Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
I ragazzi di Salò e i pasdaran della Resistenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 02 maggio 2008

Marcello Veneziani, I ragazzi di Salò e i pasdaran della Resistenza, in «Libero», 26 aprile 2008, pp. 1 e 3.

 

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In un Paese civile, sereno e animato da amor patrio, le parole di Berlusconi sarebbero state una rassi­curante ovvietà, come l'acqua cal­da.

Celebrare il 25 aprile nel nome della libertà e della pace, appellar­si al comune sentimento «italiano, popolare e nazionale» per ricom­porre la memoria divisa della guerra civile, rispettare le ragioni dei ragazzi che scelsero di com­battere per la Repubblica sociale, senza nulla togliere a chi combatté per la libertà e infine ricordare gli italiani infoibati, è esattamente quel che c'è da aspettarsi da un presidente di tutti gli italiani.

Ma ricordare i ragazzi di Salò non è permesso neanche 63 anni dopo e dal punto di vista umano; o se qualche strappo di clemenza è possibile, che sia Napolitano o Ciampi, D'Alema o Violante, a pronunciarlo. Ma Berlusconi no. Interdetto. Fini ha capito l'antifona e per campare e per farsi apprezzare dalla casta dei media e dei potenti, alterna amnesie a elogi all'antifascismo e giudizi teologici sul fascismo come male assoluto. Ma la gente capisce e perdo­na: lui viene da un partito neofascista, si è dichia­rato mussolinano fino alla tenera età di 40 anni, è comprensibile che ora voglia recuperare. Berlusconi, invece, avrà mille difetti, ma fascista non è stato mai; e anche se lo accusano di essere co­munque una specie di duce o lo vituperano in quanto contagiato dal virus fascista, per la vici­nanza di ex missini, della Mussolini o di Ciarrapico, può permettersi di dire certe cose.

Per cominciare, Berlusconi non ha detto nulla di diverso da quel che dicono da tempo fior di storici, grandi politici della miglior sinistra, a co­minciare da Craxi, eminenti figure della lotta an­tifascista, ma anche quel che hanno detto alme­no tre presidenti della repubblica. Da presidente della Camera Violante si era spinto oltre; e D'Ale­ma condannò la barbarie di Piazzale Loreto. In secondo luogo accusano Berlusconi di afascismo; ma quell'accusa, se permettete, coinvolge 50 anni di Democrazia Cristiana, che mirò sem­pre a stemperare i conflitti tra fascisti e antifasci­sti assumendo una posizione umanamente in­dulgente, storicamente temperata e politica­mente neutrale. Sì, la Dc aderiva all'antifascismo nel nome della libertà, della pace e della demo­crazia, esattamente come fa oggi Berlusca: ma evitava l'uso politico e polemico dell'antifasci­smo, offriva un materno e cristiano oblio per ri­parare dai furori della storia. Così la Dc consenti­va agli italiani di vivere in modo pacifico, sereno, smemorato e un po' vigliacco. Però la Dc, mamma astuta, non rinunciava a campare sulle reciproche scomuniche di rossi e neri e gli opposti estremismi.

Ora che gli estremismi si riducono a residui extraparlamentari e gli unici pasdaran della guerra civile restano tra gli intellettuali, si può ri­pensare serenamente all'esperienza di quei ra­gazzi che andarono a Salò. Distinguiamo tra loro almeno tre categorie diverse. Quelli che a Salò ci andarono semplicemente perché non poterono fare altrimenti, per loro fu la leva obbligatoria per lo Stato della Repubblica sociale. Quelli che a Salò ci andarono sì volontariamente ma perché ritenevano loro dovere di cittadini e di patrioti, continuare a combattere nel nome dell'Italia e del suo onore. Non ci andarono nel nome del fascismo. E quelli che a Salò ci andarono da fascisti, convinti di dover combattere nel nome della loro idea, del loro Duce, per coronare la rivoluzione incompiuta. Tre ragioni diverse; tutte, lasciate­melo dire, rispettabili sul piano umano. Non era la cosa più comoda da fare. Sì, tra loro c'erano an­che gli avventurieri, i violenti, chi voleva regolare conti in sospeso e nutriva odio. Ma la stessa cosa vale per alcuni che finirono coni partigiani. Labili furono i confini tra le due parti, anche le più estre­me: a volte bastava un'amicizia, una parentela, una brutta esperienza o un buon esempio, a volte perfino il caso, a decidere se stare con gli uni o con gli altri. Mai furono così vicini il rosso e nero e mai si scannarono con tale furia. Ma li avvicinò anche la radiosa incoscienza della loro adole­scenza da poco lasciata, lo slancio vitale dei diciott'anni, la bellezza di un gesto, di una divisa, di sentirsi integrati in un gruppo; in taluni persino la dannunziana voluttà di cercar la bella morte, il piacere estetico e romantico di combattere per una causa difficile, forse perduta. A volte era una passata riconoscenza, a volte la memoria di un fratello perduto in guerra o in Africa. Ragioni vita­li e sentimentali, più che ponderate valutazioni. Pulsioni, caratteri, stati d'animo, piccole storie.

Sul piano etico, da tempo sono convinto di una cosa. Merita rispetto chi da fascista o da co­munista, da partigiano o da repubblichino ha scontato la sua decisione o la sua idea sulla pro­pria pelle; merita disprezzo chi l'ha scontata sulla pelle altrui. I confini sono anche qui difficili da delineare, non mancano attraversamenti, zone ambigue. Ma la vita è fatta di questi confusi rag­giri. Berlusconi ha fatto bene a ricordare le ragio­ni dei vinti, ha avuto fegato e cuore, e gli fa onore. Sul piano morale invoco la pietas per loro, sul piano civile il rispetto per la loro dignità e la loro difficile militanza, a costo della vita. Nessun odio caramellato, di quelli cattivi glassati di buonismo, mi convincerà del contrario o dell'opportu­nità di tacere. «Aver raccolto viva una voce nel vento dei millenni, avere inteso in un bell’occhio antico l'inviolabile fiamma del suo sogno, aver bussato senza iattanza a porte che s'aprono sol­tanto a cuori liberi, non era vanità». Così cantava il poeta ingabbiato, fascista dantesco e america­no pazzo.
Ultimo aggiornamento ( sabato 03 maggio 2008 )
 
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