| Hitler e Stalin gemelli totalitari. Il Duce? Un dittatore classico |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 21 marzo 2008 | |
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Francesco Perfetti, Hitler e Stalin gemelli totalitari. Il Duce? Un dittatore classico, in «Libero», 24 febbraio 2008, p. 24.
Poco più di venti anni fa Renzo De Felice, in una memorabile intervista a Giuliano Ferrara, sostenne la necessità di mettere da parte «la grande alternativa fascismo-antifascismo» che non aveva «più senso né nella coscienza pubblica né nella realtà della lotta politica quotidiana». Precisò: «Se resta ferma a quel dogma insincero, la nostra Costituzione si autoinchioda». Quelle parole aprirono una polemica destinata a durare a lungo e ad attirare sullo studioso l'accusa di voler riabilitare, in maniera surrettizia, il fascismo. In realtà, De Felice era convinto che il fascismo fosse stato una esperienza storica esaurita e irripetibile e che gli ideali democratici fossero entrati a far parte del patrimonio comune della coscienza civile. Per superare lo stallo del sistema politico italiano gli sembrava fosse necessario mettere da parte le aporie di quella cultura antifascista che aveva gravato come una cappa oppressiva sul mondo intellettuale italiano e aveva imposto, in campo storiografico, una lettura della storia più recente fondata sull'idea dell'«unità della Resistenza» e sul ruolo egemone dei comunisti. L'intervista suonò come il De Profundis del «paradigma antifascista» inteso come elemento legittimante della vita politica e culturale italiana. Naturalmente, nel chiedere il superamento dell'alternativa fascismo-antifascismo, De Felice non era solo. Altri studiosi, di provenienza e formazione diverse - per esempio il filosofo cattolico Augusto Del Noce e il filosofo già marxista Lucio Colletti o anche lo storico liberale Rosario Romeo - concordavano sulla necessità di un passo del genere. La messa in discussione del concetto di «unità della Resistenza» implicava una critica profonda del rapporto di linearità tra antifascismo e democrazia e implicava, anche, il riconoscimento che non tutte le forze antifasciste fossero automaticamente democratiche. Di fatto, anche se in maniera non formalizzata, all'alternativa fascismo-antifascismo finiva per essere contrapposta l'altra alternativa totalitarismo-democrazia. Più o meno nello stesso arco di tempo, in Germania, polemiche analoghe accompagnarono la pubblicazione di un'opera importante scritta dallo storico Ernst Nolte: "Nazionalsocialismo e Bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945". In essa lo studioso, dopo aver sottolineato la priorità temporale dei Gulag staliniani rispetto ai Lager nazisti, presentava il nazionalsocialismo come una "risposta" allo stalinismo e si poneva la domanda inquietante se fosse legittimo cogliere una qualche differenza fra lo «sterminio di classe» dei bolscevichi e lo «sterminio di razza» dei nazisti. Le tesi di Nolte erano eretiche e furono poste sotto accusa perché, a parere dei suoi critici, sembravano voler mettere in discussione il carattere di unicità dell'Olocausto. Esse, in realtà, coglievano un punto essenziale, quello della comune sostanza totalitaria dei regimi nazista e comunista. E contribuivano a fare chiarezza sull'uso indiscriminate, acritico e ideologico di termini come fascismo, antifascismo, totalitarismo. Molta acqua è passata da allora sotto i ponti. In Italia la crisi del «paradigma antifascista» è divenuta evidente per molti (non per tutti, come dimostrano le polemiche emerse per la presunta "dimenticanza" della pregiudiziale antifascista nella piattaforma programmatica del neonato Partito democratico) fra coloro che in quel «paradigma» si erano riconosciuti e si riconoscevano. Altrove, quel «paradigma» è stato già ricondotto nei suoi giusti termini e sostituito dalla alternativa democrazia-totalitarismo. La ricerca storica sembra ormai aver chiarito l'esistenza di una profonda affinità tra stalinismo e nazionalsocialismo in quanto espressioni di una medesima (e criminale) sostanza totalitaria. I lavori di Robert Conquest sullo stalinismo, gli studi di Richard Pipes sulla Russia Comunista, quelli degli autori del "Libro nero del comunismo" e, da ultimo, le ricerche di Lidija Golovkova sulle persecuzioni staliniane dei cattolici (nell'ultimo numero della rivista "La Nuova Europa", presentato ieri da Libero) - tanto per citare pochi nomi - hanno portato inconfutabili elementi di prova. Il totalitarismo ha caratteristiche ben precise, delle quali storici e studiosi di politica hanno ormai fornito una visione condivisa. La realizzazione piena del totalitarismo presuppone l'esistenza di una situazione nella quale il partito possa identificarsi con lo Stato e nella quale il "terrore" possa diventare, realmente, un sistema istituzionalizzato attraverso la creazione di un universo concenti-azionario. Come accadde, appunto, nella Germania di Hitler o nella Russia di Stalin: Paesi governati da regimi criminali che presentavano, fra l'altro, le caratteristiche di vere e proprie "religioni secolari". E come non accadde in Italia dove il fascismo non assunse i connotati di un totalitarismo compiuto e si presentò con quelli di un regime autoritario classico - una dittatura classica (se si preferisce) - capace di utilizzare strumenti e metodi di una nuova realtà sociale caratterizzata dall'ingresso delle masse nella politica. Le ricerche storiografiche, si è detto, hanno ormai chiarito tutto ciò. E hanno fatto capire, al tempo stesso, come all'antifascismo debba essere sostituita la categoria dell'antitotalitarismo. Una categoria ben più ampia, ma anche più precisa, che non dimentica i crimini del comunismo. E la loro affinità con quelli del nazismo. |
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 28 marzo 2008 ) |
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