
| Il misterioso caso Silone tra ingenuità e scaltrezze |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 01 marzo 2009 | |
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Sergio Romano, Il misterioso caso Silone tra ingenuità e scaltrezze, in «Corriere della Sera», 18 settembre 2008, p. 43.
Tra conferme e smentite continua la polemica sui rapporti tra Silone e il fascismo e sulla presunta sua collaborazione con l’Ovra. Avendo amato e stimato in Silone lo scrittore, il meridionalista e l’intellettuale libero e indipendente, capace di cogliere, al pari di un Koestler o di un Orwell, la vera natura del comunismo, resto alquanto turbato dalle notizie che, se confermate, sminuirebbero grandemente la sua figura morale e la sua stessa opera. Può aiutarmi a comprendere come stiano effettivamente le cose? Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Caro Lorenzetti Lei si riferisce ad alcuni interventi apparsi recentemente sul Corriere dopo un elzeviro di Dacia Maraini e una nota di Massimo Teodori. In uno di questi interventi Mauro Canali, autore di libri e articoli sul «caso Silone», osservava con sorpresa che nell’articolo di Teodori non vi era alcun cenno ai contatti di Silone con la polizia del regime fascista. Non sono certo di poterla «aiutare a comprendere» perché io stesso ho, su questa vicenda, idee piuttosto confuse. Il libro di Mauro Canali e Dario Biocca, apparso nel 2000 presso l’editore Luni, mi era parso convincente. E altrettanto convincente mi è parsa la documentazione raccolta da Canali nei suoi lavori successivi. Ho sperato che le risposte degli amici di Silone (fra cui quelle tenaci e appassionate di Giuseppe Tamburrano) avrebbero modificato le mie impressioni, ma i dubbi rimangono. Chi difende Silone lo fa generalmente sulla base di considerazioni intellettualmente e moralmente ineccepibili che non sembrano tuttavia incrinare il castello di documenti costruito dall’«accusa».
In questi giorni, dopo avere ricevuto la sua lettera, ho cercato una risposta ai miei dubbi in un bel libro di Massimo Teodori apparso recentemente presso Marsilio («Storia dei laici nell’Italia clericale e comunista»). I «laici» di Teodori sono gli italiani (giornalisti, professori universitari, imprenditori, economisti, sociologi, filosofi) che ebbero il coraggio di essere contemporaneamente antifascisti e anticomunisti in un’epoca in cui l’anticomunista, nell’ortodossia ideologica promulgata dal Pci, era necessariamente fascista. Il gruppo fu certamente minoritario e venne progressivamente schiacciato fra Dc e Pc, ma incluse personalità e intelligenze di cui ogni italiano oggi dovrebbe andare orgoglioso: Mario Pannunzio, Luigi Einaudi, Aldo Garosci, Ernesto Rossi, Benedetto Croce, Gustaw Herling, Altiero Spinelli, per citare soltanto i primi che mi vengono alla mente. Ignazio Silone è certamente uno di questi. La sua battaglia per la libertà della cultura, la sua continua denuncia delle ipocrisie comuniste, il suo sodalizio con Nicola Chiaromonte nella rivista «Tempo presente», il suo socialismo dal volto umano e la sua straordinaria evocazione letteraria del mondo contadino, fecero di lui in quegli anni uno dei più amati e rispettati protagonisti della vita culturale europea. Non credo che questo giudizio possa cambiare. Ma nel libro di Teodori non ho trovato, salvo errore, alcun cenno all’ambiguità dei suoi rapporti con la polizia fascista. Forse Teodori non crede a quelle accuse e le considera irrilevanti. Forse prova lo stesso imbarazzo e disagio che suscitano in me. Nel libro di Teodori, tuttavia, ho trovato un profilo di Silone che rende il caso un po’ meno misterioso. La sua vita sembra comprendere le storie parallele di due personalità distinte. Fu un militante comunista, rotto alle lotte di partito, agli intrighi dell’apparato, alle continue schermaglie fra le fazioni della Terza Internazionale. Nulla di ciò che si nascondeva nell’ombra della politica gli era sconosciuto. Durante la guerra, quando incontrò a Berna Allen Dulles, rappresentante dell’Oss (Organization for Strategic Services), non esitò a collaborare con i servizi segreti americani. Più tardi, durante la guerra fredda, quando apprese che la Cia finanziava attraverso le sue fondazioni il Movimento per la libertà della cultura, fu meno sorpreso, probabilmente, del suo amico Chiaromonte. Ma questo uomo indurito dall’esperienza poteva dare prova al tempo stesso di uno straordinario candore. Il suo socialismo contadino, il suo cristianesimo, le sue battaglie solitarie, l’amore per il fratello detenuto in un carcere del regime, il rapporto quasi affettuoso con il funzionario della polizia politica: tutto questo rivela una innocenza e un candore che non vanno d’accordo, a prima vista, con gli altri aspetti della sua natura. Credo che la spiegazione del suo caso sia in questo intreccio di qualità opposte. Ma soltanto Silone potrebbe spiegarci per quali scaltrezze o quali ingenuità egli abbia deciso di prestarsi per un lungo periodo al ruolo di confidente della polizia politica italiana. Non lo sapremo mai, quindi. Ma non credo che l’ignoranza giustifichi il benché minimo dubbio sulle sue virtù morali e intellettuali. |
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì 02 marzo 2009 ) |
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