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Gore Vidal divide storici e romanzieri PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 30 agosto 2008

Antonio Carioti, Gore Vidal divide storici e romanzieri, in «Corriere della Sera», 21 agosto 2008, p. 51.

 

 

Dibattiti - Letteratura contro saggistica. Scurati: «Gli studiosi tolgono vitalità agli eventi del passato»

 

Pansa: ha ragione, accademici faziosi. Cofrancesco: no, dice assurdità

 

 

Storici o letterati, chi racconta meglio il passato? Il guanto della sfida viene da uno scrittore, l’americano Gore Vidal: nell’intervista apparsa sul Corriere di ieri, sosteneva di essersi dedicato alla narrativa di argomento storico per «smascherare» gli studiosi accademici, colpevoli di distorcere gli eventi. Una denuncia che, in Italia, trova pienamente d’accordo Giampaolo Pansa, autore di vari romanzi storici, l’ultimo dei quali, I tre inverni della paura, appena uscito da Rizzoli.

 

«Mi ha molto colpito - dichiara al Corriere - il passo in cui Vidal afferma di aver tratto beneficio dagli orrori della scuola americana, dove la storia è insegnata in modo pessimo. Io non sono uno scrittore del suo rango, ma nel mio caso è accaduto lo stesso. Ho cominciato a pubblicare romanzi storici per reagire al modo lacunoso, ideologizzato e bugiardo in cui il fascismo, la lotta partigiana e il dopoguerra venivano presentati da professori e libri di testo faziosi, filocomunisti o comunque orientati a sinistra».

Così nacque il romanzo Ma l’amore no (Sperling & Kupfer): «Rievocava la vicenda di Mario Acquaviva, un comunista dissidente ucciso nel luglio 1945 per ordine del Pci. Poi ho proseguito con altri libri simili, fino all’inchiesta narrativa Il sangue dei vinti sulle vendette partigiane contro i fascisti, ignorate per anni dalla storiografia. Dopo la sua uscita, ho ricevuto circa 2.200 lettere, in prevalenza scritte da donne, in cui si ricordavano altri delitti, dei quali il mio libro non parlava. Tanto per capire - conclude Pansa - la portata enorme della rimozione cui ho cercato di rimediare».

Anche Antonio Scurati, autore del romanzo Una storia romantica (Bompiani), ambientato durante le giornate di Milano del 1848, condivide il senso della provocazione di Gore Vidal, ma da un altro punto di vista: «Più che mentire o mistificare, la storiografia accademica, specie in Italia, edulcora i fatti, li depotenzia, li svilisce fino a mortificarli, a tramutarli in qualcosa di inerte. Invece la letteratura, che ha meno vincoli formali, può rigenerare quella materia, darle calore, farne risaltare le reviviscenze nel presente. Pensiamo al Risorgimento: si tratta di un periodo formidabile per importanza e modernità, denso di connessioni con la nostra epoca, ma rimasto a lungo nel dimenticatoio proprio perché tenuto in ostaggio dalle trattazioni paludate dell’accademia».

E gli storici come rispondono? Uno di loro, Dino Cofrancesco, prende di petto Gore Vidal: «Il suo è l’atteggiamento assurdo di chi, sconvolto dagli eventi tragici e crudi del passato, li assume come chiave di lettura esclusiva di una certa epoca, trascurando completamente il contesto, e poi pretende di aver scritto la "vera storia", in contrapposizione a quella "falsa" o "ufficiale" di chi considera tutti i fattori in gioco e dà giudizi più sfumati. Così il Risorgimento si riduce alla repressione compiuta dai garibaldini a Bronte, in Sicilia, o la rivoluzione americana si esaurisce nel fatto che il democratico Thomas Jefferson era proprietario di schiavi. Lati oscuri si trovano in ogni vicenda, ma se appiattiamo tutto su di essi, finiamo per non capire nulla di quanto è realmente accaduto».

Paradossalmente a brandire il ramo d’ulivo sono giovani narratori collocati su posizioni radicali, quelli del collettivo di scrittura Wu Ming: «Con gli storici - affermano - abbiamo un rapporto positivo. Adriano Prosperi, di cui avevamo utilizzato gli studi specialistici per il romanzo Q (allora ci firmavamo Luther Blissett), venne a presentare il libro e disse che il suo lavoro e il nostro si potevano considerare complementari. La differenza è che lo studioso deve fermarsi quando mancano le fonti, mentre il romanziere può dare corpo alle ipotesi, trasformarle in narrazione e rendere così la storia più accattivante per il grande pubblico. Molti insegnanti ci hanno riferito che i nostri libri sono serviti a risvegliare nei loro alunni l’interesse per gli eventi del passato». 
Ultimo aggiornamento ( sabato 30 agosto 2008 )
 
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