne. È ancora aperta la querelle sulla Fiera del Libro di To­rino in cui il partito di Diliber­to & Rizzo si batte al fine di negare a Israele lo status di Paese ospite d'onore. Ma i nostalgici di Togliatti hanno già aperto un nuovo fronte d'attacco, o meglio hanno da­to una spolverata a un vec­chio cavallo di battaglia. Que­sta volta nel mirino c'è l'odia­to revisionismo storico, in particolare quello applicato alla tragedia delle foibe che qualcuno (diciamo pure tutti tranne loro) dipinge come una pagina vergognosa della Resistenza.

Come è noto, domenica prossima si celebra la giorna­ta del ricordo dedicata pro­prio alle foibe. Nelle cavità carsiche persero la vita circa 5 mila persone (stima al ribas­so) per mano dei partigiani titini con l'attiva collaborazio­ne di quelli italiani in camicia rossa.

Lo ha riconosciuto anche il Capo dello Stato Giorgio Na­politano, non certo un fascistone: fu una operazione di «pulizia etnica» per eliminare potenziali avversar! del co­munismo e favorire l'avanza­ta dei compagni slavi.

I Comunisti italiani non ci stanno. E promuovono un convegno a Sesto San Gio­vanni, organizzato dall'asso­ciazione L'altra Lombardia, previsto per domani. Titolo: "Foibe. La verità". Di quale "verità" si stia parlando è chiaro fin dall'appello che pubblicizza l'evento. Secon­do i promotori (fra cui si leg­gono i nomi di Marco Rizzo, Angelo Del Boca, Bebo Storti, Margherita Hack e addirittura il partito dei Carc), il presi­dente della Repubblica, sulle foibe, avrebbe «straparlato di barbarie ed espansionismo slavo» e inoltre si sarebbe macchiato di una grave infa­mia. Questa: «Ha concesso medaglie ai famigliari dei pre­sunti "martiri della italianità"».

Chiaro, secondo i firmatari, l'intento degli storici revisio­nisti: «Questa riscrittura del­la storia è funzionale allo sdo­ganamento politico e ideolo­gico delle attuali organizza­zioni fasciste e della destra ra­dicale, che sono considerate ormai, da parte del centrode­stra e non solo, come partner politici ed elettorali del tutto legittimi».

Et voilà. Con sommo di­sprezzo della storia e delle vit­time (definite i «cosiddetti in­foibati»), gli estremisti di sini­stra riportano ancora una volta indietro le lancette del tempo. L'antifascismo "senza se e senza ma" è la loro unica ragione elettorale. E se per raccattare qualche voto è indispensabile soffiare sul fuo­co, non saranno certo così in­telligenti da tirarsi indietro. Ora e sempre Resistenza. An­che e soprattutto al buon sen­so e alla verità.

Da convegno a convegno. Ieri la direzione del Teatro Brancaccio, guidata da Mau­rizio Costanzo, ha annuncia­to di essere stata costretta ad annullare il convegno "Istria Fiume Dalmazia, anche le pietre parlano italiano" orga­nizzata dalla Consulta degli studenti di Roma. L'incontro, a cui avrebbero dovuto parte­cipare politici di ogni colore (l'assessore alla Cultura di Roma Silvio di Francia e il consigliere comunale di Al­leanza nazionale Marco Marsilio), è stato sospeso a causa del clima di intimidazione creato da associazioni quali Giovani comunisti, Fgci, Unione degli studenti, Collet­tivi antifascisti e altre sigle.

I giovani censori esultano in un comunicato diffuso dal­le agenzie di stampa: «Non possiamo che dirci soddisfatti di una decisione che, oltre a evitare tensioni, dimostra che la città di Roma non è dispo­sta ad accogliere nel silenzio iniziative di propaganda neo­fascista».

Perfetto. Squadrismo rosso avanti tutta. In nome dell'an­tifascismo si possono menare le mani e tappare la bocca agli altri.
Ultimo aggiornamento ( martedì 12 febbraio 2008 )
 
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