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Il fascismo derubricato PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 07 aprile 2008

Giovanni De Luna, Il fascismo derubricato. Il governo restaura il Memorial di Auschwitz, lo affida agli ebrei e così dimentica di deportati politici. L’uso del passato, in «La Stampa», 28 marzo 2008, p. 37.

 

 

Per quanto sia entrato solo di sfuggita nella campagna elettorale, il rapporto con la nostra storia novecentesca resta un nervo scoperto del dibattito politico e cul­turale.

II 29 febbraio 2008, con la conversione in legge del «decreto mille proroghe», la Presidenza del Consiglio ha stanziato 900 mila eu­ro (nel 2008) per il restauro del bloc­co 21 del campo di prigionia di Au­schwitz. I lettori della Stampa sanno di cosa si tratta perché ne abbiamo riferito il 21 gennaio scorso. Ad alle­stire il padiglione italiano del Museo di Auschwitz (inaugurato nel 1980) furono chiamati Primo Levi per i te­sti, Luigi Nono per la colonna sono­ra, Ludovico di Belgioioso per l'ar­chitettura, Mario Samonà per l'affresco che decora le pareti. Si tratta quindi di un monumento di grande valore artistico.

Il problema è capire oggi se quella rappresentazione della storia della deportazione sia ancora in grado di trasmettere conoscenza storica, se i criteri validi negli anni '70, quando l'opera fu concepita, possano resistere validamente alle rotture e al­le discontinuità del post-Novecento.

 

Una cosa è un'opera d'arte, un'altra è la sua ricezione nel tempo, che cambia così come cambiano gli sguardi delle generazioni e i signifi­cati che le si attribuiscono. Il Memorial italiano fu allora for­temente voluto dall’Aned, l'associa­zione degli ex deportati politici; ed è oggi fieramente difeso nella sua inte­grità dalla stessa Aned che ha reagi­to con asprezza alle critiche di chi - come me - ritiene del tutto inadegua­ta quella forma di allestimento espo­sitivo. In una lettera aperta, il suo presidente, l'avvocato Gianfranco Maris, critica con toni allarmanti l'iniziativa della Presidenza del Con­siglio («un attacco alla democra­zia»), esprimendo il timore che si tratti del tentativo di sostituire «una memoria civile della deporta­zione politica e della lotta antifasci­sta della resistenza» con «una me­moria tematica e didattica sul geno­cidio ebraico».

È un fatto che quel provvedimen­to ha modificato i termini di un con­fronto che fin qui si era svolto su un terreno storiografico e culturale. L'Aned, che pure resta la proprietaria del blocco 21, non solo non è sta­ta coinvolta nell'elaborazione, ma non viene neanche invitata a far par­te della Commissione che deve av­viare il restauro del padiglione. Il progetto del governo sembra invece rivolgersi direttamente a organizza­zioni ebraiche come il CDEC e l'UCEI, lasciando affiorare un con­flitto di memoria che ha già coinvol­to molti paesi europei, specialmente la Francia. Se da un lato, per decen­ni la memoria della Resistenza, dell'antifascismo e della deportazione politica era così straripante da an­nettersi anche quella della Shoah,oggi la situazione si è capovolta e nel segno della Shoah a rischiare di sparire dal discorso pubblico e dalla nostra memoria collettiva è proprio l'antifascismo.

Quella che si definisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo ma di un patto per cui ci si accorda su ciò che è importante tra­smettere alle generazioni future. I confini storici e culturali che circo­scrivono questo patto sono fluidi, di­namici, cambiano a seconda delle fasi che scandiscono il corso politico degli eventi; in Italia, quelli su cui si fonda­va la memoria della Shoah, ad esem­pio, all'inizio erano circoscritti ai so­pravvissuti e alle loro famiglie: poi si sono estesi fino ad abbracciare per in­tero lo schieramento politico di sini­stra. Anzi, negli anni Settanta, la me­moria della Shoah poteva essere con­siderata un elemento costitutivo dell'identità della sinistra, uno di quegli ambiti in cui era possibile distinguer­la senza esitazioni dalla «destra». Og­gi quei confini sono amplissimi e han­no inglobato, anche Gianfranco Fini e il suo partito. Con effetti paradossali. Per prendere le distanze dal fasci­smo basta condannare l'infamia delle leggi razziali del 1938, quasi che quel­le leggi esaurissero per intero la dimensione totalitaria del regime e pos­sano oggi costituire un ottimo prete­sto per chi vuole dimenticare che il fa­scismo prima uccise la libertà e la de­mocrazia e poi perseguitò gli ebrei.

Una memoria collettiva diventa uf­ficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la san­zione dello Stato, quando, cioè, la Memoria si incontra con la Politica. Oggi la Shoah rischia di essere imbalsa­mata in una elefantiaca dimensione istituzionale: le celebrazioni per la «giornata della memoria», gli sforzi per diffondere nella scuole una specifica «didattica della Shoah», l'inter­vento della Presidenza del Consiglio su un «luogo» come il Memorial, adombrano una monumentalizzazione che avrebbe effetti devastanti proprio sui delicati meccanismi del­la trasmissione della memoria alle nuove generazioni: una storia so­vraccarica di «ufficialità» favorisce più l'oblio che il ricordo.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 09 aprile 2008 )
 
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