
| I ricordi di Annarita... |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 13 novembre 2009 | |
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E così capita che anche i cyber-utenti del sito del nostro Centro diventino loro stessi autori delle notizie pubblicate quotidianamente on line. È il caso di Annarita da Bologna. Annarita non solo ci ha aperto il suo cuore raccontandoci episodi della sua vita familiare legati in parte al Ventennio e agli anni della Rsi, ma ha anche aperto – si diceva – i suoi cassetti inviandoci documenti e fotografie. Le siamo grati per aver condiviso con i nostri occhi ciò che quotidianamente guardano i suoi.
1. La madre di Annarita, Dina. 2. Dina con il marito Elio, in divisa da ufficiale.
3. La madre di Annarita, Dina. 4. La corrispondenza, la "conversazione a distanza" di Dina ed Elio negli anni del fidanzamento (1940-1943).
Lasciamo la parola a Annarita:
«Invio un raccontino scritto di getto stamane... a mio uso e consumo, in quanto mi interrogo a volte da dove nasca il mio interesse per la R.S.I…
“Liti domestiche”
I miei genitori hanno trascorso la loro vita matrimoniale litigando. Era uno scontro di personalità, edonistico, ma non superficiale: quella di mio padre, tradizionale e 'vittoriana’, e quella di mia madre. Mentre le liti che si susseguivano durante la giornata erano quasi sempre incentrate sulla motivata gelosia di mia madre, quelle a tavola uscivano dalla sfera personale per entrare in quella sociale. Avevano quindi un timbro diverso, più pacato, che le rendeva una palestra di idee per una bambina, come me, che ascoltava curiosa e coinvolta, senza timori. Avrebbero insieme formato, queste discussioni, la mia persona, ma allora mi interessava solo capire chi dei due avesse ragione... quale strada scegliere…Si incentravano sull'attualità. Ricordo in particolare quelle dei primi anni '60, quando – un giorno – avvenne una svolta. Mio padre riconobbe che mia madre aveva ragione su tutto: 'Sei stata lungimirante, i fatti ti stanno dando ragione’. Incredibile, concordavano su qualcosa. La mia attenzione era ben desta. Apro una parentesi. Le discussioni solitamente partivano dallo 'sfascio' (il fascio raccoglie, lo sfascio disfa) dell'Italia, amata da mia madre anche se con quei valori nazionalistici tipici dell'anteguerra, quando lei, allora, era una ragazza, in una società non intaccata dal consumismo e dalle distruzioni della guerra, distruzioni morali e materiali, lei sottolineava. La sua tesi, risalente ai tempi dell'armistizio, supportata poi dalla lettura di Malaparte, amato da entrambi, era la seguente: arrendersi all'America era stato per l’Italia la fine, quasi una 'finis Austriae'. Mio padre Elio sosteneva, con scanditi passaggi razionali, che diversamente ci saremmo ritrovati sotto una dittatura, quanto giusta, quanto sbagliata, quanto schiava della Germania non era dato sapersi. Tuttavia non poteva, mia madre Dina, essere accusata di nostalgie per il passato regime, ancora da giovane aveva studiato la lingua inglese per leggere libri innovativi e ascoltare musica allora proibita. Aveva, poi, letto molti testi di letteratura russa e anche di quella americana. Addirittura scriveva le sue lettere in inglese, forse per rivalsa. Inoltre, non aveva voluto fare la crocerossina, come tante sue amiche, perché considerava quello un ambiente troppo fascistizzato. Il giorno della liberazione di Bologna e in quelli seguenti, aveva avuto un senso di malessere e disagio. Mentre si distribuivano generi di conforto inscatolati e beni di consumo più superflui, mai visti prima in città, aveva avuto la percezione di quanto stesse accadendo: la nostra identità italiana si stava sgretolando… Litigarono a lungo, durante molti pranzi, con reciproche accuse, anche personali di vigliaccheria, lei diceva, per il fatto che mio padre non avesse voluto difendere la Patria (egli era stato ufficiale automobilista e si era imboscato dopo l'8 settembre). Aveva però compiuto un gesto eroico, di quell'eroismo estremo proprio di chi è buono. Aveva infatti distrutto tutti i camion del proprio reparto, per non lasciare tracce: arrivato sul limitare del burrone, sul monte Baldo, agilmente scendeva dall’abitacolo del camion e il mezzo sprofondava nel dirupo sfasciandosi. Questo il racconto che mi fece a Venezia, molti anni dopo, superando il pudore personale, durante una Biennale sotto la casa del pittore Guidi. Al tempo poi della presidenza Gronchi mio padre fu insignito di un’onorificenza per avere contribuito alla disfatta del regime. In quell’occasione, sempre a tavola, la sera commentò sommessamente: 'Quindici anni fa mi avrebbero fucilato, adesso mi danno un'onorificenza, ma io l'ho fatto solo perché sentivo la responsabilità di mettere in salvo i miei soldati’. Quando tutti i commilitoni ebbero recuperato abiti borghesi e si avviarono ai loro paesi, anche mio padre ritornò. In risposta alle lodi del Presidente della Repubblica, disse solo: 'Non l'ho fatto per ragioni ideologiche, ma ubbidendo alla mia coscienza’. Dall'altra parte ci fu il silenzio. La coscienza non era di destra né di sinistra, era coscienza e basta, non commentabile o incasellabile. Il pranzo più bello, che ancora ricordo come diceva prima, fu il ‘pranzo della riconciliazione’ sulle diverse opinioni. L'armonia, per un attimo ritrovata tra i due, subito fu perduta per ragioni personali, ma per un attimo avevano trovato un punto d’accordo su quello che stava accadendo intorno a loro (siamo negli anni Settanta): il benessere, il boom economico del secondo dopoguerra, il miraggio del lavoro in fabbrica... tutto era in declino. ‘Il capitalismo è come una bicicletta, se ti fermi cadi', concluse mio padre. |
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 13 novembre 2009 ) |
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