
| Il 25 aprile che ancora divide |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 02 maggio 2008 | |
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Giovanni De Luna, Il 25 aprile che ancora divide, in «La Stampa», 24 aprile 2008, pp. 1 e 39.
Sono in molti a ricordare ancora il 25 aprile del 1994: un milione di persone in piazza, a Milano, sotto la pioggia, la Lega che tenta di sfilare insieme con gli antifascisti, lo smarrimento di ritrovarsi al governo il partito di Fini appena nato da una costola del Msi. Per lunghi anni le celebrazioni del 25 Aprile si ripetevano stancamente e monotonamente, come smarrite in una dimensione retorica e celebrativa. La vittoria della destra alle elezioni politiche del marzo 1994 fu come un sussulto di consapevolezza e di entusiasmo. Oggi, il tempo che è passato ha profondamente inciso sullo spirito del 25 Aprile e sul modo in cui l'antifascismo viene vissuto in questo Paese. Per la prima volta nell'Italia repubblicana, a parte alcuni «episodi» (Ciarrapico, Dell’Utri), l'esperienza totalitaria che ha segnato il Novecento italiano è stata come rimossa dai temi della campagna elettorale e anzi i partiti di sinistra che esplicitamente richiamavano l'antifascismo nella loro tavola dei valori sono stati brutalmente esclusi dal Parlamento.Mentre sembra affievolirsi il suo ruolo nell'arena delle battaglie politiche, il 25 Aprile è invece sempre più presente nella riflessione degli storici. Più che soffermarsi sull'«evento» (insurrezione delle città del Nord, regolamento dei conti con i fascisti in fuga, uccisione di Mussolini) la ricerca tende oggi a inserire quella data nel contesto più ampio della crisi italiana apertasi con il crollo dello Stato nazionale, l'8 settembre 1943, e conclusasi con le elezioni politiche del 18 aprile 1948. Fu un percorso segnato da lutti e rovine, ma che oggi può essere letto come il travaglio di un popolo che nella sofferenza si congeda dalla dittatura e da un regime tirannico per riscoprire la gioia profonda della libertà e della democrazia. L'8 settembre 1943 la sconfitta militare travolse il fascismo, l'esercito, le istituzioni del vecchio Stato nato dal Risorgimento; il 25 aprile 1945 ritornò la libertà e finì la guerra; il 2 giugno 1946, con una esaltante prova di maturità, gli italiani votarono per la Costituente e scelsero la Repubblica; il 18 aprile 1948 le elezioni sancirono la fine della crisi. Con la vittoria della Dc e la sconfitta rovinosa delle sinistre il nostro sistema politico trovò un suo assetto stabile e duraturo, nel segno della restaurazione più che del rinnovamento, della continuità più che della rottura; e tuttavia quell'esito non sarebbe stato possibile senza il 25 Aprile, non avrebbe avuto quei caratteri di libertà di scelta e di pluralismo politico senza la Resistenza e il ruolo assunto dai partiti nei venti mesi di guerra civile e di lotta armata contro i tedeschi. A questo punto, sta al governo di centrodestra scegliere se riferirsi o no a questi significati del 25 Aprile, se riconoscersi quindi in un'identità repubblicana affermatasi per la prima volta in quella lontana primavera, se accettarlo come una tappa fondamentale nella costruzione della nostra democrazia. Non si tratta di una scelta rituale. Tanto per essere chiari: la questione della sicurezza, quali che siano le proposte concrete con cui verrà affrontata, cambia di segno se inserita in un contesto di rabbiosa xenofobia o se ispirata a principi di accettazione e di inclusione. Certo che il governo Berlusconi ha anche altre opzioni; esclusa quella dei fascisti che approfittano del 25 Aprile per commemorare Mussolini o il «Natale di Roma», credo che ci sia una forte tentazione a replicare le scelte «afasciste» della Dc ai tempi della guerra fredda: in occasione del primo decennale della Liberazione, nel 1955, una circolare dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, il democristiano Ermini, invitava tutte le scuole superiori d'Italia a celebrare, quel giorno, la nascita di Guglielmo Marconi. Silenzio sul 25 Aprile e sulla Liberazione. |
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 11 maggio 2008 ) |
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