Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Il fascismo e gli strappi ricuciti PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 03 ottobre 2008

Giadi Luzzato Voghera, Il fascismo e gli strappi ricuciti, in «La Stampa», 10 settembre 2008, p. 28.

 

 

 

 

Solo una settimana fa si ricordavano i 70 anni del decreto di espulsione degli ebrei dalle scuole d'ogni ordine e grado, con buon anticipo rispetto alla promulgazione della Legislazione sulla Razza. Era il 1938 e già il fascismo in quindici anni aveva provveduto fra le altre nefandezze a metter fuori legge i partiti politici fatta eccezione per il Pnf, a sopprimere i sindacati non fascisti, a incarcerare, perseguitare e uccidere gli oppositori d'ogni tendenza (dal liberale Gobetti al comunista Gramsci, ai sacerdoti non «allineati» come don Minzoni), a mettere fuori legge l'Azione Cattolica, a intraprendere una guerra d'aggressione imperialista in Etiopia e a partecipare all'ignobile guerra di Spagna. Il 14 novembre saranno 65 anni da che la Repubblica Sociale Italiana (fra le cui truppe militavano coloro che - secondo il ministro La Russa - «combatterono credendo nella difesa della patria meritando il rispetto di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d'Italia») dichiarò gli ebrei stranieri e nemici, aprendo con chiavi tutte italiane le porte dei treni merci che condussero 8.000 cittadini italiani ad Auschwitz e 600.000 soldati che rifiutarono il servizio con l'«alleato» nazista e vennero deportati in Germania.

Le sconcertanti dichiarazioni del sindaco di Roma Alemanno e del ministro della Difesa La Russa stanno lì a ricordarci quanto lavoro rimane ancora da fare nell'impervio territorio fra coscienza civile, storia e memoria. È ogni giorno più visibile che nel Paese la memoria e il rapporto fra questa e la narrazione storica del fascismo e della guerra civile 1943-45 segue percorsi diversi e non condivisi. Nonostante gli «strappi» di Fiuggi e di Yad Va-Shem, gli eredi del Msi approdati al governo sembrano voler accreditare, forti del ruolo politico-istituzionale, una versione della storia e della memoria che confligge in maniera evidente con il vissuto della società italiana (si vedano le reazioni del Presidente della Repubblica o di mons. Rino Fisichella, per fare solo due esempi formalmente super-partes). Il nodo di fondo è determinato dal fatto che l'Italia, nonostante i 70 anni avuti a disposizione e nonostante i notevoli sforzi per attivare un ripensamento collettivamente condiviso delle vicende storiche legate al ventennio, non è ancora stata in grado di confrontarsi in maniera spassionata e onesta con le sue responsabilità nella Storia. Che sia Alemanno a dirci che le leggi razziali furono indotte dal nazismo, o che sia La Russa ad affermare (in sfregio ai soldati e ai partigiani caduti a porta San Paolo) che i militi della Rsi «soggettivamente» credettero nella difesa della patria, sta di fatto che uomini di governo ci stanno indicando oggi come legittima e storicamente fondata la mitologia della memoria su cui si fondava la narrazione storica del Msi, con tanti saluti agli «strappi» di Fiuggi. E ci dicono inoltre che si può tornare a utilizzare il mito degli italiani (o fascisti) brava gente, incapaci quasi per natura di farsi artefici delle nefandezze di cui fu pieno il Novecento. Se dobbiamo accogliere questa linea, allora suggerisco al sindaco Alemanno di evitare di sperperare inutilmente il denaro pubblico nel Museo della Shoah e nei viaggi della memoria ad Auschwitz. Si compia finalmente un atto di coraggio: si introduca nelle nostre scuole, oltre all'insegnante unico, anche una nuova, univoca, accattivante versione storiografica che finalmente chiarisca che gli italiani che si scannarono reciprocamente a centinaia di migliaia dopo l'8 settembre erano tutti «soggettivamente» dalla parte della ragione. Dico sul serio, signora ministro dell'Istruzione, ci pensi. Ne gioverà la spesa pubblica e gli italiani smetteranno di occuparsi di storia e memoria, materie controverse e poco appaganti.

Ultimo aggiornamento ( martedì 07 ottobre 2008 )
 
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