Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Guerra civile: divisi dopo 65 anni PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 03 ottobre 2008

Paolo Passerini, GUERRA CIVILE DIVISI DOPO 65 ANNI. 8 settembre, scontro Napolitano-La Russa Il Presidente: eroe chi non aderì alla Repubblica Sociale, in «La Stampa», 9 settembre 2008, p. 2.

 

 

 

 

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Mentre ancora continuavano le polemiche sull'uscita di Gianni Alemanno a proposito del fascismo come «male non assoluto», il ministro per la Difesa Ignazio La Russa ha aperto un altro fronte revisionistico, rivalutando gli uomini che si batterono per la Repubblica di Salò e venendo subito rimbeccato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È accaduto ieri alle celebrazioni per il sessantacinquesimo anniversario della battaglia di Porta San Paolo, che, l'8 settembre del 1943, segnò l'inizio ufficiale della Resistenza contro il nazi-fascismo. La Russa, che ha preso la parola dopo Alemanno e subito prima di Napolitano, ha dedicato un ricordo ad «altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell'esercito della Rsi, che, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria...meritando il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia».

La risposta del presidente della Repubblica è stata molto netta. Ricordando che «quell'8 settembre annunciò nello stesso tempo la nascita della Resistenza» , Napolitano ha reso omaggio, oltre che ai partigiani, anche a quei militari dell'esercito regolare, eroi, che scelsero la via del «senso del dovere, della fedeltà e della dignità, rifiutando l'adesione alla Repubblica di Salò. È vero che le parole di La Russa erano inserite in un discorso che esprimeva anche «un grato omaggio e un riconoscimento a quanti si immolarono quell'8 settembre per la libertà e la democrazia», ma la sua rivalutazione patriottica degli uomini della Nembo in un'occasione come quella di ieri è suonata particolarmente inopportuna a Napolitano, che non ha nascosto una certa irritazione. La Russa ha poi sostenuto che non vi era stato «nessun contrasto, neanche il più larvato, con il Presidente della Repubblica con il quale, anzi, mi sono intrattenuto, alla fine della cerimonia di Porta San Paolo, in forma cordialissima». E ha manifestato stupore che si polemizzasse contro di lui per aver detto «cose molto meno impegnative di quelle dette su Salò da Luciano Violante e da Walter Veltroni». Si potrebbe aggiungere che anche Carlo Azeglio Ciampi, in qualche occasione, tentò di cauterizzare le ferite della storia nazionale con parole di comprensione umana nei confronti di molti giovani che aderirono a Salò. Ma una cosa è l'umana pietà, un'altra è, come ha fatto La Russa, definire dei «patrioti» al pari dei partigiani o dell'esercito antifascista quei repubblichini che presero le armi contro coloro, gli anglo-americani, che erano diventati gli alleati fondamentali dell'Italia nella riconquista della libertà e della democrazia. Questo spiega perchè le sue parole abbiano suscitato, oltre a quella del capo dello Stato, accese reazioni. A parte il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, che ha chiesto le dimissioni del ministro, molti esponenti del centrosinistra hanno giudicato le parole di La Russa «particolarmente gravi» e «inconciliabili» con quelle di Napolitano, come ha detto la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. Non è tutto. Sulla vicenda si è detto «sconcertato» il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni: «È assurdo onorare i repubblichini. Le leggi razziali sono l'eveluzione della violenza del regime, non un cedimento del fascismo all'alleato nazionale. I morti non sono tutti uguali. Che ci siano state varie facce del fascismo non significa che ce ne fosse una buona». Ma, nella giornata di ieri, vi è stato anche un seguito alle polemiche sulle dichiarazioni fatte da Alemanno, che ieri ha preso la parola a Porta San Paolo prima di La Russa per tentare una parziale correzione. «Per il sottoscritto - ha detto il sindaco di Roma - comprendere la complessità storica del fenomeno totalitario, non significa non condannare senza esitazione l'esito liberticida e antidemocratico di quel regime». Ma questa parziale retromarcia non ha impedito che Veltroni annunciasse le proprie dimissioni dal comitato per il museo della Shoah, giudicando «impossibile» rimanervi dopo le «gravissime» dichiarazioni di Alemanno che, in quanto sindaco di Roma, presiede il comitato.

Ultimo aggiornamento ( sabato 04 ottobre 2008 )
 
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