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Il repubblicano Mussolini monarchico per calcolo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledì 13 febbraio 2008

Sergio Romano, Il repubblicano Mussolini monarchico per calcolo, in «Corriere della Sera», 7 febbraio 2008, p. 45.

In un articolo pubblicato sul «Popolo d'Italia» nel gennaio del 1915 Mussolini scriveva: «O la guerra o la corona... Non sarà impossibile e nemmeno troppo difficile lo scoppio di un moto rivoluzionario se la Monarchia "non" farà la guerra».

Sicuramente questa frase va collocata nel giusto contesto storico, e cioè nel momento di massima sollecitazione all'entrata nel conflitto per la liberazione delle terre cosiddette irredente, ma mi permetto di chiederle: perché questa prospettiva, o meglio intenzione, rimase tale anche nei decenni successivi? Come mai, una volta diventato Duce e consolidato il potere, Mussolini, nonostante l'avesse quindi già messa in dubbio, «si tenne la Corona»? Fu il timore di una reazione da parte dell'esercito, legato dal giuramento al re, che permise la sopravvivenza della monarchia durante il ventennio, oppure non ve ne fu l'occasione e il pretesto? Mario Taliani Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

Caro Taliani,

La repubblica fu un obiet­tivo del movimento fa­scista sin dalla costitu­zione dei Fasci in Piazza San Sepolcro nel marzo del 1919. Ma il tema cominciò a diventa­re meno insistente e pressante allorché Mussolini si accorse che la conquista del potere esi­geva un consenso più largo e una base sociale più vasta. L'occasione venne quando la deriva massimalista del parti­to socialista, l'occupazione del­le fabbriche nel 1920 e la nasci­ta del partito comunista a Li­vorno nel 1921, gli permisero di presentarsi al Paese come il più sicuro baluardo contro il «pericolo bolscevico» e il più affidabile restauratore dell'or­dine. Comincia allora la fase in cui il partito fascista può contare sulla simpatia e sul soste­gno finanziario dei proprietari agricoli della Valle Padana (gli «agrari»), di alcuni industria­li, di una parte considerevole delle borghesia e dei vertici delle forze annate. Ma non era possibile coltivare questo più grande collegio elettorale sen­za rinunciare alla pregiudizia­le repubblicana. Se Mussolini avesse continuato ad agitare il drappo rosso della repubblica, gli agrari, l'esercito e la bor­ghesia lo avrebbero abbando­nato per cercare altri difenso­ri.

L'esigenza divenne, ancora più evidente nell'estate del 1922 quando Mussolini, dopo la crisi delle sinistre, capì che il suo ruolo di restauratore dell'ordine si sarebbe rapidamen­te consunto e che egli avrebbe conquistato il potere soltanto nell'ambito di una coalizione «centrista» costituta da libera­li, popolari, nazionalisti e indi­pendenti. Parlare di repubbli­ca, per un uomo politico che desiderava formare il governo con il benestare del re, sareb­be stato suicida. Da quel mo­mento Mussolini mise la re­pubblica «nel cassetto» e, pur instaurando un regime autoritario, non dimenticò che la monarchia era ancora in gra­do di esercitare una considere­vole influenza in alcuni am­bienti importanti della società e della pubblica amministra­zione, dalle forze armate alla diplomazia.

La situazione accennò a cambiare dopo il successo del­la guerra d'Etiopia, la procla­mazione dell'impero e la gran­de ondata di consenso che salì in quei mesi verso Mussolini dal fondo della società italiana. Nella sua grande biografia, Renzo De Felice ha dedicato molte pagine alla questione dei «Primi marescialli dell'Im­pero», le due cariche che il ca­po del governo istituì nei mesi seguenti. Attribuendole a se stesso e al re, Mussolini lasciò capire che al vertice dello Stato vi era ormai una diarchia. Quanto tempo sarebbe passa­to prima che egli desse alla monarchia, come gli chiedeva in­sistentemente l'ala repubblica­na del fascismo, il colpo di grazia? Il re accolse di malumore una decisione che lo collocava di fatto sullo stesso piano del capo del governo. Ma temette la fine della monarchia e ingo­iò il rospo. Fu questa, sia detto per inciso, una delle ragioni per cui firmò le leggi razziali del 1938 e sottoscrisse la di­chiarazione di guerra del 1940. Oggi sappiamo che riu­scì soltanto a ritardare di qual­che anno il momento in cui i Savoia avrebbero perso il tro­no.  
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 13 febbraio 2008 )
 
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