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I diversi volti di un 25 aprile post-elettorale (con qualche disagio) PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 02 maggio 2008

Stefano Folli, I diversi volti di un 25 aprile post-elettorale (con qualche disagio), in«Il Sole 24 Ore», 26 aprile 2008, p. 19.

 

 

All’indomani delle elezioni che hanno cambiato la scena politica, abbiamo avuto non uno, ma diversi 25 aprile. Uno, alquanto grottesco, è quello di Beppe Grillo che si è dichiarato «erede dei partigiani» e ne ha avute per tutti, a cominciare dal Quirinale, secondo un copione piuttosto prevedibile. Un altro, istituzionale, ha visto come protagonista proprio Napolitano, che ha trovato il tono giusto nel rappresentare l'unità della nazione. Il suo 25 aprile sfugge alla trappola della retorica ed esplora significati più profondi. Come quando invita a «raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, smitizzare quel che c'è da smitizzare, ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale».

Dove si avverte il desiderio di rendere attuale il 25 aprile come festa di popolo, al di là delle eterne polemiche, «Raccontare la Resistenza... smitizzare quel che c'è da smitizzare...». Sembra quasi che il Capo dello Stato abbia in mente i libri scomodi di Giampaolo Pansa, l'esigenza di scrivere la storia separandola dalle passioni politiche. Al tempo stesso, si sente l'insistenza sul punto cruciale: la lotta per la libertà, quel «moto di riscossa e riscatto nazionale», rappresenta ancor oggi una cornice in cui tutte le forze dell'Italia repubblicana possono riconoscersi con serenità.

Infine abbiamo visto un terzo 25 aprile. Ed è quello delle contumelie, delle piccole o grandi intolleranze. Come i fischi che han­no accolto a Genova il cardinale Bagnasco. O le inverosimili contestazioni, a Roma, ai fratelli Terracina, ex deportati, svillaneg­giati in quanto ebrei da gente che era in piazza a «festeggiare» la Liberazione. O il sindaco di Alghero in Sardegna, esponente di Forza Italia, che vieta alla banda di into­nare "Bella ciao". E poi i soliti monumenti imbrattati, le solite scritte oltraggiose. È co­me se esistesse un'Italia ormai minoritaria e marginale che non si rassegna e che ri­prende fiato ogni 25 aprile.

Sullo sfondo c'è la polemica che si trasci­na ormai da quattordici anni, cioè da quando Berlusconi e il centro-destra colsero la pri­ma delle loro tre vittorie. Il tema è l'assenza - salvo eccezioni - dei rappresentanti di quel­lo schieramento dalle celebrazioni. Ogni an­no se ne riparla, con il sottinteso che Berlu­sconi e i suoi sono affetti da cripto-fascismo. In realtà, il passare degli anni e i dati elettora­li più recenti consiglierebbero di voltare pa­gina. Come ha detto con saggezza il ministro della Difesa Arturo Parisi, «la politica non può essere solo lotta di parte», magari come conseguenza di un «rilassamento morale». Tuttavia si avverte di nuovo nella sinistra e persino nel Partito democratico la tentazione di usare il 25 aprile per affermare una sor­ta di rivincita e ribadire una forma di superio­rità sugli «altri». È una forma di frustrazione post-elettorale, a cui non si sottrae (e la cosa stupisce) lo stesso Veltroni. Sorprendente la sua polemica con Berlusconi che avrebbe scelto proprio il 25 aprile per ricevere a casa sua l'editore Ciarrapico, eletto nel Pdl e - co­me è noto - alquanto «nostalgico». Dal capo dell'opposizione si vorrebbero sentire argo­menti più seri. Tanto più che Berlusconi è stato abile nel diffondere una dichiarazione inattaccabile sul 25 aprile. Piena adesione ai valori di fondo, senza dimenticare i giovani che combatterono a Salò, gli esuli istriano-dalmati e il muro di Berlino. Molto istituzio­nale, come si conviene al prossimo premier. Non troppo dissimile, nella sostanza, dall'analisi di Napolitano.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 05 maggio 2008 )
 
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