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Il ricordo è un’illusione PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 07 luglio 2008

Patrick McGrath, Il ricordo è un’illusione. Sulla scia di Borges, in «La Repubblica», 26 giugno 2008, p. 37.

 

 

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Mi ricordo di aver letto da qual­che parte che Borges raccon­tava spesso un aneddoto su suo padre, che era cresciuto a Buenos Aires ma non ci viveva da molti anni. A quanto affermava Borges, una volta il padre gli ave­va detto che, quando ripensava alla città, non sapeva più se si ri­cordava davvero Buenos Aires, o se si ricordava soltanto l'ultima volta che se l'era ricordata.

In questo è facile riconoscere uno dei tanti modi in cui la me­moria ci inganna. La mente ci ri­propone in maniera talmente plausibile la scena di un dramma a cui abbiamo preso parte, l'eco di un'emozione o, come in que­sto caso, l'impressione di una città, che ci convinciamo di ave­re accesso, diretto e immediato, a una realtà da cui ci separa sol­tanto il tempo. Ma guardate l'a­neddoto più da vicino.

Non solo il padre di Borges riconosce l’inaffidabilità della propria me­moria, ma Borges presenta l'episodio come qualcosa che lui stesso, a sua volta, ricorda, il che destabilizza ulteriormente il rac­conto perché, se la memoria del padre non è del tutto degna di fe­de, che motivo abbiamo di cre­dere al figlio? (E notate anche che io sto raccontando qualcosa che mi ricordo. È possibilissimo che abbia distorto ciò che ho letto tanto tempo fa sul ricordo di Borges dei ricordi di suo padre di Buenos Aires).

La nostra archiviazione men­tale delle esperienze fatte è di­sturbata dal tempo, ma ci sono altre forme, magari più sinistre, di distorsione e alterazione mne­monica. Esse nascono come funzione dell'ego, in tutta la sua va­nità, grandiosità e follia. Ciascu­no di noi è il protagonista del dramma della propria esistenza, col ruolo di eroe o di vittima, o un misto fra i due; e per vivere a no­stro agio con noi stessi dobbia­mo assicurarci che la nostra performance, per come la con­serviamo nella memoria, sia se non impeccabile quantomeno dignitosa. Ciò richiede che mo­difichiamo o edulcoriamo i ri­cordi che gettano una luce sfavorevole sui nostri moventi e sui nostri gesti, o che ci causano do­lore in qualche altra maniera.

A volte questo implica una soppressione dei ricordi. Ecco un esempio estremo: chi ha subito un trauma psicologico tende a seppellire l'esperienza talmente in profondità da renderla inac­cessibile alla coscienza. Ma quel ricordo traumatico non è scomparso. Viceversa, a volte riaffiora alla mente sotto forma di flash­back o di incubo, con effetti di­struttivi, e continua a farlo finché non viene recuperato grazie alla psicoterapia e riassorbito nella memoria conscia, diventando così parte del passato della per­sona, parte della sua identità.

Ricordo che una volta ho scrit­to un romanzo su un uomo che aveva la memoria talmente di­sturbata da credere che il padre avesse ucciso la madre. E doveva necessariamente crederci, per­ché se si fosse permesso di rico­noscere la verità sull'accaduto, sarebbe stato costretto ad af­frontare il fatto che non era stato il padre a uccidere la madre, ma lui stesso! Poiché nel corso del romanzo questo personaggio - che si chiama Spider - si mette gradualmente con le spalle al muro fino a non poter più sfuggi­re alla verità, appare evidente che quando alla fine comprende la propria responsabilità per la morte della madre, non solo vie­ne a crollare il falso ricordo, ma anche l'uomo in sé.

Il significato di tutto questo è chiaro, almeno per me: la me­moria non costituisce solo il pas­sato di una persona, ma ne costi­tuisce l'identità stessa; e una cri­si dell'una implica necessaria­mente una crisi dell'altra. Di conseguenza, per sostenere un'idea di chi si è, e per convive­re con quell'idea di se stessi, è ne­cessario lavorare costantemente sul ricordo delle esperienze vis­sute, adattando, negando, di­menticando e inventando mate­riale in modo che la verità nuda e cruda dei fatti non crei una dissonanza violenta fra ciò che sia­mo davvero e ciò che ci piace cre­dere di essere.

Questa attività è perenne­mente in corso, quando siamo in bagno così come in camera da letto, a livello intimo e persona­le, ma si estende anche sul piano collettivo. Gran parte delle con­versazioni di tutti i giorni non so­no altro che un resoconto della nostra esperienza editato a be­neficio della società, quando raccontiamo le nostre vicende agli amici, ai colleghi, al partner o al coniuge. Si tratta di una revi­sione, di una riformulazione creativa; e in certi casi di vera e propria falsità, tale è il livello di distorsione e censura che com­porta; ma finché manteniamo un grado accettabile di plausibi­lità, va tutto più o meno bene. A volte non ci accorgiamo nean­che di farlo. Se però ce ne accor­giamo, e persistiamo nella con­sapevole falsificazione dell'e­sperienza, cominciano ad avvol­gerci la malafede e un senso di inautenticità. L'attività di pre­sentazione di sé, a quel punto, diventa pesante e dolorosa, e la gioia scivola via dalla vita quoti­diana, lasciandosi dietro malessere, ostilità e senso di colpa.

T. S. Eliot scrive, in Burnt Norton, che «il genere umano / non può reggere troppa realtà». Di­struggete le mie illusioni e di­struggerete anche me. In questa analisi la memoria assume il ruolo di un'arma che, se maneg­giata con prudenza, fornisce una difesa sicura contro le intru­sioni altrui, ma che può essere letale se la si rivolge contro se stessi. L'unica soluzione po­trebbe essere quella di aspirare alla condizione del padre di Bor­ges, che apparentemente - verosimilmente - guardava i frutti della propria memoria con un affezionato scetticismo, come si farebbe con le chiacchiere di un bambino spaccone, o i goffi de­liri di un folle.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 11 luglio 2008 )
 
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