Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Il coraggio di dire guerra civile PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 02 maggio 2008

Giovanni De Luna, Il coraggio di dire guerra civile, in «La Stampa», 26 aprile 2008, p. 3.

 

 

La citazione da parte del Presidente Napolitano consacra una tesi storio­grafica che negli ultimi tempi nessuno ha più seriamente contestato, ma che fino a non molti anni fa ha alimentato un dibattito acceso. Durante i 20 mesi della Resistenza a parla­re di «guerra civile» sono tan­to i fascisti quanto i partigiani, soprattutto azionisti. Ma negli anni della guerra fredda lo schieramento antifascista ri­piega su una linea difensiva: di fronte agli attacchi alla Resi­stenza, reagisce sottolineando­ne il carattere edificante e pro­ponendone un'interpretazione monumentale nazional-patriottica. Abbandonata dagli ex resistenti, l'idea di guerra ci­vile viene fatta propria dai neo­fascisti eredi della Rsi, primo fra tutti Giorgio Pisano che la evoca nel titolo di una sua ope­ra famosa. In questa strumen­talizzazione polemica, l'espres­sione diventa un'invettiva per indicare nella Resistenza il mo­mento della lotta fratricida, un elemento di divisione di italia­ni contro italiani.

Di fatto la guerra civile spa­rì dal dibattito storiografico, fi­no a quando Claudio Pavone la resuscitò nel 1985, in un conve­gno a Brescia sulla Rsi, enun­ciando la tesi delle tre guerre: secondo la sua lettura, esposta in forma compiuta sei anni do­po nel saggio Una guerra civile (Bollati Boringhieri), nella Re­sistenza si erano intrecciate una guerra patriottica di libe­razione nazionale, una guerra civile di italiani antifascisti con­tro italiani fascisti e una guer­ra di classe che aveva visto su posizioni contrapposte la clas­se operaia e la borghesia. Per quanto la collocazione antifa­scista di Pavone fosse fuori di­scussione, la tesi fece scalpore a sinistra, suscitando roventi polemiche negli ambienti degli ex resistenti. Si rimproverò al­lo storico di mettere sullo stes­so piano partigiani e repubbli­chini, oscurando il significato di riscatto nazionale assunto dalla lotta di liberazione.

In realtà la tesi di Pavone restituiva alla Resistenza tutto lo spessore e la complessità di un fenomeno storico in cui si erano intrecciate spontaneità e organizzazione, una dimen­sione esistenziale della politica coniugata con la consapevolez­za che quella fosse un'occasio­ne storica irripetibile. La Resi­stenza era il momento in cui si potevano fare i conti non solo con i disastri provocati dal Re­gime, ma anche con tutti i mali endemici della nostra storia nazionale, dal trasformismo al­la mancanza di un'etica pubbli­ca. Non a caso il sottotitolo del libro era Saggio sulla moralità nella Resistenza.
Ultimo aggiornamento ( sabato 10 maggio 2008 )
 
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