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«Il Friuli diventerà jugoslavo». Così i partigiani di Tito preannunciarono la strage di Porzus PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedì 12 febbraio 2008
Antonio Carioti, L'eccidio compiuto dai comunisti italiani alla luce di nuovi documenti britannici. «Il Friuli diventerà jugoslavo». Così i partigiani di Tito preannunciarono la strage di Porzus in «Corriere della Sera», 7 febbraio 2008, p. 49.

 

Tito l’Istria e Trieste non bastavano. Gli iugoslavi intende­vano annettersi anche gran parte del Friuli, ben oltre il vecchio confine italo-austriaco del 1915. Lo stesso eccidio di Porzus, che nel febbraio 1945 vide un gruppo di partigiani comunisti italia­ni sopprimere alcuni resistenti della Osoppo Friuli, una formazione di antifa­scisti cattolici e azionisti, va inserita in questo quadro.

 

Lo sostiene Elena Aga Rossi, autrice di vari studi sulla seconda guerra mon­diale, sulla base di un documento inedito, tratto dagli archivi britannici. Si tratta del riassunto di un colloquio, avvenuto il 1° gennaio 1945, tra una delegazione del Fronte di liberazione sloveno operan­te in Val Resia, a nord di Udine, e un esponente della VI Brigata Osoppo, il partigiano «Li­vio». Fu appunto quest'ulti­mo che trasmise agli Alleati il resoconto della discussio­ne: «E suo vero nome era Ro­mano Zoffo - riferisce al Corriere Giannino Angeli, dell'Associazione Osoppo - e sa­rebbe morto nei giorni della Li­berazione, ucciso a tradimen­to dai cosacchi alleati dei tede­schi».

Colpisce subito, nel testo del documento, l'arroganza degli jugoslavi. Da una parte ammettono di non essere «visti con favo­re» dalla popolazione della Val Re­sia, in maggioranza italiana. Ma dall'altra si dicono sicuri di poter annettere la zona: «Il destino di questo territorio sarà deciso da un plebiscito che sarà tenuto in presen­za delle nostre forze armate, per cui il risultato può essere considerato certo». E aggiungono che «gli Alleati dì fronte al fatto compiuto, certamente non esiteranno ad approvare la cessione della Val Resia alla Jugoslavia».

Unico ostacolo, come nel resto del Friuli orientale, sono i partigiani italiani estranei al Pci. Infatti quelli comunisti della Brigata Garibaldi «Natisone» si era­no sottomessi al comando jugoslavo, che li aveva trasferiti in Slovenia. Lo stes­so, secondo gli ufficiali di Tito, avrebbero dovuto fare i combattenti osovani. In caso contrario, ecco la minaccia slovena: «Non è impossibile che un giorno ci giunga l'ordine di disarmare le formazioni Osoppo nei dintorni della Val Resia». Zoffo non si lascia intimidire. Rispon­de che il destino della valle deve essere «deciso alla Conferenza di pace». E rife­risce di aver informato gli sloveni «che, se avessero deciso di disarmarci, non avrei permesso loro di farlo e avrei resistito fino all'ultimo».I presupposti per uno scontro cruento ci sono tutti: non avverrà pe­rò in Val Resia, ma più a Sud, dove il comandante degli osovani era Fran­cesco De Gregori (zio dell'omonimo cantautore), primo obiettivo della spedi­zione omicida di Porzus. Fra le vittime ci sarà anche Guido Pasolini, fratello del poeta e regista Pier Paolo.

«L'eccidio di Porzus - commenta Elena Aga Rossi - appare quindi l'epilo­go di una serie di mosse attuate dalle for­ze di Tito per assicurarsi il controllo del Friuli orientale, il loro progetto era fare piazza pulita di ogni presenza ostile all'annessione alla Jugoslavia, che sarebbe stata imposta alla popolazione con un plebiscito farsa, tenuto sotto la minac­cia delle armi».

Che i mandanti della strage fossero gli iugoslavi era anche la tesi di Giovan­ni Padoan, ex partigiano comunista mor­to un mese fa a 98 anni, che nel 2001 fu protagonista di una cerimonia di riconci­liazione con il sacerdote osovano Reden­to Bello. Allora Padoan ammise che com­plici del misfatto erano stati anche i dirigenti del Pci di Udine, che avevano dato via libera all'esecutore diretto del massa­cro, Mario Toffanin, legato strettamente alle forze iugoslave.

Altri elementi vengono poi da una re­lazione del maggiore Mcpherson, della missione militare britannica nella zona, reperita dallo studioso Tommaso Piffer: «L'ufficiale alleato - spiega - elenca una serie impressionante di azioni slove­ne ai danni degli osovani: sostiene che i partigiani di Tito li accusavano di essere complici dei nazisti e al tempo stesso mettevano i tedeschi sulle loro tracce». D'altronde tutto ciò rispondeva alle di­rettive impartite dal capo comunista slo­veno Edvard Kardelj in una lettera del 9 settembre 1944, citata dallo storico Alberto Buvoli in un volume, uscito nel 2003, che raccoglie i documenti della Osoppo: «Non possiamo lasciare su que­sti territori - scriveva il leader slavo, ri­ferendosi alla zona di operazioni dei suoi partigiani - nemmeno una unità nella quale lo spirito imperialistico ita­liano potrebbe essere camuffato da falsi democratici». Più chiaro di così...
Ultimo aggiornamento ( martedì 12 febbraio 2008 )
 
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