Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
I futuristi «sovietici». Alla Biennale del ’26 il movimento italiano fu ospitato dall’Urss. PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 28 marzo 2010

Alberto Abate, I futuristi «sovietici». Alla Biennale del ’26 il movimento italiano fu ospitato dall’Urss. L’amicizia tra Marinetti e la Russia. I buoni rapporti con l'Urss cessarono nel '36 a causa della situazione politica spagnola, in «Il Corriere della Sera», Corriere Veneto, 25 gennaio 2010.

 

Tra tutto quello che si è detto e scritto in occasione del Centenario appena trascorso, della nascita del Futurismo (nasce a Parigi nel 1909 con il Manifesto firmato da F.T. Marinetti su Le Figaro) sembra non si sia mai fatto cenno alla partecipazione del Movimento alla Biennale di Venezia. Ebbene, per ben tre volte il Futurismo fu presente, in veste ufficiale, ai giardini della Biennale e in maniera decisamente insolita: non fu il Padiglione Italia ad accogliere e esporre le opere bensì il Padiglione russo o meglio dell’URSS. Questo accadde nel 1926 e poi ancora nel 1936, mentre solo nel 1942 alla sede espositiva venne dato il nome di Padiglione del Futurismo Italiano. Nel catalogo della Biennale del 26 si legge: «Padiglione dell’U.R.S.S. gentilmente concesso alla mostra del Futurismo italiano. Commissario ordinatore F. T. Marinetti» e fu un’edizione con ben diciannove artisti futuristi presenti. La «concessione» appare stravagante e immotivata dato il virulento conflitto ideologico tra fascismo e bolscevismo anche se non si può sottovalutare la differenza tra le contrapposizioni ideologiche e la politica realistica degli Stati. L’Italia fascista era stata tra le prime Nazioni a riconoscere lo stato sovietico. Un’altra ragione forse, può meglio spiegare la presenza degli artisti italiani ospitati nel padiglione russo. Marinetti nel 1914 fa un viaggio in Russia, dove lo accolgono alcuni tra i maggiori artisti e letterati. Marinetti riteneva di incontrare un mondo culturalmente provinciale e arretrato ma si trovò di fronte ad alcuni tra i più agguerriti protagonisti dell’arte e della letteratura del tempo. E’tuttavia questo viaggio che consolida la relazione amichevole tra Marinetti e la cultura russa. L’U.R.S.S. sarà presente in diverse edizioni della Biennale, fino al 1934 anno in cui Zdanov afferma definitivamente i principi del «realismo socialista». Alla Biennale del 36 tutto cambia, è in atto il primo vero scontro bellico tra i due maggiori movimenti rivoluzionari del XX˚ secolo (Fascismo e Comunismo) con la guerra di Spagna e la conquista italiana dell’Etiopia. Nel catalogo di quella Biennale si legge: «Padiglione del Futurismo Italiano. (Padiglione Russo) Commissario ordinatore S. E. Marinetti, Accademico d’Italia».

Il Futurismo non è più ospite del padiglione russo in virtù di «una gentile concessione» ma in ragione d’un atto di forza. Marinetti, infatti, con un elogio alla guerra, esordisce nel testo introduttivo: «Il Movimento Futurista Italiano che fu creato ventisette anni fa al grido "Guerra sola igiene del mondo" lanciato da me solo, contro teatri colmi di folle che il social comunismo e il quietismo avvelenivano…». La mostra è anche dedicata alla guerra in Etiopia e sono molto significativi i titoli di alcuni quadri: La beffa di Addis-Abeba - La difesa di Passo Uarieu vissuta dalla camicia nera futurista Menin. In particolare, di quest’ultimo quadro, Marinetti sempre nel catalogo, scrive: «Affrontando risolutamente problemi plastici finora negati o trascurati o giudicati insolubili, la Camicia Nera futurista Menin combatteva al mio fianco prendendo simultaneamente note pittoriche nella ormai leggendaria difesa di Passo Uarieu». Marinetti non manca di indicare poi, tre problemi che il futurista Menin, in quella precaria situazione, era stato in grado di risolvere: «I˚ Problema: esprimere il dinamismo continuo del combattimento II˚ Problema: intuire e fissare la forme plastiche di diversi fragori … che i diversi calibri di cannoni, mitragliatrici e fucili producono; III˚ Problema: esprimere l’eccitante simultaneità gonfia di lirismo che caratterizza una battaglia Africana…» Nella stessa Biennale, sono presenti anche alcune opere del pittore Fillia, i cui titoli suonano ben altrimenti: S. Antonio da Padova, o La città di Dio, che fanno di questo artista più che un pittore futurista un seguace di Sant’Agostino. Ed è proprio a Fillia che Marinetti dedica l’ultima parte dello scritto introduttivo e parlando di arte sacra futurista, dice: «Questa si manifesta trionfalmente nella mostra postuma del grande Fillia, il cui genio plastico ha potuto, prima della morte terrena, immortalarsi in otto grandi tele, mirabili per la loro simultaneità e compenetrazione di tempo spazio nell’al di là così definitivamente conquistato da lui». Nella Biennale del quarantadue non vi è più alcun riferimento al Padiglione russo e la mostra veneziana è dedicata all’aereopittura futurista. Ancora una volta Marinetti interviene nel catalogo con un lungo testo flamboyant e iperbolico, definendo il pittore Tato «specialista in bombardamenti aerei» e G. Dottori «il padrone assoluto del volo, aereo pittorico, aereo lirico, aereo plastico ecc.» La vicenda futurista alla Biennale di Venezia si chiude sulle ali rumorose dei motori a elica degli aerei da combattimento dell’Aer-Macchi e della Caproni. Nel quarantaquattro Marinetti muore, si presume simultaneamente compenetrando l’al di là, replicando il gesto di Fillia.

Ultimo aggiornamento ( martedì 06 aprile 2010 )
 
< Prec.   Pros. >